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| Anno 2006 | |
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(Washington, 10.12.2006, Ansa, Cristiano Del Riccio) Doveva unire l'America nel trovare una 'strategia d'uscità dall'Iraq. Ma il rapporto dei 'dieci saggi' del gruppo di studio bipartisan sull'Iraq sembra avere creato ancora più divisione: tra i repubblicani, tra le famiglie dei soldati, nella amministrazione Bush, tra gli americani e gli iracheni e persino all'interno della stessa commissione. Mentre uno dei membri più autorevoli della commissione, l'ex segretario di stato Lawrence Eagleburger, afferma oggi seccamente che "un successo totale della coalizione in Iraq è ormai impossibile", un altro ex segretario di stato, James Baker, uno dei due presidenti della commissione appare un po' più ottimista: "il successo è garantito ma, agendo subito, ci possono ancora essere speranze" di successo.
A pronunciare la parola 'vittoria' ormai è rimasto solo il presidente George W. Bush che ha promesso di annunciare la nuova strategia Usa con un discorso alla nazione, probabilmente prima di Natale, ma che ne frattempo ha già preso le distanze da alcuni dei pilastri del piano dei 'dieci saggi' come l'avvio di colloqui diretti con la Siria e l'Iran. Il piano divide i repubblicani che speravano potesse offrire a Bush una via d'uscita dalla trappola in cui è finito, già costata al partito una brutale sconfitta elettorale il mese scorso nel voto di midterm (con la perdita del controllo della Camera e del Senato: entrambe le camere sono state conquistate dai democratici). La destra repubblicana è già scesa in campo contro il rapporto, definendolo 'stupido' e 'assurdo'. Il quotidiano 'New York Post' ha mostrato i due capi della commissione, Baker e l'ex deputato democratico Lee Hamilton, trasformati in scimmiette. Il senatore repubblicano John McCain, che continua ad avere ambizioni presidenziali, ha giocato al rilancio chiedendo un immediato aumento delle forze Usa schierate in Iraq, con altri 50 mila uomini per dare agli insorti la scrollata finale. Ma Baker, intervistato oggi da più Tv Usa, ha sottolineato che "la opzione di inviare altri 50 mila soldati in Iraq non è disponibile". Baker ha risposto anche alla critiche fatte al piano dal presidente iracheno Jalal Talabani (che l'ha definito 'pericoloso' perché alcune delle proposte minerebbero 'la sovranita' irachenà) sottolineando che "solo un processo di riconciliazione politica" può estrarre l'Iraq dalla strada della violenza. Un altro membro della commissione, l'ex capo di staff della Casa Bianca di Bill Clinton, Leon Panetta, ha rivelato che dalla stesura finale del rapporto è stato omesso il suggerimento di lasciare almeno 70 mila soldati in Iraq all' inizio del 2008 per proteggere la 'squadra di transizione' che dovrà continuare ad aiutare gli iracheni a rendersi sempre più indipendenti. Un sondaggio per conto del settimanale Newsweek mostra che il 68 per cento degli americani è convinto che l'America stia perdendo terreno in Iraq. Solo il 21 per cento ritiene che gli Stati Uniti stiano facendo progressi. Il livello di popolarità del presidente Bush continua ad essere molto basso: solo il 32 per cento degli intervistati hanno una buona opinione di lui. Anche le famiglie dei soldati Usa inviati in Iraq sono divise. Per Nancy Heekwer, il cui figlio William è morto in Iraq, la guerra resta "una causa giusta" che ha il suo "completo sostegno". Ma Beverly Fabri, che ha perso a sua volta un figlio in Iraq, è convinta che "sia ormai impossibile vincere questa guerra, che non avremmo mai dovuto iniziare. Sto cominciando a pensare che mio figlio sia davvero morto invano".
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