Anno 2006

Cerca in PdD


Forze armate, guerra e Costituzione

Riccardo Nassigh, 11 gennaio 2006

In uno scritto precedente sostenevo la necessità che il nostro Paese mettesse finalmente a punto la propria strategia globale di sicurezza e ne deducesse poi una coerente strategia dei mezzi. In realtà però la frequenza con la quale in Italia si discute sui rapporti tra forze armate, guerra e Costituzione attira l'attenzione su temi di fondo che stanno a monte di qualsiasi discussione di ordine tecnico. Tanto più che con altrettanta frequenza questi argomenti si intrecciano con una più radicale polemica di ordine filosofico e religioso sulla liceità stessa della guerra.

Il primo problema sembra invero quello della funzione dei militari. Si sta consolidando l'idea che il soldato serva a portare pace e sollievo alle genti martoriate dalla guerra. Gli stessi vertici militari, forse perché intravedono in ciò una promettente via per riguadagnare alle forze armate una simpatia popolare che sembrava scomparsa, avallano continuamente questa figura del ‘soldato di pace’ (che fra l'altro corrisponde bene alla tradizionale cartolina degli ‘italiani brava gente’). Lasciatemi dire che, se un atteggiamento del genere mira a ottenere il benestare politico alla ‘crescita’ delle forze armate, lo sbocco non sarà che un crescendo di delusioni. Lo dimostrano fin d'ora i massacranti tagli al bilancio della difesa, oltre alle ricorrenti campagne contro la produzione e il commercio delle armi che la crisi economica ha soltanto sopito e non certo estinto.

Forse sarebbe il caso di ricordare a tutti – per onestà politica - che i soldati servono per combattere, che devono possedere una solida ‘combat capacity’ per poter spiegare anche un efficace ‘combat approach’ quando ce ne fosse bisogno. Tutto ciò vale, né più né meno, anche per le missioni di peace support, sia che si tratti di sorvegliare in armi l'applicazione di un accordo di pace sia – a maggior ragione – che si tratti di imporre con le armi la cessazione di un conflitto locale, di un genocidio o di altre analoghe tragedie. Messo a fuoco il centro del problema – e fugate certe perniciose confusioni – si può senz'altro concordare sulle grandi opportunità di assistenza umanitaria che si offrono ai soldati impegnati in una missione ‘di pace’. Ma si tratta di un lavoro di supplenza e fiancheggiamento dei poteri civili, non certo della loro primaria funzione istituzionale. Direi anzi che varrebbe la pena di approfondire se non convenga creare forze di protezione civile proiettabili, ben organizzate, da affiancare ai soldati per questo genere di attività senza far gravare i relativi oneri sul bilancio militare.

E veniamo al vero punctum dolens che, dopo queste precisazioni, appare ancora di più come un vero nervo scoperto della politica italiana (inclusa quella militare): la guerra. Tralascio le argomentazioni storiche circa l'impossibilità pratica di eliminare il rischio di guerra dalla politica internazionale. Credo sia più pertinente una riflessione sulla realtà d'oggi. Sappiamo che gli avvenimenti del Ventesimo secolo hanno inciso profondamente nelle coscienze e hanno introdotto nella politica internazionale un'attenzione nuova e più sincera per la pace e per la sorte delle popolazioni civili. In realtà gli interessi economici e politici, combinati con una serie infinita di altre complicazioni, restano ancora una fonte molto pericolosa di rischio; ma certamente oggi un governo che decida la guerra deve giustificarsi anche agli occhi della propria gente, assai più di quanto dovesse fare in passato. E le perdite di vite in guerra sono un grave problema politico. Di qui la felice decisione di molti stati (non tutti, però) di inserire nelle carte costituzionali il principio del ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. E l'altrettanto felice decisione di creare l'Onu per salvaguardare la pace e lo sviluppo a livello mondiale, pur con tutti i se, i ma e i però che quel carrozzone internazionale si porta addosso.

A questo punto però conviene notare che tutto ciò non significa una ‘rinuncia’ incondizionata alla guerra, ma semplicemente la rinuncia a farne uno strumento ordinario della politica com'era sempre avvenuto in passato. Non a caso si parla, anche nella nostra Costituzione, di ‘ripudio’ della guerra, e non di rinuncia. Rimane intangibile – almeno in linea di principio - il diritto-dovere all'autodifesa, riaffermato anche dallo statuto delle Nazioni Unite all'articolo 51. E' pur vero che, dal complesso delle disposizioni statutarie, si deduce chiaramente che si tratta di una vera e propria eccezione alla regola generale che bandisce la guerra. Tanto che la stessa autodifesa rimane lecita fintanto che il Consiglio di Sicurezza non abbia adottato le misure “necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale”. Di più: il Consiglio potrà “intraprendere in qualsiasi momento ogni azione ritenuta necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale” indipendentemente dalle misure di autodifesa adottate dallo Stato aggredito. In definitiva tutto ciò sembra superare la stessa distinzione fra aggressore e aggredito, in quanto entrambi possono essere colpiti dalle misure del Consiglio di Sicurezza, che notoriamente possono avere natura politica, economica e anche militare. D'altro canto, la difficoltà di sceverare torti e ragioni nei conflitti internazionali e la loro intrinseca pericolosità per la vita del mondo possono ben spiegare la cautela dei legislatori internazionali su questa materia.

