Anno 2006

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Italia vs Forze armate, pensa in grande e agisce in piccolo

Giovanni Martinelli, 30 novembre 2006

Le prossime settimane, se non addirittura i prossimi giorni, potrebbero essere molto importanti per il futuro delle Forze armate italiane. I segnali in questo senso si stanno moltiplicando e l’appuntamento (decisivo?) dovrebbe essere oramai vicino e cioè quel Consiglio supremo di difesa di prossima convocazione da parte del presidente della Repubblica dopo il suo incontro, il 22 novembre scorso, con il presidente del Consiglio e il ministro della Difesa. Una convocazione che segue, di fatto, le dichiarazioni dello stesso presidente della Repubblica in occasione della festa del 4 novembre e nelle quali egli ricordava come, alla luce della difficile condizione di bilancio dello Stato, fossero necessarie verifiche e revisioni in campo organizzativo per ottenere un impiego più efficiente delle risorse disponibili.

Tutto lascia intendere, insomma, che sia veramente vicina la soluzione di quello che rappresenta il punto cruciale dei problemi del nostro strumento militare: il rapporto tra le sue dimensioni e le risorse a esso assegnate. In poche parole, la sostenibilità economico-finanziaria del modello professionale di Forze armate a 190mila uomini. In una tale situazione, l’unica e realistica via di uscita non può che essere rappresentata da una più o meno drastica riduzione degli organici.

Del resto l’imminente Consiglio supremo di difesa non è che l’ultimo degli indizi in tale direzione. In tema di risorse lo stesso ministro della Difesa è stato chiaro: alla luce dei tagli apportati nella scorsa legislatura e della necessità di contenere la spesa pubblica (principio che sembra valere quasi esclusivamente per il comparto Difesa), la prospettiva più realistica è rappresentata dal raggiungimento del valore del 1% del rapporto tra Pil e spese militari entro la fine della legislatura. In pratica nel 2011 - bene che vada - si sarà ritornati agli stessi livelli di una decina di anni prima.

Gli stessi provvedimenti contenuti sia nel bilancio ordinario che nella legge finanziaria per il 2007 a una più attenta lettura costituiscono solo in parte quella tanto sospirata inversione di tendenza (o bisogna parlare di discontinuità?) con il precedente esecutivo. I fondi previsti, sia per l’investimento che per l’esercizio, ad altro non servono se non per pagare impegni già presi verso aziende e fornitori e fino a oggi non rispettati. In pratica non è possibile intraprendere alcun nuovo programma di investimento o ammodernamento, mentre per l’esercizio stesso rimangono sostanzialmente inalterati i problemi relativi a voci di spesa fondamentali quali la formazione nonché l’addestramento del personale e la manutenzione dei mezzi.

Per ciò che riguarda, invece, il tema delle dimensioni Forze armate, sempre la legge finanziaria prevede una riduzione dei fondi per la professionalizzazione delle stesse, che si tradurrà in un’analoga riduzione del numero dei volontari in ferma prefissata valutata in almeno diecimila unità. Riduzione che, gioco forza, non potrà non riguardare tutte le altre componenti delle Forze armate. L’effetto combinato di queste norme con i pesanti tagli apportati alla Difesa che, iniziati nel luglio 2004, hanno più che dimezzato le risorse per i fondamentali capitoli dell’investimento e dell’esercizio e che molto difficilmente potranno essere riassorbiti completamente, costituiscono la cornice entro la quale si inserisce questo più che probabile taglio strutturale del personale.

Ma come si è potuti arrivare ad una tale situazione? Si tratta, senza alcuna ombra di dubbio, di una sorta di corto circuito tutto interno alla politica italiana. Tutto comincia nel corso della 13^ legislatura, quando il Parlamento approva la legge 14 novembre 2000 n. 331. Un provvedimento, per certi versi, storico perché sanciva la sospensione del servizio di leva obbligatorio, la contemporanea istituzione del servizio militare professionale con la relativa valutazione degli oneri finanziari fino al suo completamento (temi ulteriormente precisati con la Legge 23 agosto 2004 n. 226), fissava la consistenza numerica delle 'nuove' Forze armate in 190mila uomini e, inoltre, ne precisava i compiti: la difesa dello Stato, l’operare al fine della realizzazione della pace e della sicurezza, in conformità alle regole del diritto internazionale e alle determinazioni delle organizzazioni internazionali delle quali l’Italia fa parte, il concorrere alla salvaguardia delle libere istituzioni e svolgere compiti specifici in circostanze di pubblica calamità e in altri casi di straordinaria necessita ed urgenza.

