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| Anno 2006 | |
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Nella scena della grande politica internazionale una prima conseguenza, quasi obbligata, delle forti tensioni nate dopo la lezione tenuta da Benedetto XVI il 12 settembre alla università di Ratisbona è stata quella di far porre sotto un’attenzione particolare il viaggio che il pontefice compirà in Turchia dal 28 novembre al 1° dicembre prossimi, che è divenuto strategico per capire compiutamente il segno che caratterizzerà questo pontificato. Intorno a quella visita si sono condensati infatti molteplici fattori che, in qualche misura, riconducono tutti a momenti particolarmente delicati per la Chiesa e per gli equilibri geopolitici in almeno due continenti.
In primo luogo l’origine stessa del viaggio, ovvero l’incontro con il patriarca ecumenico ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo I, riporta lo sguardo alle questioni ancora aperte con l’ortodossia, rimanda a quanto accade, o non accade, nei rapporti con Mosca e apre l’immenso panorama della vita religiosa (anche nelle sue ripercussioni coi fenomeni politici e sociali) nell’est europeo, a principiare dall’Ucraina. Si deve affrontare la situazione dei cristiani in uno Stato laico, come si definisce quello turco, dove la religione islamica è assolutamente prevalente e dove è aperta la grande questione di una libertà religiosa, chiave dell’accesso della Turchia alla Unione Europea. Una Turchia che risulta, per altri versi, determinante per gli equilibri del vicino Oriente. L’ insieme dei problemi si intreccia oggi con la relazione con l’islam visto nella sua universalità. Non meno importante è la questione, anche se più interna alla vita della Chiesa, della forma che Benedetto XVI intende dare al suo pontificato nell’inevitabile allontanarsi temporale di scelte e orientamenti lasciati dal suo grande predecessore. Capire, in ultima analisi, secondo quali criteri questo pontificato contribuisca a far entrare nella Chiesa della storia, dopo che sono già entrati in quella della fede, i 26 anni di Giovanni Paolo II e nel contempo delinei il proprio progetto. Una matassa assai intricata che richiede, per essere dipanata, una cura estrema. Anche Paolo VI (nel 1967) e Giovanni Paolo II (nel 1979) visitarono la Turchia ed è naturale che intorno al Bosforo e a una città dall’alto valore simbolico per l’Occidente e per l’Oriente, come Bisanzio-Costantinopoli-Istanbul si concentrino snodi culturali, storici e religiosi di estrema durezza, ma anche di grande speranza. Sono passati 27 anni dall’ultima visita di un pontefice romano. Per quanto è accaduto da allora nei rapporti tra cristianesimo e islam, è una vera eternità. E in questa eternità la somma tra quanto vi è stato di positivo e quanto di negativo tende decisamente verso un bilancio tristemente in rosso. A conferma della estrema delicatezza della visita, da sempre sul crinale tra conferma e cancellazione, va ricordato come il viaggio in Turchia fosse già stato previsto per lo scorso anno e come abbia subito un rinvio, in quanto le autorità turche non avevano gradito che l’invito, per il 2005, fosse partito direttamente dal patriarca ortodosso Bartolomeo I senza attendere l’assenso del governo. Tra i suoi momenti più significativi il viaggio prevede il primo giorno (28 novembre) l’arrivo ad Ankara, un incontro con le autorità politiche, l’omaggio al mausoleo di Ataturk e la sera del secondo giorno (29 novembre) a Istanbul una udienza con il Patriarca ecumenico ortodosso Bartolomeo I. Il 30 novembre il papa assisterà, per la festa di Sant’Andrea, l’apostolo del mondo greco, alla solenne liturgia eucaristica presieduta dal patriarca. In quella occasione verrà firmata una dichiarazione congiunta che dovrebbe segnare un ulteriore passo nel dialogo ecumenico. Vi sarà anche un incontro con Mesrob II, il patriarca armeno ortodosso. La comunità armena, nonostante tutto, è ancora numerosa e attiva, anche se il genocidio (almeno un milione e mezzo di vittime), perpetrato agli inizi del XX secolo da parte islamica dei cristiani armeni, è ancora uno dei grandi tabù della società turca. La Turchia conta oggi 70 milioni di abitanti, al 99% musulmani. La rimanente, esigua, percentuale si ripartisce tra i cattolici, che sarebbero intorno ai 30mila con tre circoscrizioni di rito latino (l’arcidiocesi di Smirne, il