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| Anno 2006 | |
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Il Kanùn (dal greco canon, ovvero ordine o restrizione) di Leke Dukagjini è quello più conosciuto ma non è l’unico Kanùn esistito in Albania. Ce ne è stato più d’uno e i più importanti sono cinque. Il Kanùn di Leke Dukagjini veniva osservato nelle montagne del nord dell’Albania, esattamente nella regione di Dukagjin vicino a Shkodra (Scutari) e anche in Kosovo fino al 15° secolo. Le condizioni ambientali molto aspre, dovute al clima freddo delle montagne e la mancanza di vie di comunicazione, hanno fatto in modo che le regole di questo Kanùn si conservassero inalterate fino ai giorni nostri.
Nel Kanùn di Leke Dukagjini non si parla solo di vendetta, come purtroppo riferito dalla stampa sensazionalistica. Il Kanùn era un sistema legislativo completo che regolava il rapporto tra la società civile e la chiesa cattolica che godeva in alcune regioni di troppi privilegi ed era invece molto debole nelle zone con prevalenza musulmana. Si dettavano inoltre le norme che regolavano il matrimonio, la famiglia, le diverse forme di contratto e di come potevano essere sciolte le controversie in caso di disaccordo sopravvenuto tra le parti. Un’altro Kanùn, un pò meno conosciuto ma non per questo meno interessante, è quello di Skenderbeu che veniva osservato nella regioni di Kruja, Mat, Dibra fino ad Elbasan e Librazhd al sud, territori questi, che furono sede per lungo tempo del principato dei Kastrioti, nome della famiglia originaria di Skenderbeu. (Skender = Alessandro con il suffisso Bey ovvero ‘grande’, titolo attribuito dagli ottomani al valoroso principe Giorgio Kastrioti). Il Kanùn di Skenderbeu è stato raccolto e codificato da Dom Frano Ilia durante gli anni 1936-1966 ed è stato pubblicato in Italia nel 1993 con il titolo di “Kanuni di Skenderbeut Mbledhe e kodifikue nga Dom Frano” dalla casa editrice La Rosa. Questo Kanùn contiene un primo capitolo introduttivo nel quale si parla della regione in cui il codice era in uso e altri sette capitoli nei quali sono raggruppate le norme che regolavano rispettivamente la famiglia, la casa, le obbligazioni, il governo, le punizioni, le amnistie e infine la chiesa. Se confrontiamo il Kanùn di Leke Dukagjini con quello di Skenderbeu, tenendo conto che sono stati raccolti in tempi diversi e quindi in contesti sociali che si sono evoluti, possiamo notare che questi due Kanùn nei loro istituti principali sono simili, ma nel Kanùn di Skenderbeu si comincia a sentire l’influenza della Sharia (le regole sacre dei musulmani) in conseguenza della forte integrazione con questa religione dopo l’invasione turca e di diverse particolarità della regione dove questo Kanùn veniva applicato. Un altro Kanùn e quello di Puka, che veniva osservato nella regioni di Puka e di Mrdita. Questo è molto simile a quello di Leke Dukagjini, anche perché le regioni dove veniva utilizzato erano parte dei territori dei Dukagjini che a quel tempo era una grande famiglia. Il Kanùn di Puka ha anche le sue particolarità che lo fanno risultare unico. Questo Kanùn è stato raccolto e codificato da Xhemal Muci. Un altro Kanùn da menzionare è quello di Luma, che veniva seguito nella zona di Luma vicino a Kukes ed è stato molto ben conservato. E’ molto originale e diverso dal Kanùn di Leke Dukagjini, rigido e severo nelle sue regole tanto che sembrava rifarsi alla regione aspra e montagnosa cui apparteneva. Il Kanùn di Luma, invece, è molto più moderato e in alcune situazioni tollerante ed elastico. La base è la stessa, ma il Kanùn di Luma è molto più evolutivo. Questo Kanùn è stato raccolto e codificato dall’etnografo Shefqet Hoxha. L’ultimo, ma non meno interessante dei Kanùn elencati finora è quello di Laberia ed è