Anno 2006

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Forze armate, una ipotesi di modello sostenibile

Pietro Penge, 9 febbraio 2006

La Legge Finanziaria 2006, che ha segnato per la Difesa un record negativo assoluto nella storia repubblicana (e probabilmente nella storia d’Italia tout-court), ci offre lo spunto per una seria riflessione sul livello di ambizione che il Paese può permettersi con un quantitativo di risorse così limitato a disposizione, specie nella considerazione che tale riduzione sembra essere uno dei pochi elementi di convergenza dell’operato di tutti i governi che si sono alternati degli ultimi anni.

La Finanziaria 2006 assegna al ministero della Difesa circa 17,782 miliardi di euro, ossia l’1,29% del Pil. Depurata però delle voci non attinenti alla Difesa vera e propria (bilancio dei Carabinieri, funzioni esterne e pensioni provvisorie), tale cifra si riduce a 12,1 miliardi di euro, pari a circa lo 0,84% del PIL, con cui viene mantenuto uno strumento consistente, all’inizio del 2006, in 200.000 militari di tutti i gradi e 36.000 civili. Tale strumento è in fase di evoluzione verso i livelli del nuovo modello: rispettivamente 190.000 (112.000 all’Esercito, 44.000 all’Aeronautica e 34.000 alla Marina) e 43.000. Mentre però il numero dei militari continua, anno dopo anno, a diminuire, avvicinandosi al modello, quello dei civili continua anch’esso a scendere, visto il blocco nelle assunzioni pubbliche che ha colpito i civili ma non il personale in divisa. Tale livello comporta una spesa pari a circa 8,7 miliardi di euro; pertanto, il bilancio 2006 sarà impegnato per il 72% dalle spese per il personale, mentre solo per il 28% sarà dedicato a esercizio (cioè spese di mantenimento) e investimento. Per permettere di valutare il reale significato di tali valori, si deve tener presente che, per la Francia, essi sono pari a 34% per il personale e 66% per esercizio e investimento, per il Regno Unito rispettivamente 37/63, per la Germania 51/49.

Pur ammettendo la straordinarietà della situazione relativa al bilancio 2006, bisogna rilevare che da molti anni a questa parte i bilanci si sono sempre attestati attorno all’1% del Pil. Considerato però che nel frattempo ha avuto luogo la professionalizzazione dello strumento, che ha comportato un aumento delle “spese vive” per il personale assolutamente superiore a quello preventivato (si parlava, a regime, di 1.000 miliardi di lire in più all’anno; ebbene, nel 2001 esse assorbivano circa 5,8 miliardi di euro, pari al 45% del bilancio; oggi esse assorbono, per un quantitativo di personale nettamente inferiore, 8,7 miliardi, cioè il 72% del bilancio), tali cifre si sono rivelate assolutamente insufficienti a far fronte alle necessità di ammodernamento dell’apparato militare nazionale. Si deve infatti ricordare che, a livello internazionale, per il mantenimento in efficienza di forze armate effettivamente moderne ed efficaci, si ritiene indispensabile destinare al massimo il 40% del bilancio al personale e al minimo il 60% a esercizio e investimento (senza scomodare gli alleati d’oltreoceano, questi sono i livelli mantenuti, come abbiamo visto, da Francia e Inghilterra). Recentemente, in una intervista, il capo di stato maggiore della Difesa ammiraglio Di Paola ha asserito che, spingendo al limite ogni risparmio e accettando qualche limitazione dello strumento nel suo complesso, si può operare con un livello del 50/50 (come la Germania, che però ha un PIL molto superiore al nostro), ma che al di sotto di tale livello non si può garantire l’effettiva efficacia dello strumento e la sua capacità di far fronte ad ogni evento imprevisto. Si nota immediatamente, però, come tale livello minimo sia stato totalmente disatteso, con tutte le ovvie conseguenze in termini di addestramento e ammodernamento di forze armate che, già oggi, sono le meno addestrate e peggio equipaggiate di quelle delle nazioni europee che “contano”.

