Anno 2006

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Difesa, dalla Finanziaria 2007 alcuni timidi segnali positivi

Giovanni Martinelli, 12 ottobre 2006

La Legge finanziaria per il 2007 era, per molte ragioni, particolarmente attesa dal comparto Difesa: si trattava di capire se, e con quali modalità, fosse possibile un’inversione di tendenza rispetto ai pesanti tagli subiti dalle Forze armate italiane negli ultimi anni. Alla luce dei dati finora noti, peraltro modificabili dal dibattito parlamentare in corso, si può affermare però che vi sono alcuni timidi segnali positivi.

Lo stato di previsione del ministero della Difesa prevede, per il prossimo anno, stanziamenti pari a 12.437,3 milioni di euro, così suddivisi: 8.940 per il personale, 1.940 per l’esercizio e 1.557,3 milioni di euro per l’investimento. Le percentuali sul totale sono, rispettivamente, pari a: 71,9, 15,6 e 12, 5%. L’incremento del bilancio sull’anno scorso è pari al 2,7%, peraltro quasi completamente eroso dall’inflazione, mentre l’incidenza sul PIL dovrebbe attestarsi sui livelli di quest’anno.

Quello che, quindi, a prima vista potrebbe apparire, nonostante l’interruzione nella spirale dei tagli di spesa in valore assoluto, come un provvedimento deludente, si modifica con l’aggiunta di ulteriori elementi. All’interno della stessa Legge finanziaria sono, infatti, inseriti due articoli (113 e 187) piuttosto importanti. Nel primo si prevede l’istituzione di un fondo per la realizzazione di programmi di investimento, con una dotazione di 1.700 milioni di euro per il 2007, 1.550 per il 2008 e 1.200 per il 2009. Nel secondo si istituisce un ulteriore fondo, per le spese di funzionamento, che potrà contare su di una dotazione di 400 milioni di euro per il 2007 e altri 500 per ciascuno degli anni 2008 e 2009.

A questi si aggiungeranno, inoltre, i rimborsi previsti dalla partecipazione a missioni internazionali, come per l’operazione Leonte nell’ambito della missione Onu in Libano. Sempre nell’articolo 187, per ciascuno degli anni dal 2007 al 2009, è autorizzata la spesa di 20 milioni di euro da destinare ad un programma straordinario di edilizia per alloggi del personale volontario. Tutti i fondi sono da iscrivere nello stato di previsione del ministero della Difesa. Alla luce di questi ulteriori elementi, i dati si modificano in maniera significativa perché la funzione Difesa passa a 14.537,3 milioni di euro, con l’esercizio a 2.340 e l’investimento a 3.257,3. Le percentuali, a loro volta cambiano in un 61,5% per il personale, 16,1% per l’esercizio e 22,4% per l’investimento. Ed, infine, il rapporto sul Pil si avvicina all’1%.

Dall’analisi di questi elementi, si può dire che pare invertita la tendenza a cui si accennava sopra, con una maggiore attenzione nei confronti di quei capitoli di spesa (esercizio e investimento) così sacrificati negli anni scorsi (dal 53 al 60% in meno in pochi anni). Di particolare interesse il fatto che il tema Difesa sembra affrontato, finalmente, in maniera complessiva, considerando le esigenze in termini ammodernamento e rinnovamento dei mezzi e dei sistemi d’arma, della loro manutenzione e supporto, nonché per la formazione e l’addestramento del personale, le cui esigenze sono, peraltro, soddisfatte anche dalla costruzione di nuovi alloggi. Non solo, l’intervento non è limitato a un unico esercizio finanziario, ma, piuttosto, si volge lo sguardo più avanti nel tempo, nel tentativo di dare maggiore stabilità e certezza. Infine, i fondi aggiuntivi, ricadendo nel perimetro di competenza del ministero della Difesa, evitano che i tagli apportati negli anni passati diventino, di fatto, strutturali.

