Anno 2006

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Dopo il rapporto Baker-Hamilton, Bush cerca altre soluzioni

Pier Francesco Galgani, 28 dicembre 2006

Il 20 dicembre, a pochi giorni da Natale e a poco più di due settimane dalla consegna del rapporto del Iraqi Study Group (la commissione bipartisan coordinata dall’ex segretario di Stato James Baker e dall’ex senatore democratico Lee Hamilton), il presidente americano George W. Bush ha tenuto una conferenza stampa per fare un bilancio dell’anno appena trascorso. Il tema principale nelle domande rivolte dai giornalisti è stato l’andamento della guerra in Iraq e le possibili nuove strategie che la Casa Bianca si appresta a intraprendere per raddrizzare le sorti del conflitto iracheno. Come è noto, lo scorso 7 novembre le fortune elettorali del partito repubblicano hanno subito un duro colpo a favore dei democratici e l’esito delle consultazioni di mid-term è stato interpretato come un messaggio dell’elettorato al Presidente perché mutasse il corso di azione della sua amministrazione verso l’Iraq.

Il 6 dicembre 2006 l’Iraqi Study Group ha consegnato a Bush un rapporto allo scopo di fornirgli alcuni suggerimenti atti a modificare tale strategia. I punti più qualificanti del documento sono stati: richiesta di aprire negoziati diretti con Iran e Siria, visti come gli interlocutori migliori per avviare il processo di stabilizzazione dell’assetto sociale, religioso ed etnico dell’Iraq; ritirare progressivamente i soldati statunitensi dal territorio iracheno; ridare nuovo slancio al processo di pace israelo-palestinese, considerato lo strumento più idoneo a garantire un minimo di stabilità nella regione mediorientale. Il rapporto non ha fatto alcun riferimento al principio della diffusione della democrazia, cavallo di battaglia di Bush nel suo primo quadriennio e che egli aveva ribadito come elemento portante del suo secondo mandato anche nel discorso inaugurale del 20 gennaio 2005.

Una strategia pragmatica che tuttavia sembrava andare controcorrente riguardo alle mosse compiute fino ad allora dal governo di Washington. Ricevuto il frutto del lavoro della commissione Baker-Hamilton, Bush sostenne che avrebbe preso in seria considerazione quanto proposto dal segretario di Stato di suo padre, ma allo stesso tempo annunciò che al momento di assumere le decisioni sul da farsi avrebbe tenuto conto anche di due ulteriori rapporti in via di preparazione da parte del National Security Council e del dipartimento di Stato. Il Presidente aveva quindi messo le mani avanti: accordo in linea di principio con quanto suggerito dal Isg, ma volontà di esplorare anche altre strade.

Tale reazione avrebbe dovuto far nascere sospetti sul fatto che le proposte presentate dalla Commissione non avevano ricevuto il suo gradimento. In effetti sconfessavano tutte le premesse seguite fino a quel momento dalla Casa Bianca nel trattare il problema iracheno. In primo luogo, smentendo tutte le precedenti speranze di vittoria sempre professate dall’amministrazione, contribuiva a dare una severa spallata al residuo prestigio di un presidente che grazie all’attacco alle Twin Towers era riuscito a dare un senso e una direzione vera alla sua presidenza dopo un inizio maldestro e molto titubante, ma soprattutto contribuiva a indebolire quelle certezze che la superpotenza America era riuscita a riconquistare dopo anni di insicurezze, debolezze e senso di vulnerabilità seguiti a quegli stessi attacchi.

La mancanza di una prospettiva certa di vittoria aveva accentuato il ritorno del Paese e della sua opinione pubblica alla pesante atmosfera degli anni del Vietnam e certamente Bush non può permettersi ciò. Il Presidente non ha più preoccupazioni elettorali (secondo la costituzione non può presentarsi per un terzo mandato), ma a questo punto del secondo quadriennio quasi ogni inquilino della Casa Bianca inizia a pensare a quale eredità si appresta a lasciare alla storia e fa di tutto per imprimere nella memoria un ricordo positivo della sua amministrazione. Lo stesso accadde a Clinton, quando nell’ultimo anno di presidenza si impegnò con grande passione a ottenere un miglioramento degli accordi di Oslo firmati da Itzak Rabin e Yassir Arafat, tentativo culminato nei colloqui al vertice tra quest’ultimo e il primo ministro israeliano dell’epoca Ehud Barak a Camp David nel 2000.

