Anno 2006

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Se le Forze armate non sono indispensabili, meglio ridmensionarle

Giovanni Martinelli, 25 ottobre 2006

Solo pochi giorni fa, il 19 ottobre scorso, il Corriere della Sera ha pubblicato un lungo articolo-inchiesta, a firma dei giornalisti Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, nel quale era analizzato l’andamento delle spese sostenute da alcune istituzioni della Repubblica italiana, in un arco di tempo che va dal 2001 al 2006. Più nel dettaglio, erano state prese in considerazione quelle sostenute dal Senato, dalla Camera dei deputati, dalla Corte costituzionale, dal Consiglio superiore della magistratura e dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, oltre all’assegno del presidente della Repubblica e la dotazione della stessa Presidenza.

Dall’analisi di questi dati, elaborati dalla Ragioneria generale dello Stato, si scopre come nel periodo considerato il loro totale sia cresciuto in maniera sensibile, passando da poco più di un miliardo e 300 milioni di euro del 2001 a oltre un miliardo e 774 milioni di euro. Un incremento superiore al 36,5%, di poco ridimensionato da un tasso di inflazione, pari al 13% (fonte Istat), tale da portare il dato definitivo a un comunque importante, più 24%. Una corsa che, peraltro, sembra non avere fine, visto che per il 2007 sono previsti stanziamenti che sfiorano gli 1,8 miliardi di euro.

L’occasione per criticare il mondo della politica risulta, quindi, particolarmente ghiotta e con essa la tentazione di cedere a spinte qualunquistiche e demagogiche. Sarà bene, tuttavia, avere sempre ben presente il ruolo fondamentale, anzi insostituibile che tali istituzioni ricoprono per il Paese, al punto da rappresentare l’essenza stessa della democrazia nell’Italia repubblicana. Ciò nonostante, risulta altrettanto impossibile sottrarsi ad alcune considerazioni di carattere più specifico. Infatti, contrapposto a questo aumento di spese, si è assistito a un consistente taglio di fondi che ha riguardato diversi altri settori dello Stato.

Con particolare riferimento al settore della Difesa si ricorderà, infatti, come nel 2001 il bilancio della funzione Difesa stessa fosse pari 12.631 milioni di euro; a distanza di qualche anno, nel 2006, scende a 12.106 milioni di euro che, depurato del tasso di inflazione, si assesta a poco più di 10.530. Utilizzando, quindi, lo stesso arco temporale e lo stesso correttore inflativo, si scopre che le risorse per le Forze armate sono calate di oltre il 16,6%.

Un dato già di per sé eloquente ma che, una volta disaggregato nelle varie componenti di spesa, acquista una dimensione ancora più preoccupante. Infatti, di fronte ai crescenti costi derivanti dal processo di professionalizzazione, i fondi per il personale aumentano di quasi il 30% mentre esercizio e investimento subiscono decurtazioni pari al 54 e al 59 per cento. Una situazione che diventa ancor più paradossale se si pensa che, contestualmente, lo sforzo delle Forze armate è aumentato in maniera esponenziale per le sempre più numerose e impegnative missioni all’estero.

Scelte, quelle dei tagli, giustificate in più di un’occasione come il doveroso contributo al risanamento della finanza pubblica in una fase di congiuntura economica internazionale sfavorevole ma che, alla luce dei dati prima ricordati e dei molti altri che indicano come la spesa pubblica sia nel suo complesso in costante aumento, dimostrano tutta la fragilità della spiegazioni addotte. La realtà, infatti, è ben diversa ed è di natura culturale: manca ancora oggi in gran parte del Paese - e quindi della classe politica che ne è espressione - la piena comprensione del ruolo e dei compiti delle Forze armate in una moderna e grande nazione quale è l’Italia.