In altre parole, appena sei anni fa, e in presenza di un quadro generale di sicurezza più favorevole e di un impegno complessivo dello strumento militare meno consistente di quelli attuali, il Parlamento varava una legge che trasformava radicalmente la struttura delle Forze armate, ne stabiliva i compiti e, soprattutto, ne fissava la consistenza numerica. Peccato che poi la politica stessa si sia dimenticata di corrispondere le risorse necessarie per rendere coerente il tutto.

Quella che si profila è quindi una riduzione dello strumento che, si badi bene, non avviene per una diminuzione delle minacce per il Paese e per il mondo in generale, al quale corrisponda una condizione di maggiore sicurezza e stabilità. Non avviene un aumento dei fondi destinati all’acquisizione di quelle nuove tecnologie che consentono, a parità di capacità operative, di enfatizzare l’aspetto qualitativo rispetto a quello quantitativo ma, nemmeno, per una diminuzione degli impegni delle Forze armate o, ancora, per giungere a una razionalizzazione laddove necessaria. Nulla di tutto questo. La riduzione avverrà molto semplicemente perché è mancata - tanto per cambiare - la giusta, adeguata e corretta attenzione nei confronti di tutti questi temi, principalmente in termini di fondi assegnati.

Una decisione che, peraltro, appare oramai inevitabile anche alla luce della più totale impossibilità di pianificare, rispetto a qualsiasi orizzonte temporale, alcunché da parte dei vertici militari, in presenza di un quadro che, come ricordato più volte, rimane caratterizzato da risorse decrescenti e sempre più incoerenti rispetto ai compiti assegnati. In sintesi: una condizione di quasi totale incertezza sul futuro. Ma una decisione che diventa ancor più paradossale alla luce del fatto che la transizione al modello previsto dal Parlamento è ancora lungi dall’essere completata, visto che tale traguardo è (era?) fissato nel lontano 2021. Invece, nel giro di poco più di un lustro, le Forze armate saranno nuovamente costrette a cambiare. Allora i casi sono due: o qualcuno si è sbagliato nel 2000 e negli anni immediatamente successivi o qualcuno si sta sbagliando oggi.

Ma la questione non finisce qui, perché le domande sul tappeto sono molte. Il taglio di personale, prima di tutto, quale consistenza avrà? La nuova ‘linea del Piave’ sarà rappresenta da quella quota 160mila uomini che di tanto in tanto ricorre in diversi ambienti o invece si scenderà ancor più in basso? E poi, in che modo avverrà e quali componenti (in termini di singola Forza armata e di categorie di personale) interesserà? Una cosa è chiara fin da adesso: una operazione del genere non solo non produce vantaggi economici nell’immediato, ma, anzi, determina maggiori costi che sarebbe comunque meglio prevedere fin da subito. E ancora: quali certezze vi sono che i futuri risparmi sul personale saranno devoluti agli altri capitoli di spesa? Ma, ‘madre di tutte le domande': quale impatto avrà sulle capacità operative delle Forze armate italiane? Rimarranno cioè inalterate, sia pure innestate su di uno strumento più piccolo, oppure, ipotesi più probabile, subiranno anch’esse una riduzione?

Una scelta di questo tipo non rappresenterebbe certo una sconfitta per le sole Forze armate, ma piuttosto per l’intero Paese, che ne ricaverebbe solo un danno sotto forma di una diminuzione del peso sulla scena internazionale: quella retrocessione a una fascia di secondo o terzo livello più volte evocata dal capo di stato maggiore della Difesa. L’ennesima, triste, dimostrazione di un Paese che pensa in grande, ma agisce in piccolo.

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