vicariato apostolico di Istanbul, il vicariato apostolico dell’Anatolia) alle quali vanno aggiunte le comunità di rito orientale (l’arcidiocesi di Istanbul per gli armeni cattolici, di Diarbekir dei caldei e il vicariato apostolico dei siri cattolici), i 60mila cristiani armeni ortodossi, i diecimila siri ortodossi e i meno di tremila greco-ortodossi appartenenti al patriarcato di Costantinopoli, i protestanti di varie confessioni per circa tremila fedeli. Si stima quindi che i cristiani in Turchia, complessivamente, superino di poco le centomila unità. A completare il quadro della composizione religiosa del Paese si segnala, infine, la presenza di circa 25mila ebrei. Nelle relazioni con le religioni la Turchia moderna si autodefinisce come una repubblica laica, ma è una laicità che va intesa in una prassi alquanto diversa dalla nostra, se si pensa che tutto l’insieme del culto islamico è diretto da un organismo statale, la presidenza degli Affari religiosi della Repubblica di Turchia, nata nel 1924 e oggi diretta dal professore Ali Bardakoglu che, per inciso, è stato tra i primi a manifestare riprovazione per la parole del papa a Ratisbona. Infatti per Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, laicizzare lo Stato non significò distinguere e separare gli ambiti di competenza dei due poteri, secondo il modello europeo, ma semplicemente eliminare la religione dall’ambito pubblico e sottoporre a tutela statale l’organizzazione del culto. Oggi la presidenza degli Affari religiosi provvede “alla vera conoscenza della religione dell’Islam e ad aumentare la devozione ai valori etici e religiosi” attraverso il sostentamento di quasi 60mila persone impegnate nei servizi nelle moschee, la cura delle 76.455 moschee esistenti nel paese, la pubblicazione di libri e opuscoli, il mantenimento di centri culturali e sociali, per un budget nel 2002, di 1.126 milioni di lire turche (quasi 600 milioni di euro). La vita dei cristiani turchi avviene solitamente in piccole comunità, spesso disperse e lontane tra di loro decine di chilometri. Ma l’isolamento e la pochezza numerica non significano pochezza spirituale o incapacità di indicare prospettive. Per presentare solo un esempio, ricordiamo come la comunità cattolica di Antiochia sia composta da una ottantina di fedeli ma, nonostante l’esiguità numerica della presenza cattolica, quella città, da sempre capace di accogliere culture e religioni diverse, si pone come protagonista di iniziative sulla pace e sul dialogo. Lo scorso anno è salita alla ribalta dell’informazione con lo svolgimento di un simposio sull’incontro (e non sullo scontro) di civiltà, che ha visto insieme ebrei, ortodossi, islamici, armeni, caldei, cattolici ed esponenti politici e diplomatici. Sempre in quella città del sud della Turchia la Pasqua viene celebrata in un’unica data, quella del calendario giuliano, sia dalla comunità cattolica, sia da quella ortodossa che partecipano reciprocamente, inoltre, a numerose iniziative gli uni delle altre. La visita del papa giunge quando la questione internazionale più impegnativa e di lungo periodo, sul tavolo diplomatico turco, è quella dell’ingresso nella Unione Europea. La Turchia chiese per la prima volta di entrare in Europa nel 1987. Dal 2005 è ufficialmente candidata e si è aperto un lungo percorso che, tra verifiche ed esami, dovrebbe concludersi tra qualche anno. Quattro sono gli aspetti sono sotto la lente degli osservatori europei: che la Turchia abbia istituzioni politiche saldamente democratiche; che vi sia piena tutela dei diritti e delle minoranze; che si sviluppi una economia di mercato efficiente; che si manifesti una chiara volontà di recepire la legislazione europea. In questo contesto, una questione non definita è quella dei diritti della minoranza curda, da sempre in conflitto col governo di Ankara, mentre rimane evidente lo scoglio politico della irrisolta questione cipriota. In primo luogo suscita ancora delle riserve la rispondenza della Turchia - non solo dal punto di vista legislativo, ma soprattutto da quello comportamentale - a standard internazionali accettabili nel rispetto dei diritti umani e religiosi e indubbiamente l’omicidio del sacerdote italiano Andrea Santoro, nel febbraio 2006, ha rafforzato la tesi di coloro secondo i quali la libertà di culto non vi sarebbe garantita. I rapporti tra Ankara e Vaticano divengono così uno dei passaggi cruciali