Tuttavia, accanto ai segnali positivi, occorre ricordare quelli negativi, come la politica degli interventi straordinari: può essere utile per superare momenti di particolari difficoltà, ma se non è affiancata - e sostituita - da un conseguente aumento dei fondi ordinari, nel lungo periodo corre il rischio di diventare un mero palliativo. Sarebbe stata anche preferibile una maggiore attenzione nei confronti del capitolo dell’esercizio, soprattutto alla luce dell’impiego particolarmente intenso nell’ambito delle numerose missioni all’estero degli ultimi anni e dei problemi derivanti dall’aumento dei costi del carburante. Resta, infine, da risolvere proprio il problema del finanziamento delle missioni. Con lo stralcio, sempre dalla Finanziaria, dell’articolo 188 con il quale era autorizzata, per ciascuno degli anni dal 2007 al 2009, la spesa di un miliardo di euro attraverso un apposito fondo nell’ambito del ministero dell’Economia e delle Finanze, viene a mancare, a oggi, una loro copertura.

Di fronte a un quadro più rassicurante dal punto di vista finanziario, si potrebbe anche affrontare il tema delle dimensioni delle nostre Forze armate. I margini per ridurre il numero del personale (una misura che potrebbe scaturire dall’applicazione dell’articolo 61 della Finanziaria che riduce le risorse per la professionalizzazione a partire dal prossimo anno) ci sono e, soprattutto, senza intaccare più di tanto la componente operativa. Una razionalizzazione (che può anche voler dire chiudere o sciogliere) di comandi, enti, reparti, basi, installazioni, compiti, funzioni e una maggiore integrazione interforze potrebbero consentire consistenti risparmi, economici e di efficienza generale, il tutto senza ripercussioni negative sulla qualità dello strumento militare. Se poi si riuscissero ad allestire e organizzare delle vere forze di riserva e a seguire l’esempio di molti altri Paesi, con una maggiore esternalizzazione di certi servizi, la situazione non potrebbe che migliorare.

Una riduzione, quindi, possibile anche, e soprattutto, in relazione alla assoluta necessità di ottenere nel più breve tempo possibile riequilibrio tra i diversi capitoli di spesa. Una cosa è certa: la situazione del 2006, con il 72% dell’intero bilancio della Difesa destinato al solo personale e appena il restante 28% per esercizio ed investimento, non è più sostenibile. Il primo e minimo, nonché irrinunciabile, obiettivo non può che essere il raggiungimento della parità tra il primo capitolo di spesa da una parte e i secondi due dall’altra. Solo così potrà essere assicurata la corretta funzionalità dello strumento. Una riduzione che, comunque, dovrà tener conto della considerazione che compiti e missioni assegnate non possono prescindere da un adeguato livello quantitativo, scendendo al di sotto del quale verrebbe meno l’utilità complessiva delle Forze armate stesse.

Sarà bene, comunque, non illudersi troppo, i ritardi ed i problemi accumulati nel corso degli ultimi anni richiederanno molto tempo, energie e risorse per essere sanati e risolti. Occorre perciò superare al più presto questa fase all’insegna della gestione di un’emergenza continua, per passare a una nella quale la programmazione di lungo periodo - e con risorse certe - consenta di organizzare in maniera razionale, efficace ed efficiente le Forze armate di un Paese come l’Italia che punta, pur sempre, a recitare un giusto ruolo di primo piano sulla scena internazionale.

Avendo sempre bene a mente ciò che ha detto il capo di stato maggiore della Difesa (“Investire in sicurezza”) e cioè: le scelte che si compiono oggi, avranno dei riflessi sulle Forze armate di domani. In altri termini, i tagli di oggi, non solo incidono in maniera pesante solo sulla attività operativa dei giorni nostri, ma - è bene ricordarlo - gettano le basi per un grave, forse irreversibile, processo di decadimento delle Forze armate che l’Italia avrà fra 10 o 15 anni.

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