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| Anno 2006 | |
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Mentre proseguono gli attacchi dei gruppi armati della regione del Delta del fiume Niger contro le compagnie petrolifere multinazionali presenti nel Paese, accusate di sfruttare le ingenti risorse energetiche nigeriane senza contribuire in modo adeguato al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, lo scenario politico della Repubblica federale della Nigeria attraversa una fase particolarmente complessa e delicata in vista delle prossime elezioni presidenziali previste per l’aprile 2007. Dopo le ultime elezioni del 2003, che hanno riconfermato la leadership del presidente Olesegun Obasanjo (ex generale dell’esercito già vincitore delle consultazioni del 1999, le prime dopo 15 anni di regimi non democratici), il popolo nigeriano tornerà alle urne la prossima primavera per determinare il successore dell’attuale capo dell’esecutivo, quindi del futuro corso politico della nazione.
Durante gli otto anni di governo di Obasanjo la Nigeria ha conseguito risultati notevoli in politica estera, concludendo importanti accordi economici e commerciali con diversi Paesi europei e asiatici, divenendo uno dei partner extra-europei più importanti degli Stati Uniti nel settore della cooperazione in materia di sicurezza e anti-terrorismo e, infine, proiettandosi in modo significativo sul piano regionale per la risoluzione di alcune delle aspre crisi che affliggono il continente africano, come ad esempio quella in Darfur. Tuttavia, sul piano interno i problemi da risolvere sono ancora molti. In effetti, se da una parte sono state adottate una serie di misure volte ad aumentare la democratizzazione del Paese e modernizzare il sistema economico attraverso la privatizzazione dei settori chiave del comparto produttivo, dall’altra permangono una serie di problematiche che rendono la situazione socio-economica ancora molto precaria: elevato indice di povertà (reddito medio annuo pro-capite inferiore a 500 euro); corruzione molto diffusa; conflittualità tra gruppi etnici, comunità e tribù; alti tassi di criminalità; forti contrasti fra musulmani, prevalenti nel nord del Paese, e cristiani, maggioritari nel sud. Inoltre, lo scenario interno è ancora molto problematico a causa della spinosa questione del Delta del Niger, regione situata nella parte meridionale del territorio nigeriano, fulcro delle attività di produzione nel settore degli idrocarburi. In questa regione sono attivi diversi gruppi separatisti che rivendicano, fra le altre cose, una maggiore partecipazione agli introiti derivanti dalle attività estrattive, effettuando attacchi e sabotaggi contro le infrastrutture petrolifere e le compagnie energetiche attive nella zona. Gli ultimi gravi episodi di questo tipo risalgono al giugno scorso, quando il Movimento per l’emancipazione nel delta del Niger (Mend, una delle formazioni separatiste più temibili della regione) ha attaccato due piattaforme petrolifere a largo delle coste nigeriane e posto in essere tre sequestri di espatriati impiegati a vario titolo nel settore petrolifero, fortunatamente terminati poi con il rilascio degli ostaggi. La situazione politica è divenuta particolarmente delicata a partire dal 16 maggio scorso, quando il Senato nigeriano ha bocciato un emendamento alla Costituzione volto a concedere al presidente Obasanjo la possibilità di presentarsi alle elezioni dell’aprile 2007 per un terzo mandato alla presidenza. Questa notizia ha senza dubbio provocato una crescente incertezza su chi ricoprirà la carica presidenziale fra meno di un anno, ereditando un Paese che già da alcuni anni è in via di sviluppo ma il cui processo di stabilizzazione interna stenta a consolidarsi. Fino alla bocciatura parlamentare, sembrava che Obasanjo fosse il candidato principale per le prossime presidenziali, nonostante l’attuale capo dello Stato e di governo non avesse mai dichiarato pubblicamente la sua intenzione di ricandidarsi (sebbene lo avessero lasciato intendere diversi membri del suo entourage) e nonostante la Costituzione impedisse espressamente la possibilità di un terzo mandato. I politici originari della parte settentrionale della Nazione (in prevalenza musulmani), sostenuti da diversi leader militari, rivendicano ora con insistenza il diritto di portare alla presidenza un loro esponente, ricordando come nel 1999, e in una certa misura nel 2003, l’elezione di Obasanjo (cristiano e originario del sud della Nigeria) sia stata resa possibile in larga parte proprio grazie al loro sostegno, decisivo perchè si transitasse a un governo liberamente eletto dopo anni di regimi non democratici. Del resto, nel 1999 c’era stato un accordo politico trasversale, per cui alla fine del ciclo di governo di Obasanjo la carica presidenziale avrebbe dovuto essere assegnata a un candidato della classe politica del nord della Nigeria “nell’interesse della pace e dell’unità nazionale”. In questo contesto di potenziale conflittualità fra nord e sud del Paese sono iniziate a emergere le prime candidature. Al riguardo, sembra che l’attuale vice presidente Atiku Abubakar (musulmano e originario del nord) abbia manifestato l’intenzione di partecipare alle elezioni per la presidenza