In questa linea si pone la nostra Costituzione, che regola specificamente la materia negli articoli 11 e 52, approvati a suo tempo a larghissima maggioranza. Scontato il ripudio della guerra di aggressione, dopo l'esperienza fascista con la sua catena di crisi internazionali e di guerre (non dimentichiamo che al momento in cui l'Assemblea costituente preparava la Costituzione, l'Italia era ancora in regime di occupazione militare). Con l'articolo 11 la Repubblica “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. In correlazione con questi principi l'articolo 52 dichiara “sacro dovere del cittadino” la difesa della Patria, aggiungendo che l'ordinamento delle forze armate deve essere ispirato ai principi della democrazia. Si vede dunque che l'aggancio tra la politica estera nazionale e le Nazioni Unite rappresenta la naturale proiezione dei principi fondamentali della Costituzione repubblicana.

Conviene però sottolineare che, non essendo ancora l'ONU un'autorità sovranazionale sovrana, la legge degli stati nazionali resta regola suprema della loro condotta. E' lo stesso statuto delle Nazioni Unite che proclama, all'articolo 2: “L'Organizzazione è basata sul principio dell'eguale sovranità di tutti gli Stati Membri”. Le implicazioni pratiche? Innanzitutto le decisioni di uno Stato sovrano, adottate in conformità alla sua legge, dovrebbero essere considerate valide per il diritto internazionale, anche se eventualmente illecite. La natura di questo scritto sconsiglia di addentrarsi in analisi particolareggiate, ma si deve ammettere che le complicazioni potrebbero essere molte e gravi (un solo esempio: la soppressione dello stato del Kuwait nel 1990 potrebbe risultare atto valido secondo il tradizionale diritto bellico, ma illecita a norma di statuto Onu; perciò si dovrebbe dedurne che la sola via possibile per il ripristino della situazione politica antecedente, in mancanza di efficace negoziato, fosse la guerra decisa dagli Stati coalizzati in conformità alle rispettive leggi nazionali che avevano recepito i principi delle Nazioni Unite). In ogni caso, la legittimazione dei comportamenti dei singoli Stati non proviene dalle norme internazionali ma dalle proprie. Esempio paradossale: una guerra legittimata dall'Onu ma illegittima per la legge nazionale di uno Stato non lo autorizzerebbe, a mio giudizio, a parteciparvi.

A questo punto, prima di procedere oltre, mi sembra opportuno richiamare un argomento in qualche modo connesso col tema in esame e ricorrente nella nostra ondivaga prassi politica. Un'operazione militare costituisce una realtà unitaria, nella quale tutti i fattori sono interdipendenti e finalizzati al suo scopo ultimo, operativi o addestrativi o logistici o amministrativi che siano. Perciò lo Stato che aderisce lo fa con riferimento all'intera operazione e certo non potrà sostenere assurde e incoerenti separazioni di responsabilità se ad esempio limiterà il proprio concreto contributo ai soli aspetti logistici. Anche da questo punto di vista la dignità dello Stato sovrano, indipendentemente dalle sue capacità specifiche, gli impone di assumere l'intera responsabilità del proprio operato.

Credo che i richiami normativi siano sufficienti a delineare i principi ispiratori che orientano, anche sul piano giuridico, l'azione dello Stato italiano in materia di impiego della forza nelle relazioni internazionali. Ora, negli attuali scenari geopolitici e strategici, occorre a mio avviso valutare la portata dei concetti di offesa e difesa, che rimangono i riferimenti costanti per stabilire se un intervento militare sia lecito oppure no a norma della nostra Costituzione. Tralascio le ipotesi di attacco diretto all'Italia o a un Paese alleato (al loro territorio o a loro connazionali all'estero), che rientrerebbero evidentemente nella previsione di autodifesa con gli eventuali limiti già visti in sede Onu. Osservo che, da questo punto di vista, non esistono differenze tra attacco bellico classico e attacco terroristico. Si tratterebbe eventualmente di stabilire compiti e responsabilità specifiche delle forze armate in correlazione con le altre componenti dell'apparato di sicurezza.

Assai più interessante mi pare il problema della portata dell'aggressione. Nell'attuale contesto internazionale due mi sembrano le ipotesi fondamentali: l'aggressione a Paesi – o anche a gruppi etnici – che meritino una difesa anche militare da parte nostra (eventualmente in coalizione con altri Stati); l'aggressione non provocata a fondamentali interessi economici nazionali o di alleanza, tale da implicare conseguenze di estrema gravità per le condizioni di vita nostre o degli alleati. In entrambe le ipotesi potrebbero ricorrere a mio giudizio le condizioni per l'autodifesa, nella misura in cui si verificassero – a nostro danno, simmetricamente – quelle medesime situazioni di offesa alla libertà e alla sicurezza altrui che ci vieterebbero il ricorso alle armi a norma dell'articolo 11 della Costituzione. Per lo stesso ordine di ragioni potrebbe essere giustificata la reazione militare da parte delle Nazioni Unite (ferma restando naturalmente la necessità di un immediato avvio di negoziati e, comunque, di un severo controllo della proporzione tra offesa e difesa).

A monte di tutto ciò sta naturalmente il problema della liceità morale della guerra. Non intendo addentrarmi in analisi delle svariate risposte fornite sul piano filosofico e religioso. Neppure vorrei inserirmi nel filone tradizionale dei criteri di distinzione tra guerre ‘giuste’ e ‘ingiuste’. Mi sembra, almeno da un punto di vista pratico, di poter ammettere che fino a quando sussisterà un concreto rischio di guerra per iniziativa altrui nessuno Stato sovrano potrà esimersi dal prevedere una difesa militare. Il che significa prevedere la guerra, sia pure intesa come extrema ratio politica con tutte le limitazioni che il contesto internazionale può suggerire, sul piano della quantità durata e qualità della violenza.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM