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| Anno 2006 | |
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Una crisi prevedibile. Tutti i passi compiuti negli ultimi mesi dalla Corea del Sud sono stati puntualmente annunciati dal regime: dall'uscita dal Trattato di non proliferazione nucleare, alla riattivazione della centrale nucleare di Yongbyong, all'acquisizione dell'atomica al test nucleare sotterraneo condotto la scorsa notte. Nessuna sorpresa quindi, ma semmai ancora una conferma del fallimento della politica estera dell'amministrazione Bush in Asia così come in Medio Oriente e che chiama in gioco un ruolo di mediazione dell'Europa e anche dell'Italia.
E' l'opinione di Rosella Ideo, docente di Storia politica e diplomatica dell'Asia orientale all'università di Trieste. "I rapporti, tra Corea del Nord e Stati Uniti, che sono quelli che contano, si sono incancreniti proprio dall'inizio della prima amministrazione Bush che ha ribaltato completamente la politica che aveva portato avanti il suo precedessore Bill Clinton, con l'avvio di un dialogo diretto con la Corea del Nord e, poco prima della scadenza del suo mandato, aveva inviato il suo segretario di Stato, signora Madeleine Albright, a Pyongyang. Una missione che doveva precludere a un viaggio dello stesso presidente in vista di un riallacciamento delle relazioni bilaterali". Quel processo si è interrotto con l'arrivo di George W. Bush alla Casa Bianca. Il nuovo presidente "non soltanto ha ignorato la politica del suo predecessore, ma anche quella della Corea del Sud, la cosiddetta 'sunshine politic' che voleva portare la distensione tra le due Coree", ha sottolineato Ideo all'Agi, "Tanto è vero che nel 2000 vi era stato il primo incontro tra i leader delle due Coree a Pyongyang". “L'amministrazione Clinton - sottolinea l'esperta - aveva capito che piuttosto che scatenare una guerra con la penisola coreana era meglio arrivare a un dialogo con un regime anche dittatoriale che però potesse trasformarsi nel tempo con riforme economiche e di mercato. Era anche la visione di Seul". Ma quella del nucleare è una crisi annunciata, perché l'amministrazione Bush stava preparando la campagna contro l'Iraq e la Corea del Nord insieme con l'Iran erano nell'asse del male, quindi già nel mirino. Per la professoressa Ideo un segnale positivo è la probabile nomina di un sudcoreano a segretario generale della Nazioni Unite. "Corea del Sud e Stati Uniti stanno attraversando una fase di forti tensioni proprio per la politica dell'amministrazione Bush verso Pyongyang. Seul ha continuato a inviare aiuti umanitari ai nordcoreani, anche dopo i test missilistici condotti da Pyongyang lo scorso luglio e vogliono assolutamente la distensione e non il crollo del regime, perché temono che 22-23 milioni di nordcoreani si trasformino in profughi verso la Corea del Sud e anche verso la Cina. Uno scenario da apocalisse". Il regime stalinista nordcoreano invece va benissimo alla Cina, perché è un argine alle mire strategiche degli Stati Uniti nella regione. "Pechino ritiene che l'unico modo sia il dialogo diretto tra Pyongyang e Washington", ha sottolineato l'esperta, "Un'ipotesi che l'ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, John Bolton, ancora ieri ha escluso". La situzione, ha aggiunto, "non potrà migliorare fino a quando gli Stati Uniti non revocheranno le sanzioni economiche imposte a settembre dell'anno scorso. Sanzioni che hanno colpito al cuore il regime di Pyongyang, con il congelamento di fondi che i nordcoreani avevano in una banca di Macao e che secondo gli Stati Uniti erano frutto di riciclaggio di danaro sporco e servivano a finanziare il programma nucleare. Una sortita che si produsse proprio mentre al colloquio esapartitico sembrava che si fosse aperto uno spiraglio negoziale sul programma nucleare nordcoreano" con un primo comunicato congiunto. "Dubito che gli Stati Uniti vogliano forzare la mano e attaccare la centrale al plutonio di Yongbyong, perché sono consapevoli che scatenerebbero la seconda guerra di Corea, con il Giappone pronto a intervenire immediatamente". Non resta che la via negoziale, ma con altri attori, ha affermato l'esperta, e l'Europa ancora una volta potrebbe svolgere un ruolo incisivo. Secondo la Ideo, la stessa Italia, "fuori dai grandi giochi" potrebbe svolgere una parte importante. "Non dimentichiamoci che con Lamberto Dini come ministro degli Esteri, prima del governo prima Prodi poi del governo Amato, l'Italia è stato il primo Paese a riconoscere diplomaticamente la Corea del Nord dopo lo storico incontro del 2000 tra i leader delle due Coree. La nostra era una posizione assolutamente privilegiata nei confronti di Pyongyang e quel ruolo andrebbe recuperato, anche se non immediatamente, tanto più che i nordcoreani e anche gli altri paesi della regione non lo hanno dimenticato e perché siamo fuori dai grandi giochi e facciamo parte dell'Europa". Fonte: Agi
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