Ragioni storiche e politico-ideologiche, che traggono origine prima dalla drammatica esperienza del secondo conflitto mondiale e dopo dalla contemporanea presenza dei più importanti partiti di ispirazione cristiana e comunista nell’Europa occidentale, hanno relegato le nostre Forze armate in un ruolo secondario. Solo negli ultimi anni, grazie all’uso, finanche eccessivo, della figura retorica di ‘soldati di pace’ che compiono solo ‘missioni di pace’, si è assistito a un parziale recupero nel rapporto tra il Paese e il mondo militare. Ma la strada da compiere, quella che deve portare a un rapporto più maturo con temi tanto delicati quanto ancora irrisolti, è ancora lunga.

Il riferimento all’argomento ‘uso della forza’ (militare) non è puramente casuale: rimane a tutt’oggi talmente complicato che il solo prospettarlo è capace di sconvolgere l’intero Paese. Ma - ed è questo il punto - uno strumento militare al quale viene quasi impedito di poter far fronte a uno dei propri compiti principali, quale ruolo e quale futuro può avere? I continui richiami ai - sicuramente fondamentali - vincoli costituzionali possono far dimenticare all’Italia gli obblighi liberamente assunti nell’ambito di quelle organizzazioni internazionali cui abbiamo aderito? Il peso e l’importanza di un Paese sulla scena internazionale possono prescindere dall’essere in possesso di uno strumento quantitativamente e qualitativamente adeguato al rango del Paese stesso? Domande che fanno nascere il dubbio circa la reale possibilità che l’Italia debba avere uno strumento militare allo ‘stato dell’arte’, come se le nostre Forze armate dovessero trasformarsi, ormai, in un qualcosa di non molto diverso da una sorta di incrocio tra un’organizzazione umanitaria e una Forza di polizia.

Eppure le situazioni capaci di dimostrare quale ruolo rivestano per l’Italia le proprie Forze armate non mancano di certo sia in senso positivo sia negativo. Da un lato la recente missione in Libano, nella quale esse sono state impiegate come puro strumento di politica estera tanto da consentirci nel giro di poco tempo di ‘passare all’incasso’ con l’ingresso nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Dall’altro la missione Isaf in Afghanistan, nella quale provvediamo sì a rafforzare (in rigoroso silenzio) il nostro contingente, che però ci guardiamo bene dal mettere a disposizione dei comandi Nato per la condotta di azioni offensive. Come se britannici, canadesi o olandesi fossero più fessi di noi, visto che loro combattono - anche duramente - contro i Talebani, o come se facessero parte di una missione e di un dispositivo totalmente diverso dal nostro.

Forze armate che, fortemente evolutesi nel corso degli ultimi anni, costituiscono senza dubbio un’importante risorsa per il Paese perché capaci di affiancare ai più tradizionali compiti di difesa del Paese e di strumento principe di politica estera, anche quello di ‘produttore’ di sicurezza e stabilità in zone anche lontane dalla madrepatria; una versatilità che le ha portate ad assumere molti impegni, contribuendo ad accrescere il prestigio dell’Italia nel mondo. Ecco che allora un minimo di coerenza tra quanto richiesto e quanto viene dato alle Forze armate stesse sarebbe certamente auspicabile, non fosse altro per obbedire a un elementare ma fondamentale senso di responsabilità nei confronti di chi presta un giuramento di fedeltà a quella Repubblica che sarà chiamato a servire.

Proprio le cifre fornite dall’inchiesta del Corriere dimostrano una volta di più come le risorse finanziarie per soddisfare più di un’esigenza, sebbene non illimitate, vi siano. Il punto cruciale dovrebbe consistere nello stabilire quali debbano essere le priorità per un Paese, distinguendo tra ciò che è superfluo e ciò che non lo è affatto o comunque lo è in misura inferiore. E se le Forze Armate vengono considerate tali, come si evince dai continui tagli e dal clima di sostanziale disinteresse, allora si deve agire in maniera conseguente, diminuendone le dimensioni quantitativa e qualitativa ed evitando di impiegarle oltre le loro capacità, esponendo i militari a inutili rischi.

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