l’unico conosciuto che veniva osservato nel sud dell’Albania e nella zona di Laberia, che a quel tempo era molto più ampia di quella odierna. Questo Kanùn si è conservato molto bene ed è stato raccolto da Rrok Zajzi. Gli istituti principali sono più o meno gli stessi che troviamo nel Kanùn del nord dell’Albania, ma il Kanùn di Laberia mostra molto bene le particolarità culturali della zona. Il Kanun ha regolato, seppure con le differenze dovute alle diverse condizioni storiche, ambientali, politiche, il vivere sociale in molte regioni dell’Albania. E’ riuscito nel difficile compito di sopravvivere fino ai nostri giorni, resistendo anche all’enorme impatto della dominazione ottomana che imponeva la Sharia. Unico caso, in una regione occupata per così lungo tempo da popoli islamici, il Kanùn è riuscito a rimanere legge parallela senza farsi assorbire o sopraffare dalla Sharia. Così il cosiddetto Jus Albanicae (il diritto degli albanesi) ha continuato a regolare valori fondamentali come l’uguaglianza, l’ospitalità, l’onore, il perdono e molti altri. I differenti Kanùn potevano differire tra loro per alcune caratteristiche, ma per tutti invariabilmente valevano alcuni statuti inderogabili: l’onore, la parola data, l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge. Queste erano le regole fondamentali del Kanùn. Nel Kanùn di Leke Dukagjini era scritto che “la casa dell’albanese è di Dio e dell’ospite” oppure che “il buono e il cattivo hanno lo stesso prezzo” (recentemente in un dibattito televisivo un famoso politico italiano ha esclamato che “il sangue del giusto e quello del reo hanno lo stesso valore”. Si richiamava al Kanùn? O alla Bibbia, che in più passi esprime lo stesso concetto?). La famiglia era rigidamente patriarcale e anche il fidanzamento era stabilito dagli anziani della famiglia. Il matrimonio, ad esempio, si celebrava in modi diversi. Un modo molto particolare, ammesso solo dal Kanùn di Leke Dukagjini, era il matrimonio con la ‘prova’. Il marito prendeva la donna in casa per un anno, periodo che era considerato come tempo di prova, e se la donna durante questo tempo non contraeva una gravidanza, il matrimonio era sciolto e il marito poteva tenerla con sé per pietà, e riacquisiva il diritto di prendere un’altra sposa. Un’istituto molto importante del Kanùn, che è riuscito a tramandarsi fino ai giorni nostri, è il Gjakmarria che si può anche definire come ‘vendicare un omicidio con il sangue’, concetto finemente diverso da una semplice vendetta. Del Gjakmarria si hanno tracce in ampia parte del mondo antico: Grecia, Roma, Corsica, Persia e anche in Cina. Il Gjakmarria è ritenuto da alcuni sociologi, studiosi di quelle civiltà antiche, un istituto indispensabile, date le condizioni economiche e sociali di quei tempi, quando la vita di una persona era sempre in pericolo. In pratica, con un’immagine molto figurata ma efficace, era una specie d’assicurazione sulla vita. Nel Kanùn di Leke Dukagjini e negli altri Kanùn, veniva ucciso per Gjakmarria colui che aveva commesso l’omicidio, secondo la regola ‘gjku shkon per gisht’ che, con un gioco di parole difficile a rendersi, vuol dire ‘il sangue scorra attraverso il dito’ e quindi si sarebbe dovuto colpire solo la persona responsabile del crimine. Tuttavia il Kanùn era qui piuttosto estensivo e per Gjakmarria si potevano colpire tutti i membri maschi (quindi coloro con lo stesso sangue) che vivevano sotto lo stesso tetto, con alcune precisazioni. Entro le prime 24 ore dall’omicidio o dall’aggressione, potevano essere colpiti non solo i familiari di chi aveva commesso il crimine ma anche gli altri parenti maschi dell’omicida. Di conseguenza, costoro si ritiravano in casa e cercavano di proteggersi. Alcune tracce sono rimaste fino a non molto tempo fa nel cosiddetto omicidio