Anno 2006

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Libri, Storia dello spionaggio, di Vialardi di Sandigliano e Ilari

Walter Leotta, 6 luglio 2006

Tomaso Vialardi di Sandigliano e Virgilio Ilari, Storia dello Spionaggio (L’Intelligence Militare italiana - L’Intelligence elettronica - L’intelligence cinese), Savigliano, AE - L’Artistica Editrice, 2006, pp. 166.

Il volume raccoglie, in maniera più indagata e molto materiale inedito, gli atti della tavola rotonda sulla “Storia dello Spionaggio” organizzata a Biella il 23 settembre 2005 dall’Associazione degli amici degli archivi storici in collaborazione con la Società italiana di storia militare di Roma. Un’intera giornata di studio con la partecipazione di esperti non solo italiani è diventata un leggibilissimo libro che concorre all’intenso dibattito internazionale sulle funzioni e sul futuro dell’intelligence. Accompagnano il volume una bibliografia e un indice dei nomi particolarmente approfonditi.

Lo spionaggio militare del regno di Sardegna ha battesimo nell’aprile 1855 quando nella “Breve istruzione sul Servizio degli Uffiziali del Corpo Reale di S.M. in tempo di guerra” emanata a Torino, tra le attività istituzionali dello Stato Maggiore, spiccano il “Servizio delle missioni speciali” e il “Servizio segreto”. Il tentativo di Giuseppe Govone, primo responsabile di quello che nel XX secolo sarà l’Ufficio “I”, di rendere tatticamente fruibile la massa d’informazioni raccolte attraverso i canali più disparati (spie, disertori, giornali) fu preso in poco conto dallo stesso Stato Maggiore. Undici anni più tardi, l’emarginazione dell’informazione fu una delle cause principali della disfatta di Custoza.

Curato dallo storico militare Tomaso Vialardi di Sandigliano, presidente dell’Associazione degli amici degli archivi storici e da Virgilio Ilari, docente di Storia delle istituzioni militari alla Cattolica di Milano e presidente della Società italiana di storia militare, il libro può essere diviso in due sezioni: la prima, dedicata all’intelligence militare italiana, analizza il difficile battesimo dell’iniziale rete spionistica piemontese e la sua evoluzione fino al 1949; la seconda, dedicata all’intelligence contemporanea, analizza l’evoluzione del “sistema informazione” attraverso l’intelligence elettronica e delinea i nuovi attori mondiali, l’intelligence cinese e il terrorismo.

Da Custoza a oggi, allo spionaggio umano (Humint) si sono affiancate forme di intelligence più sofisticate (Elint, Imint, Sigint, Techint), un secolo e mezzo denso di giochi di spie che hanno coinvolto anche l’Italia, come le grandi sconfitte della Regia Marina (Capo Matapan, i convogli diretti in Africa settentrionale), per decenni giustificate dalla presenza di traditori a Supermarina che avrebbero segnalato agli inglesi le uscite delle nostre unità. Una convinzione che causò nel dopoguerra una caccia alle streghe ancora oggi difficile a morire, nonostante gli effetti devastanti di “Ultra” siano ormai di dominio pubblico. La storia di questo programma segretissimo che consentì agli inglesi di violare i codici italiani e tedeschi è ripercorsa con il consueto rigore e materiale inedito da Alberto Santoni, emerito di Storia e politica navale dell’università di Pisa (Dalla Stanza 40 all’Ultra Intelligence Britannico 1914-1945).

Molti dei fatti che fino agli anni 70 fecero dell’Italia un campo tristemente privilegiato dello spionaggio internazionale hanno radici lontane. Brian R. Sullivan, emerito dell’Institute of National Strategic Studies della National Defense University di Washington, ne sviluppa una chiave di lettura inedita. Anche in tempo fascista la nostra l’intelligence non fece scintille, permettendo l’infiltrazione dei suoi vertici da parte dei servizi segreti sovietici, che tentarono addirittura di arruolare Giuseppe Bottai. Lo sdegnoso rifiuto del gerarca non fu dettato da patrio amore, ma perché ritenne il compenso troppo basso (Soviet Penetration of the Italian Intelligence Services in the 1930s).

L’attitudine non sempre lineare del nostro servizio informazioni militare dal 1861 fino alla fine della seconda guerra è analizzata da Gabriella Pasqualini, docente di Storia del Nordafrica e del Vicino Oriente dell’università di Palermo (Problematiche costanti nel Servizio di Informazione Militare italiano dal 1861 al 1949), mentre il colonnello Filippo Cappellano dell’Ufficio Storico dello SME ne esamina le modalità d’azione in un periodo temporale specifico (L’azione del Servizio Informazioni dell’esercito italiano verso l’Austria-Ungheria fino al 1915). Lo storico Michele Petrolo ritorna invece all’origine piemontese del nostro intelligence, approfondendo la figura complessa di Giuseppe Govone (Il generale Giuseppe Govone e l’organizzazione del servizio informazioni del Regno di Sardegna).

Con il capitolo di Tomaso Vialardi di Sandigliano e del maggior generale Ambrogio Viviani, Capo della 2ª sezione del nostro controspionaggio dal 1970 al 1974, dedicato all’analisi dell’ambigua “fonte Impedian” (Il dossier Mitrokhin) il libro apre tempi più vicini. Nel lavoro dei due specialisti d’intelligence, inedito nella storia dei fatti e delle fonti documentali, si evidenzia l’artatezza delle conclusioni delle Commissioni parlamentari, non solo italiane, che hanno affrontato il caso, conseguenza di quanto scrivono, parlando del nostro spionaggio, Vialardi e Ilari nella loro introduzione: “I servizi d’informazione hanno annebbiato la realtà del proprio ruolo istituzionale con una histoire immédiate che ha accelerato e inflazionato sospetti, condanne e romanzi, nella falsa illusione di rendere più defilati i segreti di un servizio segreto”.

Nel capitolo che il comandante Andrea Tani dedica alla guerra elettronica dalle origini fino alla guerra in Iraq, scopriamo che il primo tentativo di disturbo di comunicazioni radio-telegrafiche fu messo in atto nel settembre 1901 in occasione dell’America’s Cup (Guerra Elettronica e intelligence nella loro dimensione storica), mentre il generale di Corpo d’Armata Fabio Mini, addetto militare italiano a Pechino dal 1993 al 1996, presenta un’analisi di strettissima attualità sulla sconosciuta intelligence cinese (L’intelligence cinese: un miliardo di spie e di spiati).

L’ultimo capitolo del libro, e non poteva essere diversamente, è dedicato alle prospettive della guerra al terrorismo post 11 Settembre 2001, profondamente diverso da quello anche immediatamente precedente, dove Umberto Gori, direttore del dipartimento di Scienza politica e sociologia dell’università degli studi di Firenze, riprende e conclude l’Introduzione di Vialardi e Ilari: “Le guerre di questo secolo sono destinate a essere caratterizzate dal declino di quei vincoli giuridici e morali che hanno scandito l’evoluzione del diritto internazionale e la riflessione sulla legittimità dell’uso della forza armata” (L’intelligence nel sistema internazionale post-bipolare).

La ragion d’essere di questo volume e della sua attualità è spiegata da Carlo Rastelli, membro degli Amici archivi storici, nella sua presentazione: “Un tassello per incominciare a conoscere una storia a volte segreta, la cui realtà è entrata all’improvviso nel nostro lessico giornaliero”.

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