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| Anno 2006 | |
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Il 28 e 29 novembre scorsi, a Riga, in Lettonia, si è tenuto il vertice Nato con la presenza di tutti i capi di Stato e di governo dell’Alleanza compreso il presidente americano George W. Bush. Questi, prima di giungere nella repubblica baltica, aveva fatto tappa in Estonia e da lì si era recato a Riga, dove, in un discorso pronunciato all’Università, aveva indicato i principali punti che avrebbe discusso nell’incontro con gli Alleati, sottolineando due aspetti in particolare: l’impegno dell’Alleanza in Afghanistan e l’evoluzione futura della Nato.
Rispetto al vertice precedente (quello di due anni fa), Bush si è presentato di fronte ai suoi colleghi con uno stato d’animo e un capitale politico molto diverso. Quando aveva preso parte al summit di Istanbul i danni alla sua credibilità e alla capacità di gestire le emergenze causati dall’uragano Katrina erano lontani e, sebbene la situazione irachena fosse già allora in procinto di deteriorarsi, Bush poteva ancora contare sui meriti ottenuti sul campo: dalla sua vigorosa reazione all’attacco alle Torri Gemelle alla facile sconfitta del regime dei Taleban in Afghanistan. Apprestandosi ad aprire la campagna elettorale per ottenere il suo secondo mandato, Bush era ancora il Wartime President, l’uomo che era atterrato sulla portaerei Lincoln per proclamare alle truppe schierate e vittoriose sugli eserciti di Saddam Hussein, che la guerra in Iraq era stato un successo: Mission Accomplished. Il presidente che pochi giorni fa si è presentato di fronte agli studenti dell’Università di Riga era un uomo molto diverso. Il suo progetto di esportazione della democrazia in Medio Oriente si è rivelato un sostanziale fallimento. Come ha sostenuto il sovrano di Giordania Abdallah, l’intervento americano nella regione ha contribuito a fomentare la nascita di tre guerre civili: in Iraq, in Palestina, in Libano. Anche in Afghanistan la situazione è gradualmente peggiorata negli ultimi due anni. A causa della virulenza dei guerriglieri talebani, la missione delle forze Nato presenti nella regione si è trasformata da operazione di stabilizzazione e rafforzamento della democrazia del presidente Amid Karzai in vera e propria azione di guerra. Non solo, ma la stessa autorità presidenziale nella gestione degli affari esteri ha subito un duro colpo dopo la grave sconfitta elettorale subita dai repubblicani alle elezioni di mid term del 7 novembre scorso. Bush, malgrado fosse estremamente consapevole della sua debolezza e fosse reduce da un incontro con i capi di Stato della Associazione Asia-Pacifico, dove si è dimostrato più incline al pragmatismo e meno alle contrapposizioni ideologiche di stampo neo-con della prima parte della sua amministrazione, ha voluto riaffermare le sue posizioni verso l’Alleanza Atlantica e soprattutto indicare le possibili linee lungo le quali - a suo giudizio - dovrebbe evolvere la struttura Nato. In primo luogo, Bush ha chiesto agli alleati europei di estendere i loro impegni in Afghanistan. Sostenendo che la missione nel Paese asiatico doveva essere considerata come la più importante operazione militare nella storia della organizzazione e che il suo successo doveva essere essenziale per battere l’estremismo islamico e favorire la diffusione della democrazia, il capo della Casa Bianca ha chiesto agli alleati europei di fornire la massima flessibilità nell’uso di uomini e mezzi ai comandanti sul campo. In altre parole ha chiesto a nazioni come Italia, Francia e altri Stati posizionati nel nord o nella parte centrale del Paese di spostare le proprie forze nella parte meridionale per dare manforte agli eserciti statunitense, britannico e olandese che in quell’area sono costretti a fronteggiare da tempo una grave recrudescenza di violenza dei guerriglieri taleban. Se queste richieste non fossero accolte, secondo Bush il rischio è di assistere a un ulteriore rafforzamento in territorio afgano degli attacchi degli estremisti musulmani con la