Anno 2006

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Morire per la Patria, in pace e in guerra

Roberto Iannarelli,17 novembre 2006

In occasione del 12 novembre, terzo anniversario dell’attentato di Nassiriya, si è assistito a numerose discussioni - se non addirittura polemiche - pubblicate su tutti gli organi d’informazione a proposito delle celebrazioni per la ricorrenza. Le proteste e le richieste delle ‘vedove di Nassiriya’, riportate dalle cronache, testimoniano il sincero e nobile intendimento di chi vuole onorare non solo e non tanto i propri morti, quanto le Forze armate cui i loro cari appartenevano. Sicuramente non protestano al fine di lenire la loro sofferenza con riconoscimenti e pubbliche celebrazioni. Ma, come talvolta accade, tanto è meritorio il fine quanto sono sbagliati i mezzi. Si tratta di una materia delicata per la sensibilità personale di ognuno, nella quale conviene essere concisi, anzi lapidari, per evitare fraintendimenti: sì al ricordo, no alle medaglie, no alla istituzione di giornate alla memoria dedicate.

Il ritenere che si possano onorare le Forze armate tramite speciali riconoscimenti ai caduti di Nassiriya porta con sé un vizio d’origine e offre ad altri – insinceri – soggetti la possibilità di strumentalizzare tali richieste per fini solo in apparenza coincidenti con quelli dei famigliari. Sono soggetti bipartisan, a giudicare dalle loro dichiarazioni pubbliche, in ugual misura infastiditi quando viene reclamata una linearità di pensiero, un’invocazione del principio di causalità che sembra non essere patrimonio della cultura politica italiana costretta a inchinarsi al politically correct traducibile in questo frangente nella necessità di non inimicarsi gli elettori (ma sono poi molti?) anti militare-militare e pro militare-pacifista.

In cruda aderenza al succitato principio di causalità, conviene osservare che si fa il soldato coscienti di poter morire in servizio. Il fatto che non sempre accada, è puramente incidentale. Ci si reca dove il governo manda senza ulteriori distinguo sulle motivazioni: i soldati, in quanto tali, non vanno a difendere la pace, vanno perché mandati a fare il loro mestiere. Il soldato, quando fa parte dell’esercito di un Paese democratico, è ragionevolmente certo che lo strumento militare non sarà usato a fini autoritari o totalitari o per mire espansionistiche e tanto gli basta.

Chi ha in mente principi diversi, non deve fare il militare di carriera, ma dedicarsi ad altri onorevoli mestieri o più paganti professioni. In questo non va travisato alcun rigurgito di superomismo di stampo nietzscheano, ma solo una richiesta di coerenza nel ‘essere’ e nel ‘fare’ di ciascuno di noi, del singolo e delle istituzioni, ognuno al suo livello. Coerenza che obbliga a percorrere fino in fondo tutte le implicazioni logiche derivanti da una affermazione, da una situazione, da un’azione, anche a costo di essere brutali: perché conferire una medaglia d’oro al valore militare per i caduti di Nassiriya. Non c’è stata un’azione eroica, che peraltro va valutata per ogni singolo e non collettivamente, ma solo un normale lavoro da militari in zona di guerra.

L’essere in stato di guerra conclamata, susseguente a una formale dichiarazione di guerra, o in ‘missione di pace’ non sposta i termini del problema. La vita di un soldato caduto durante una guerra mondiale non vale meno di quella persa in questi moderni teatri di guerra non dichiarata. Eppure nessuno ha mai pensato di conferire medaglie d’oro a tutti i soldati solo perché deceduti in guerra. Ci si domandi piuttosto che senso abbia celebrare il soldato caduto e poi trattare le Forze armate come il fanalino di coda delle istituzioni al servizio del Paese quando queste costituiscono il nocciolo duro, la prima forma di Stato, il così detto ‘Stato minimo’ delle democrazie nate proprio dall’aver assicurato l’ordine interno e la difesa dall’esterno.

Pagare di più un soldato italiano solo sul teatro operativo o dare un indennizzo alla famiglia quando lo stesso perde la vita sono criteri che ricordano esattamente il funzionamento degli eserciti mercenari nel basso medioevo, mentre un senso autenticamente democratico delle nostre Forze Armate imporrebbe che i soldati fossero pagati quanto i loro colleghi europei, che fossero integrati nel naturale ordine sociale, stimati e considerati dallo Stato, dai cittadini e dalla politica nel loro lavoro di tutti i giorni. Oppure eliminiamo le Forze armate, che è pur sempre un’alternativa democratica e coerente. Reclamare riconoscimenti particolari, medaglie, indennizzi, se pur l’umanamente comprensibile, significa aderire involontariamente alla parte di coloro che vogliono mettere in evidenza che Nassiriya e gli altri episodi luttuosi sono e restano fatti del tutto atipici, negando la conseguenzialità naturale che lega soldato e morte su un campo di battaglia.

Significa affermare che, per lo Stato, le Forze armate non sono più quello che il senso comune suggerisce, ma organi sussidiari di altre realtà a esse estranee, che i soldati vanno interpretati esclusivamente come ‘operatori di pace’. Allora, morire in ‘missione di pace’ non è neppure concepibile, quelle morti devono essere stigmatizzate come icone del fallimento della missione. Significa voler usare le Forze armate come uno dei tanti strumenti della politica senza tenere in alcun conto che sono due realtà che usano strumenti diversi quali, da una parte il compromesso, dall’altra le logiche millenarie degli scontri armati che mal si adattano a una visione del tutto irrealistica e incongruente degli eserciti. Se per la politica italiana di oggi, è possibile distinguere le azioni militari in ‘missioni di pace’ e ‘missioni di guerra’, questo, dal punto di vista del soldato, è un assunto senza alcun senso: le cannonate non si fermano davanti al compromesso, ma solo contro i bersagli e quando il proiettile ti colpisce, ti uccide anche se si trattava di una pallottola politicamente pacifica.

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