Dando per assodati i livelli di cui sopra, con l’unica eccezione di considerare assolutamente transitorio il bilancio 2006 e considerando invece come politicamente condivisibile quello degli anni precedenti (quindi, bilancio Funzione Difesa all’1%, ossia in teoria per il 2006 14,4 miliardi, livello di ripartizione ottimale 40/60 e livello limite al 50/50), si può costruire il “modello sostenibile” (si badi bene, non quello “costo/efficace” o in grado di soddisfare le esigenze nazionali in materia, ma solo “economicamente sostenibile”) ponendo come incognita il livello del personale. Limitando l’analisi al solo personale militare (200.000 militari a inizio 2006), ma considerandola estesa per osmosi anche a quello civile (contrazione percentualmente analoga ed effettuata con gli stessi criteri) e ponendo a base della stessa un principio assolutamente teorico di assoluta flessibilità occupazionale nel settore difesa, si avrebbe che con una ripartizione 50/50, il livello massimo sostenibile sarebbe di 165.000 militari (mantenendo le proporzioni previste per il nuovo modello, 97.000 all’Esercito, 38.000 all’Aeronautica, 30.000 alla Marina). Tale livello sarebbe però già al limite, ossia renderebbe il bilancio della Difesa assolutamente rigido: se uno solo dei provvedimenti in cantiere per il miglioramento del trattamento economico (i militari italiani sono, è bene ricordarlo, tra i meno pagati d’Europa) e/o il riordino delle carriere, con il suo seguito di maggiori spese per il personale, passasse senza una copertura finanziaria doppia rispetto alle spese vive che comporta (per mantenere inalterata la proporzione), o se il ministero del Tesoro effettuasse ritocchi anche minimi a quel budget, o se il Pil nazionale avesse una flessione anche solo leggerissima (in considerazione della rigidità del trattamento economico del personale rispetto all’economia nazionale), tutto sarebbe di nuovo da mettere in discussione.

D’altra parte, con una ripartizione ottimale 40/60, che è poi quella che consentirebbe di far fronte con una certa flessibilità anche a tutte le situazioni sopra citate, senza necessità di improbabili interventi straordinari del Tesoro e pur rimanendo all’interno del limite massimo 50/50, il livello matematicamente sostenibile sarebbe di 132.000 militari (mantenendo le proporzioni previste per il nuovo modello, 78.000 all’Esercito, 30.000 all’Aeronautica, 24.000 alla Marina). Tale livello garantirebbe forze modernamente equipaggiate e in grado di far fronte, pur con l’ovvio limite del numero, a ogni necessità. Chiaramente, un modello così contratto comporterebbe delle limitazioni e sarebbero necessarie alcune modifiche anche ai criteri stessi d’impiego delle forze armate. Ad esempio, se si volesse continuare a inviare all’estero contingenti terrestri di una certa consistenza (78.000 uomini, considerato che l’attuale livello italiano di “brigata equivalente” è di circa 10.000, ma più correttamente 11.000 militari, permetterebbero di mantenere 7 brigate “combat”, quindi la capacità di proiezione per periodi prolungati massima si ridurrebbe a circa due, per un complessivo di 7/8.000 uomini) potrebbe essere necessario cancellare ogni utilizzo di personale dell’Esercito in Patria per esigenze non propriamente di difesa dei confini ( “Domino”, vigilanza ai seggi, “Partenope”, “Riace”, “Vespri”, etc…).

Per l’Aeronautica, potrebbe comportare una drastica riduzione territoriale di enti, basi e unità a favore della componente volo (che sarebbe costretta a ridislocarsi in toto, sia con la componente operativa che logistica, su pochissime basi, senza mantenerne operative altre di supporto; questo però avrebbe “spese di impianto” non indifferenti). Per la Marina potrebbe comportare l’impossibilità di mantenere la componente Guardia Costiera in contemporanea a quella d’altura, e considerando quest’ultima prioritaria, si avrebbe di conseguenza la cessione della prima, sia come incarichi che come mezzi e personale, al ministero dell’Interno. E’ interessante notare come quest’ultima ipotesi, per quanto (lo si ripete) puramente teorica, lascerebbe la Marina in una condizione di capacità alturiere fortemente aumentate, visto che il personale destinato a questa funzione non subirebbe quasi contrazioni e che i molto maggiori fondi per l’investimento liberati consentirebbero la piena realizzazione di tutti i programmi attualmente in stand-by e forse anche il ripristino di quelli che hanno, nell’ultimo periodo, subito sostanziali contrazioni (ad esempio il progetto “Orizzonte”).