possibile conseguenza di legami sempre più forti di questi con al-Qaeda e la estensione del fondamentalismo ad altre zone, secondo una edizione riveduta e corretta della ‘teoria del domino’ di novecentesca memoria. Non solo, nel suo intervento Bush ha sottolineato la necessità di un incremento delle spese militari degli alleati, in una ulteriore rivisitazione in chiave attuale dell’annosa questione del ‘burden sharing’ trascinatasi per l’intera stagione della Guerra Fredda. La risposta di nazioni come la Francia, la Germania o l’Italia, presente al successivo vertice con il presidente del Consiglio Romano Prodi, il ministro degli Esteri Massimo D’Alema e il ministro della Difesa Arturo Parisi è stata largamente negativa. Solo dopo lunghe trattative questi Paesi hanno deciso di recedere dal loro ‘no’ allo spostamento, ma solo in presenza di motivi di emergenza. Le richieste di Bush agli alleati e la loro scarsa adesione a quanto voluto dalla Casa Bianca evidenziano ancora una volta la presenza di insanabili contrasti tra le due sponde dell’Atlantico, di un gap riguardo la gestione della comune alleanza all’interno della Nato. Se prima dell’impiego in Afghanistan si era assistito a una serie di missioni (come in Kosovo o anche a New Orleans per assistere le vittime dell’uragano Katrina) che avevano fatto parlare di nuova solidarietà transatlantica, la recrudescenza della violenza nel Paese asiatico ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica la divergenza tra Europa e Stati Uniti riguardo all’effettivo utilizzo delle risorse in uomini e mezzi nell’ambito del processo di difesa comune. Così come accaduto durante la Guerra Fredda e forse ancora di più dopo la fine del conflitto est-ovest, gli europei hanno confermato - e Riga non ha fatto eccezione - la loro allergia a contribuire alla difesa interatlantica in modo - se non paritario con gli Usa - almeno in misura maggiore. Se l’atteggiamento europeo continuerà a essere questo, il rischio che le nazioni del Vecchio Continente potrebbero correre è analogo a quello che furono costrette a subire negli anni 70. L’amministrazione Nixon, stanca di non ricevere risposte positive dagli europei riguardo la condivisione delle spese comuni necessarie alla difesa del mondo libero e costretta quindi a fronteggiare una sempre più grave crisi della propria bilancia dei pagamenti e un costante indebolimento del dollaro, decise di procedere per conto suo: stabilì la non convertibilità del dollaro in oro, distrusse il sistema economico nato dagli accordi di Bretton Woods, ma salvò l’economia americana da conseguenze ben più gravi. Oggi in campo Atlantico potrebbe verificarsi qualcosa del genere. Del resto, anche nel discorso di Bush a Riga o negli apprezzamenti di altri uomini dell’amministrazione si notano posizioni che indicano un reale disamore degli Usa dalla tradizionale struttura della Nato. Ad esempio, le considerazioni di Bush riguardo ai concetti della ‘porta aperta’ e alla New Global Partnership che potrebbero favorire l’ingresso nell’Alleanza di nuovi Paesi come la Georgia o estendere gli obblighi Nato ad altre nazioni esterne ai confini tradizionali come Giappone, Australia e Corea del Sud. Al riguardo appaiono importanti le parole di Nicholas Burns, il numero due del dipartimento di Stato che, immediatamente prima dell’apertura del vertice di Riga ha sostenuto che oggi l’Occidente non deve essere considerato solo come un concetto geografico, ma deve essere inteso come una idea più vasta, all’interno della quale possono trovare posto anche nazioni al di fuori delle due sponde dell’Atlantico, purché in grado di condividere comuni modi di pensare e affrontare le questioni internazionali. Parole che, insieme a quelle di Bush, potrebbero essere interpretate come l’inizio di una propensione di Washington a privilegiare forme difensive in grado di andare oltre i tradizionali schemi Nato: coalizioni ad hoc magari più difficili da assemblare, ma in cui gli oneri potrebbero essere più uniformemente ripartiti.
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