Anno 2006

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Il 90° anniversario della ‘decimazione di Cercivento’

Massimo Grizzo, 7 luglio 2006

Esattamente novant’anni fa, quando in Europa era in corso la Grande Guerra, si consumò in Carnia (terra di separazione fra eserciti opposti, italiano e austroungarico), un drammatico episodio passato alla storia come “la decimazione di Cercivento” che ancora oggi, a distanza di molti anni, fa discutere e riflettere. Ecco i fatti.

Nel giugno del 1916 un battaglione dell’Ottavo reggimento alpini, impegnato sulle alture del Coglians (Alpi Carniche) venne inviato al fronte per riconquistare il Monte Cellon. Tra le fila del reparto erano inquadrati anche quattro giovani carnici (Silvio Gaetano Ortis, di Paluzza; Giovanni Battista Corradazzi, di Forni di Sopra; Basilio Matiz, di Timau; Angelo Massaro, di Maniago), i quali si trovavano lì solo perché costretti dalla chiamata alle armi. In cuor loro non erano certo mossi da odio nei confronti di quei “nemici” austriaci di oltre confine che fino a poco tempo prima erano loro amici, loro vicini, loro colleghi di lavoro e, in qualche caso, loro parenti, come spesso accade tra la gente che vive nelle aree di frontiera ingoiate dalle guerre. In Carnia non c’era infatti quel coinvolgimento irredentista che animava invece il resto d’Italia.

Per riprendere il monte Cellon il comandante dell’unità, il capitano Armando Ciofi, impostò una strategia d’attacco che incontrò la resistenza della truppa. Per i soldati, che ben conoscevano quelle montagne, il piano era avventato e destinato a sorte infausta e quindi cercarono invano di suggerire all’ufficiale diverse modalità d’azione, rifiutandosi di attuare gli ordini impartiti. Ma ciò, alla luce anche della poca animosità antiaustriaca di alcuni (in particolare dei quattro giovani carnici), venne considerato come un atto di ribellione.

Dopo un rapido consulto con il comando militare di Arta Terme, tutto il battaglione (80 uomini) venne consegnato ai Carabinieri e tradotto nel paese di Cercivento, situato nelle allora retrovie rispetto al fronte dei combattimenti. Per quattro giorni i “ribelli” furono tenuti a pane ed acqua, in attesa di sapere cosa ne sarebbe stato di loro. Poi la mattina del 29 giugno vennero portati in massa dentro la chiesa parrocchiale del paese, dedicata a San Martino, per essere processati. L’altare maggiore venne isolato con un telo e il Santissimo Sacramento portato in sacrestia, quasi a difendere l’entità sacra del posto dall’imminente profanazione.

Il processo, condotto da un tribunale speciale militare presieduto dal generale Porta, ebbe durata breve oltre che esito scontato. Morte per fucilazione fu il verdetto emesso il giorno seguente. Nella tragedia umana di quei quattro ragazzi condannati, anche un profondo dramma etico: una sentenza di morte deliberata in un luogo sacro. All’alba del giorno dopo, sabato 1° luglio, la sentenza fu eseguita nei pressi del cimitero, a poca distanza dalla chiesa, senza che ai parenti dei condannati fosse consentito piangere o proferire parola. Solo successivamente venne riconosciuta l’innocenza di quei giovani anche se ad oggi, non si è ancora concluso l’iter per la loro riabilitazione ufficiale. Da allora ogni anno l’Associazione nazionale alpini commemora l’accaduto con una piccola cerimonia presso il cippo posto nel luogo della tragedia.

Quest’anno, esattamente nel giorno del novantesimo anniversario della esecuzione, il Movimento culturale “Julia Carnica”, in collaborazione con le associazioni Historia e Limes Club di Pordenone, hanno organizzato una giornata di ricordo del drammatico episodio a Cercivento. Nel programma, un interessante convegno dal titolo “La guerra. Ieri, oggi, domani. Storia e geopolitica” con ricostruzione dell’evento storico, vari contributi di approfondimento e l’intervento di monsignor Alfredo Battisti, arcivescovo emerito di Udine, ed un’apprezzata rievocazione teatrale del famoso processo, realizzata sul sagrato della Chiesa di San Martino teatro oggi come nel 1916 del dramma di Cercivento.

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