come candidato del Partito democratico del popolo (Pdp), formazione laica moderatamente progressista e attuale partito di maggioranza con circa 300 seggi in Parlamento, già sostenitore della candidatura di Obasanjo nel 2003. Un’altra possibile candidatura riguarderebbe l’ex leader militare Ibrahim Babangida, già ai vertici dell’esecutivo durante il regime che ha retto la Nigeria dal 1984 al 1993. Considerato da molti uomo forte da contrapporre ad Abukabar, Babangida (originario del nord e musulmano) ha acquisito credibilità per essere riuscito, durante il suo governo, a conformare lo stato dell’economia nigeriana alle richieste avanzate dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale, sebbene il suo periodo di governo sia stato contrassegnato da una indubbia connotazione autoritaria in politica interna -determinando, fra le altre cose, l’annullamento delle elezioni democratiche tenutesi nel 1993 - e da un alto livello di corruzione nella sfera pubblica. Altra candidatura emersa è quella di Muhammadu Buhari, già a capo del regime militare che amministrò la Nigeria dal 1983 al 1985 e già candidato alla presidenza nel 2003. Convinto fautore degli interessi del nord musulmano e fra i principali sostenitori dell’attribuzione di un ruolo di preminenza alla Sharia nel sistema giuridico nigeriano, Buhari riscuoterebbe l’appoggio di alcune comunità del nord appartenenti a una delle principali etnie del Paese, la Hausa, ma verrebbe considerato da molti nigeriani, anche nelle regioni settentrionali, un leader poco flessibile e portatore di un panel di interessi eccessivamente ristretto per ambire alla presidenza. Infine, l’ultima candidatura avanzata riguarda l’ex governatore dello Stato di Lagos, Mohamed Buba Marwa. Appartenente a una componente etnica minoritaria del nord della Federazione, Marwa ha conseguito buoni risultati come capo dell’amministrazione di uno degli Stati interni più importanti della nazione, dimostrandosi nell’opinione di diversi intellettuali nigeriani particolarmente attento ai temi della giustizia e della solidarietà sociale, nonché tendenzialmente favorevole alla collaborazione inter-etnica, religiosa e tribale, sebbene sarebbe secondo le stesse fonti potenzialmente sfavorito rispetto agli altri candidati per ragioni anagrafiche (50enne, è il più giovane fra i candidati, tutti sopra i 60) e per disponibilità finanziarie presumibilmente inferiori a quelle degli avversari. Nel frattempo, le forze politiche nigeriane hanno iniziato a dividersi sulle candidature emerse sino a questo punto e a discutere su altre possibili candidati da proporre. Accesi dibattiti stanno avendo luogo in seno ai principali partiti, anche se non sembrerebbero ancora emergere schieramenti ben definiti o indicazioni riguardo alla identità di altri possibili aspiranti alla presidenza. Il Pdp ha avviato numerose consultazioni interne, dalle quali è emerso che Abubakar non riscuoterebbe, al momento, il supporto dell’intero partito, le cui fila si starebbero dividendo circa le posizioni da adottare sulla sua candidatura. Diversi membri del Pdp, soprattutto fra i sostenitori di Obasanjo, considerano infatti Abukabar un candidato debole, eccessivamente influenzato da alcuni dei suoi consiglieri e collaboratori, e di fronte all’impossibilità di una terza elezione di Obasanjo sarebbero propensi a formare un’alleanza con una parte del principale partito d’opposizione, il Partito di tutto il popolo nigeriano (Anpp), per sostenere Babangida, il quale starebbe cercando di sfruttare le divisioni interne al Pdp per guadagnare consensi sulla sua candidatura. Infine, un altra componente del partito non molto favorevole né all’attuale vice presidente né a Babangida starebbe prendendo in considerazione l’ipotesi di sostenere Buhari, qualora questi si presentasse con un programma elettorale più laico e moderato rispetto alle sue posizioni tradizionali. L’Alleanza democratica unita (Uda, una neo-nata coalizione trasversale che include formazioni di tendenze conservatrici: parte del Anpp, secondo partito nigeriano, molto forte nel Nord musulmano; forze politiche della sinistra moderata, fra cui l’Alleanza per la democrazia, Ad, terza forza politica nazionale; partiti minori come il Partito della redenzione del popolo, Prp, e il Partito della salvezza del popolo, Psp) ha dichiarato di aver avviato un processo per identificare il candidato “più credibile” da presentare al popolo nigeriano, ma ancora non avrebbe indicato nominativi precisi né rispetto ai leader già in corsa né ad altre possibili personalità politiche da proporre per la più elevata carica dello Stato. La Coalizione dei giovani del delta del Niger (Ndyc, che non è un partito ma una organizzazione sociale politicamente influente), pur essendo portatrice di molte delle rivendicazioni degli abitanti del sud del Paese e della regione del delta in particolare, ha reso nota una risoluzione in cui afferma di volere un presidente proveniente dal nord, sebbene non pronunciandosi sui candidati attualmente in lizza, tutti fra l’altro originari di stati settentrionali. La Ndyc, dichiarandosi insoddisfatta dell’azione politica di Obasanjo nei confronti delle regioni meridionali del Paese, ha motivato la sua decisione sostenendo che dopo otto anni di