per l’evoluzione delle relazioni tra Turchia ed Europa. Anche per questo la visita del papa è importante agli occhi del governo turco, in quanto da un suo esito positivo potrebbe scaturire l’attesa luce verde a una accelerazione del processo di adesione. Si deve considerare un ulteriore elemento che rende ancora più complesso il mosaico delle valutazioni. Infatti, nel giudizio sulla rispondenza della Turchia alle richieste della Unione Europea non vi è una completa sintonia tra comunità cristiana locale e curia romana. Se a Roma si è più dubbiosi (non si dimentichi che quando era ancora cardinale Joseph Ratzinger si era espresso in maniera sfavorevole e aveva auspicato semmai forme di partnerariato piuttosto che una inclusione vera e propria), nella Conferenza episcopale turca e nei fedeli prevale un giudizio più positivo, che nasce soprattutto dall’auspicio che l’ingresso in Europa possa migliorare le condizioni della Chiesa e dei cristiani. In primo luogo ne potrebbe essere favorita la risoluzione di gravi impedimenti alla vita ecclesiale, come quello che la Chiesa non goda di personalità giuridica e quindi non possa possedere beni immobili. Sarebbe anche possibile il superamento di preclusioni verso alcune carriere, come quella militare. Certamente l’attuale organizzazione della Chiesa cattolica turca è pensata per favorire l’avvicinarsi della Turchia all’Europa. La Conferenza episcopale turca aderisce infatti al Consiglio delle Conferenze episcopali europee e non a quello dell’Asia. Un fatto apparentemente marginale, ma assai significativo di un orientamento. Anche i rapporti politici interni alla Turchia tendono in questo periodo a favorire l’ingresso in Europa. Dal 2002, superata una aspra fase di contrasti interni nati dopo il tentativo del partito di Necmettin Erbakan di introdurre una forte ispirazione islamica nella vita politica e che portò per reazione nel 1997 a un colpo di stato militare volto a ripristinare la linea fondante di Ataturk, è salito al potere il leader di ispirazione islamico-moderata Recep Tayyip Erdogan, che propone una politica estera allineata, come tradizione, con gli Usa, di avvicinamento all’Europa e non ostile a Israele. Si è affermato un modello istituzionale e di governo che si basa su di un movimento politico moderato che ha le sue radici nell’islam ma che, al contempo, si definisce come filo-occidentale. Una proposta politica che ha suscitato la forte reazione dei fondamentalisti, che non allentano la pressione di un terrorismo che si è dato l’obiettivo di rendere impossibile il mantenimento del sistema democratico e di radicalizzare irreparabilmente la vita politica. E’ ovvio che, se questa strategia destabilizzante avesse successo, ogni avvicinamento alla UE si arresterebbe immediatamente. All’interno di queste riflessioni va collocato anche il forte interesse degli Stati Uniti a tenere staccata la Turchia, che fu a suo tempo un fidato bastione contro l’Urss, da ogni tentazione islamista radicale. Non meraviglia quindi se gli Stati Uniti vedono con favore l’integrazione di quel Paese in Europa. Ne è conseguita una strategia americana di ampio respiro, anche nei confronti delle resistenze presenti in Europa, e che potrebbe anche in parte spiegare il poco entusiasmo con cui alcuni settori della stampa statunitense (New York Times ma anche USA Today) hanno accolto la lezione papale di Ratisbona, in quanto con i suoi esiti poteva compromettere quell’incontro tra Chiesa cattolica e Turchia che, come si detto, è determinante per garantire condizioni favorevoli al cammino di Ankara verso Bruxelles. Con una posta in gioco così alta e con gli occhi di tutto il mondo che in quei giorni si rivolgeranno verso il Bosforo e l’Anatolia, è certo che la preparazione del viaggio rappresenta un banco di prova assai difficile anche per gli appena rinnovati uffici di curia, che sono ora chiamati a mostrare quanto giustificata sia stata la fiducia in loro riposta. Per il nuovo segretario di Stato cardinal Tarcisio Bertone, per il nuovo ‘ministro degli Esteri’ Dominique Mamberti, e - last but not least - per il nuovo responsabile della sala stampa vaticana padre Federico Lombardi, che ha sulle spalle l’eredità di un espertissimo conoscitore di tutti i meccanismi della comunicazione come Joaquin Navarro Valls, una occasione tanto unica quanto impegnativa.
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