Il medesimo ragionamento appare essere proprio anche di Bush e probabilmente, leggendo le conclusioni del Isg, deve aver sentito echeggiare nella sua mente il vecchio mantra che ogni capo dell’esecutivo ascolta dentro di sé dai tempi di Lyndon Johnson ogni qual volta decida di impegnare il Paese in un conflitto: non sarò certamente io il primo presidente della storia a perdere una guerra. Non solo, anche l’immediata reazione negativa di Israele alla eventualità di possibili negoziati con la Siria e l’Iran hanno probabilmente influito molto nel determinare l’apprezzamento negativo del Presidente riguardo al rapporto Baker-Hamilton. Il primo ministro israeliano Ehud Olmert subito dopo la pubblicazione del documento si è recato alla Casa Bianca e ha ammonito Bush sulla contrarietà del suo esecutivo nei confronti delle iniziative diplomatiche proposte dal Isq.

Quindi il Presidente è corso ai ripari. Il giorno prima della conferenza stampa di fine anno, il 19 dicembre, ha intrattenuto due giornalisti del Washington Post in una intervista di quasi mezz’ora all’interno dell’Ufficio Ovale e in quella sede ha iniziato l’opera di smantellamento delle conclusioni dell’Isg, tentando, nel contempo di alleggerire le nebbie calate sulla sua amministrazione dopo la sconfitta elettorale di novembre. In quella occasione Bush ha ammesso che gli Usa non stanno vincendo in Iraq, ma nemmeno perdendo e che comunque il Paese doveva terminare il lavoro per cui aveva iniziato l’avventura irachena. A suo giudizio, l’esito delle urne del 7 novembre non andava interpretato come segno di sfiducia nei confronti della sua politica verso l’Iraq, ma piuttosto come un indice dello scontento per la mancanza di risultati concreti di quella stessa strategia.

In quella intervista Bush aveva anche sostenuto che - a suo parere - era necessario incrementare il numero di soldati impegnati nella guerra al terrorismo, senza però fare alcun riferimento all’Iraq. Il giorno dopo, nella conferenza stampa di fine anno, era uscito allo scoperto: pur rimandando ai primi del 2007 la decisione su quale corso d’azione applicare in Iraq, rispondendo alle domande dei presenti si era detto convinto che nel Paese mediorientale la priorità era quella di aumentare il numero di truppe utilizzate e non diminuirle come sostenuto dal Isg.

La sua presa di posizione potrebbe essere stata influenzata dalle conclusioni di un altro rapporto preparato da Frederick Kagan e Jack Keane, due esperti dell’American Enterprise Institute (un think tank conservatore da cui sono provenuti molti membri dell’amministrazione Bush). Secondo i due esperti, la strada da seguire per rimettere in carreggiata la ormai sgangherata e quasi bloccata macchina politico-militare statunitense in Iraq dovrebbe essere quella di privilegiare la sicurezza della popolazione irachena e il contenimento della violenza settaria, abbandonando o ridimensionando l’obiettivo seguito finora del training delle forze armate del premier Nuri Kamal Al Maliki.

Ma per far ciò, a giudizio dei due esperti è necessario incrementare il numero di truppe presenti a Baghdad di almeno sette brigate dell’esercito e altrettante dei Marines. Solo così sarebbe possibile liberare dalla violenza la zona della capitale e della provincia di Al Anbar, base da cui partire per avviare la ricostruzione e infondere nuova fiducia nella popolazione. Con tali premesse sarebbe così possibile passare alla fase della ‘irachizzazione’ del conflitto e in seguito del ritiro delle truppe statunitensi. Tale strategia potrebbe incontrare alcune resistenze da parte del Joint Chief of Staff, il comando interforze da sempre convinto che aumentare la quantità di soldati significherebbe solo aumentare il numero degli uomini bersaglio della violenza terroristica, ma potrebbe trovare una accoglienza diversa in altri settori della opinione pubblica americana e internazionale.

Ad esempio nel campo dei democratici, vincitori delle recenti elezioni di mid term che da tempo sono convinti assertori di tale approccio poiché convinti che proprio la scelta di un esercito leggero e ipertecnologizzato, voluto dal precedente responsabile del Pentagono Donald Rumsfeld, sia alla base dei rovesci subiti in Iraq e anche perché con un numero maggiore di truppe professioniste si potrebbe alleggerire l’attuale tensione esistente sui riservisti e sulle Guardie Nazionali dei vari Stati. Come si è visto sopra, anche lo Stato israeliano, al cui sostegno prioritario sono da sempre votate alcune parti importanti dell’attuale amministrazione repubblicana, potrebbe esprimersi a favore del nuovo corso d’azione poiché escluderebbe l’uso della diplomazia e la possibile apertura del dialogo con l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad.

Infine, seguire il corso d’azione proposto da Kagan e Keane, potrebbe permettere a Bush di non rinunciare a un obiettivo per lui essenziale, sia in termini di lascito politico della sua amministrazione, sia per il ristabilimento della fiducia in se stesso del popolo americano dopo lo shock del 11 settembre: la vittoria in Iraq. Un esito impossibile da ottenere seguendo la strada più pragmatica e più realista indicata dal rapporto Baker-Hamilton.

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