governo da parte di un leader del sud sarebbe necessario avere un presidente proveniente dal nord come legittima forma di alternanza e riconoscimento dei diritti della popolazione residente nelle regioni settentrionali, al fine di garantire, così ad un candidato del sud, di ottenere la carica presidenziale al termine del nuovo ciclo politico che avrà inizio dopo le prossime presidenziali. Per ora, dunque, sembra che i soli dati certi siano che il Pdp risulta spaccato sulla candidatura di Abubakar e che Babangida sta cercando di utilizzare questa situazione per convincere Obasanjo e i suoi sostenitori a sponsorizzare la sua candidatura, mentre Buhari e Marwa, per ragioni diverse, risulterebbero troppo poco trasversali per riscuotere l’appoggio delle principali forze politiche nigeriane. Sembra prematuro sbilanciarsi sui possibili sviluppi di una situazione dove c’è altro tempo perché emergano ulteriori candidature e dove le alleanze-contrapposizioni fra le varie forze in campo possono ancora delinearsi con maggiore precisione. Allo stato attuale, si può solo ipotizzare che fra i leader in corsa al momento potrebbe essere favorito Babangida, se non altro perché l’ex comandante potrebbe cercare di presentarsi come il candidato forte delle prossime elezioni, cioè l’uomo capace di gestire le agitazioni nel Delta del Niger sulla base delle sue credenziali di capo militare, ma anche sulla sua eventuale capacità di utilizzare al meglio i proventi petroliferi per ridurre la povertà della regione, presunta competenza su cui potrebbe far leva ricordando la buona performance dell’economia nigeriana durante gli anni del suo governo. Quel che è certo, tuttavia, è che la fase di successione a Obasanjo rappresenterà un periodo particolarmente delicato, in cui non si può escludere che i precari equilibri di potere raggiunti finora fra comunità, etnie e tribù possano essere nuovamente compromessi da lotte intestine per la conquista del potere e dalla obiettiva difficoltà di controllare in modo concertato le forti tensioni economico-sociali interne. In particolare, è possibile che la situazione del Delta del Niger divenga ancora più problematica a causa di un’eventuale decisione volta a promuovere l’elezione di un candidato del nord che risulti particolarmente sgradito ai vari movimenti separatisti attivi nella regione del Delta. Tuttavia, posto che l’elezione di un candidato proveniente dalle regioni settentrionali possa essere ritenuta molto probabile, sembra altrettanto probabile che le forze del nord eviteranno di appoggiare candidati che non diano, almeno in teoria, sufficienti garanzie alla popolazione del sud. Del resto, la stessa ascesa di Obasanjo alla presidenza fu resa possibile perchè molte personalità politiche del nord videro in lui un personaggio moderato che, pur essendo originario del sud e di religione cristiana, non avrebbe compromesso i loro interessi. In ogni caso, l’auspicio è che nei prossimi mesi le varie forze politiche nigeriane riescano a evitare scenari conflittuali, mantenendo una dialettica civile e ricomponendo in via pacifica le tante contrapposizioni presenti all’interno del Paese, senza ricorrere a procedure non democratiche o cedere il passo a tentazioni autoritarie o derive estremistiche. Il fatto che i principali partiti nigeriani abbiano già iniziato ad avviare consultazioni interne in merito alle candidature per la presidenza e la notizia che movimenti come la Ndyc stiano dando segnali di disponibilità alla alternanza sembrerebbero rappresentare, almeno per ora, presupposti su cui sembra legittimo ben sperare affinché la questione delle elezioni presidenziali venga gestita in modo democratico, confidando inoltre nella possibilità che le consultazioni attribuiscano la vittoria a un leader che consenta alla Nigeria di proseguire sul cammino faticosamente iniziato nel 1999 sulla via della democratizzazione e della pacificazione nazionale. D’altra parte, la stessa bocciatura del terzo mandato di Obasanjo, avvenuta in modo democratico e senza provocare disordini o scontri interni, sembrerebbe dimostrare che il Paese sia avviato sulla strada del rispetto della legalità e dei principi democratici, come sostenuto da Washington, magari non senza retorica ma forse nello specifico in modo più appropriato che in altre circostanze, proprio pochi giorni dopo la decisione del Senato nigeriano di non emendare la Costituzione per consentire una terza candidatura di Obasanjo. Nel frattempo non resta che attendere quali sviluppi ci saranno nei prossimi mesi, con la consapevolezza che essi rivestiranno un’importanza cruciale non solo sul piano interno, ma anche su quello regionale e internazionale. Dopo tutto, sembra innegabile che la stabilità politico-istituzionale della Nigeria è divenuta quanto mai fondamentale non solo per normalizzare la situazione del Delta del Niger, ma anche per contribuire alla risoluzione di diverse crisi in atto sul continente africano e per salvaguardare un’area molto rilevante per l’approvigionamento energetico mondiale e che potrebbe assumere, in prospettiva, un’importanza crescente anche in funzione di eventuali cali nei livelli di dipendenza energetica occidentale dall’area mediorientale.
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