passionale, ormai abrogato, in cui la pena inflitta all’omicida, reo di questo tipo di crimine, era più mite. Nella vecchia norma il concetto di omicidio passionale era facilmente configurabile quando fosse stato leso l’onore del singolo o della sua famiglia e il delitto avveniva nell’immediata vicinanza temporale dal fatto disonorevole (tipico il trovare la consorte in flagranza di adulterio). Tutto ciò è ormai da noi memoria storica e giuridica. In pratica, nel Kanùn, all’apice del desiderio di vendetta - nelle prime 24 ore - era concessa una specie di franchigia che estendeva la consanguineità del reo fino ai parenti anche lontani, purchè maschi. Passate le prime 24 ore, la franchigia cessava e si potevano colpire solo i familiari maschi che abitavano sotto lo stesso tetto dell’aggressore. La donna non si poteva mai uccidere per Gjakmarria, in quanto figlia di un’altra famiglia e inoltre, secondo il Kanun, non era concepibile ricostituire l’onore della famiglia con l’uccisione di una donna. Inoltre il Kanùn preservava dal Gjakmarria i bambini, i vecchi e le persone disabili. In realtà, la famiglia della vittima desiderava sopra ogni cosa vendicarsi uccidendo il più forte e rappresentativo maschio della casa di chi aveva arrecato l’offesa. Questo era considerato il modo più brillante per riscattare l’onore ferito della famiglia. Secondo la tradizione, il Gjakmarria poteva essere eseguito ovunque, ma esistevano alcune restrizioni sulle quali il Kanùn era molto severo. Ad esempio, il Gjakmarria non poteva essere compiuto nella casa che era comunque sempre considerata sacra. Il Kanùn di Leke Dukagjini diceva che l’ospite che entra nella tua casa deve essere il benvenuto, anche se è il tuo peggior nemico. Non si poteva uccidere in alcuno dei posti pubblici come il Consiglio degli Anziani, le chiese e gli altri luoghi di culto o affidati alla pubblica fede. Rigorosamente, il Gjakmarria doveva essere sospeso in caso di guerra col nemico. Queste regole e cerimoniali davano al Gjakmarria un tenore quasi religioso e quindi garantivano il riscatto dell’onore perduto di una famiglia. Onore perduto col sangue, onore riacquistato col sangue. Prima di commettere l’omicidio, la vittima doveva essere chiamata per nome ad alta voce, poi l’assassino (il vendicatore) gli diceva chi era e perchè gli stava sparando. Mai si doveva uccidere a tradimento oppure tirando un colpo alle spalle. Una traccia di questo rigore si ritrova ancora nell’aneddotica legata alla mafia. Chi non ricorda i ripetuti appelli “Voltati Johnny!” nel famoso film Johnny stecchino di Benigni? Dopo l’uccisione, l’assassino vendicatore doveva lasciare l’arma sul posto del delitto, sopra al corpo della vittima e andare a dire a tutte le persone che giustizia era stata fatta. Quindi il Kanùn era legge severa, impositiva, che non lasciava ampi margini di libertà alle tribù che la osservavano e quindi pressoché costrette, quando si verificavano le situazioni previste, a eseguire gli omicidi rituali. Certamente non si poteva uccidere indiscriminatamente e lo stesso Kanùn dettava diverse regole per cercare di limitare e regolamentare il Gjakmarria: una di queste era basata sulla parola d’onore. Se veniva data la propria parola entro 24 ore, per i successivi 30 giorni dopo l’omicidio l’aggressore era al sicuro dal Gjakmarria, tuttavia la persona che aveva commesso il crimine doveva recarsi presso la casa dell’ucciso, prendere parte al funerale e fare i dovuti onori alla famiglia della vittima. Può darsi che, scaduti i trenta giorni, le famiglie potessero trovare un modo non cruento per accordare una ‘bese’, promessa solenne di riappacificazione. Oppure no. Un altro modo di cercare di riconciliare le due famiglie poteva avvenire tramite comuni amici. In alcuni casi si riusciva a far riconciliare le due famiglie, per esempio, se quella dell’aggressore concedeva una somma in denaro e se la famiglia della vittima accettava questa forma di riconciliazione. Se una delle famiglie voleva essere perdonata dall’altra famiglia doveva cercare di trattare, ma questo era difficile se non impossibile, poichè nessuno era disposto a parlare con l’assassinio del proprio figlio o del proprio padre. La tradizione dice che “sbagliare è umano ma perdonare è divino”. Una modalità assai drammatica per tentare la riconciliazione da parte della famiglia dell’aggressore, era quello di deporre il più piccolo dei maschi della famiglia, di solito un bambino di pochi mesi, da parte di una delle donne, di fronte alla porta di casa dell’altra famiglia. Allora il membro più anziano della casa offesa doveva decidere cosa fare del bambino. Potevano decidere di uccidere il bambino e in questo modo la faida si ritorceva verso i membri l’altra famiglia che da aggressori passavano dalla parte della vittima, scatenando spirali di odio e violenza che potevano durare per molte generazioni. Potevano altresì decidere di lasciar morire il bambino di freddo e di fame fuori della porta e nessun membro della famiglia poteva contraddire il volere del più anziano della casa. Stava a lui solo decidere se il bambino poteva essere preso in casa. In questo caso, la famiglia dell’aggressore poteva cominciare a nutrire la speranza di portare a termine una trattativa pacifica per giungere alla ricomposizione della discordia delle famiglie “in sangue”. I Kanùn seguiti nelle diverse zone dell’Albania oggi hanno perso il loro originario potere ma alcuni istituti, come il Gjakmarria, continuano a influenzare la vita di molte persone che vivono nel estremo nord del Paese. Questa gente dice di seguire il Kanùn, anche se oggi l’Albania ha un ordinamento civile moderno con i tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) democraticamente rappresentati, ed è una nazione che persegue lo scopo di entrare nell’Unione Europea e nella Nato. Tuttavia, c’è ancora gente che invoca il Kanùn per farsi giustizia da sé oppure per esercitare la propria arroganza, ma in realtà le regole del Kanun non vengono più rispettate e la stessa parola Kanùn ha perso di ogni significato, esibita solo come scusa per esercitare violenza indiscriminata. Nella maggior parte dei casi coloro che dichiarano di rischiamarsi al Kanùn, neppure ne conoscono le regole più elementari. Purtroppo le cronache riportano di centinaia di bambini del nord dell’Albania che sono costretti a vivere chiusi nelle loro case e a nessuno dei loro persecutori viene in mente che il Kanùn proibisce l’omicidio di bambini. Questi bambini non possono uscire neppure per andare e scuola e sono anemici, con disturbi dell’accrescimento per la scarsa esposizione alla luce solare necessaria per la vitamina D, quasi tutti analfabeti e in condizioni economiche disperate perché gli uomini sono costretti a stare rinchiusi in casa e non possono lavorare. Le donne sono diventate i veri uomini della casa e vanno a lavorare fuori al posto degli uomini per sopravvivere. Questa gente è povera e ignorante, ma sempre molto orgogliosa e rigida. Soprattutto l’orgoglio non permette loro di capire e accettare che tanto tempo è passato e molte cose sono cambiate anche nelle loro montagne. Per loro la parola perdono è un concetto assai più difficile da accettare e preferiscono perseguire la vendetta per anni e anni, di generazione in generazione. E in questo non sono aiutati dai compagni del villaggio che riacutizzano il loro dolore ogni volta che, seduti a terra a gambe incrociate, passano loro il raki (distillato simile a grappa) sotto al ginocchio, per ricordare loro che sono disonorati.
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