E’ doveroso, nell’ambito di quanto esposto, effettuare alcune ulteriori considerazioni e precisazioni, da cui non ci si può esimere se si vuole mantenere il discorso a un effettivo valore teorico e se si vuole essere il più possibile corretti e precisi. Innanzi tutto, ogni analisi in ordine alle ipotesi di impiego è di esclusiva pertinenza dei decisori politici, così come pure ogni analisi sulla “struttura delle forze” è di esclusiva pertinenza degli stati maggiori. Pertanto, le ipotesi riportate a titolo di esempio e inerenti il livello di 132.000 unità sono assolutamente prive di qualsiasi valore pratico, e valide ai soli fini di una esemplificazione chiarificatrice. Proprio per questo motivo non ci si è spinti a ipotizzare, ad esempio, la suddivisione delle sette brigate ‘combat’ dell’Esercito in specialità (secondo la nuova dizione in auge: pesanti, medie, alpine, paracadutisti, aeromobili), visto che questo avrebbe spinto l’analisi sul terreno minato delle opinioni e dei desiderata personali, che esulano da un’analisi che abbia una qualche pretesa di obiettività.

In secondo luogo, i valori numerici teoricamente sostenibili citati (165.000 e 132.000) sono, a un’analisi meno superficiale, doppiamente falsati al rialzo, rispetto alla situazione delle altre nazioni europee cui si è fatto cenno, da un fattore che si è volutamente, per non appesantire eccessivamente l’analisi, tenuto in sottordine: il livello relativamente basso delle retribuzioni del personale militare italiano rispetto alla media europea e soprattutto alle nazioni leader nel settore, cui l’Italia vuole ostinatamente paragonarsi in termini di capacità (Francia e Regno Unito). Infatti, se poniamo come termine fisso un indice economico di riferimento (l’1% del Pil, pari per il 2006 a 14,4 miliardi), è intuitivo come, dato il livello di spesa per il personale (poniamo, il 50%, quindi 7,2 miliardi), più basso è il livello retributivo maggiore sarà il quantitativo di personale presente. Inoltre, tale fattore è doppiamente falsante, perché quanto maggiore sarà il livello del personale tanto maggiore il numero di veicoli, armi ed equipaggiamenti tecnologicamente avanzati necessari a renderli operativi e il numero di basi necessarie ad ospitarli, quindi le spese per esercizio e investimento lieviteranno anch’esse in misura analoga all’aumento di personale, rendendo il livello 40/60 meno efficace rispetto a nazioni con livelli retributivi più alti. La soluzione risiede, ovviamente, nel fissare a priori non il livello di finanziamento ma il livello del personale (a seconda degli obiettivi politici che le forze armate devono essere in grado di conseguire) e attribuire un budget a esso adeguato, senza pretendere di considerare le ripartizioni percentuali (40/60 o 50/50) come una verità di fede. Ovviamente questa analisi, in quanto volutamente condotta al contrario, presenta delle ineliminabili pecche dovute alle sue eccessive semplificazioni.

E’ ben precisare che l’assunto della assoluta flessibilità occupazionale nel settore Difesa, nella realtà impraticabile, comporterebbe in termini pratici due conseguenze principali. Innanzi tutto, si potrebbe effettuare istantaneamente qualsiasi riduzione ritenuta necessaria, senza tener conto dell’appartenenza o meno del personale ai ruoli del Servizio Permanente, ossia con contratti di lavoro a tempo indeterminato. In secondo luogo, tutte le diminuzioni di personale necessarie verrebbero effettuate con processo assolutamente top/down, ossia si ripartirebbero in percentuali analoghe su tutti i gradi e le categorie, comprese quelle del citato Servizio Permanente. In tal modo, la spesa per il personale varierebbe in maniera perfettamente proporzionale al variare del numero di occupati nel settore, cosa che di norma non succede, in quanto ogni taglio va a pesare in maniera percentualmente molto maggiore sul personale in Ferma Breve o Prefissata, ossia con contratti a termine. Esso è più facilmente contraibile, ma è anche quello con i livelli retributivi più bassi, quindi ciò rende i risparmi conseguiti percentualmente meno rilevanti del taglio in sé e rende il modello squilibrato verso l’alto. Squilibrio che può rientrare solo in un tempo valutabile in decine di anni, a meno che non si intervenga con una decisa politica di prepensionamenti o di passaggio ad altre amministrazioni pubbliche (non ai ruoli civili della Difesa, visto che graverebbero comunque sui fondi di detto ministero e nella stessa percentuale, dato il principio dell’irreversibilità stipendiale). Analogamente, dovrebbe essere altrettanto flessibile la componente infrastrutturale, ovvero si dovrebbe poter chiudere basi e infrastrutture in eccesso senza incontrare obiezioni di sorta.

E’ inoltre utile chiarire il concetto di “brigata equivalente”: si tratta di un metodo alquanto rozzo e speditivo, ma sufficientemente efficace, di valutare la composizione di un esercito rispetto a un altro, valutazione altrimenti impossibile se non attraverso un certosino lavoro di analisi dell’organica ai minimi livelli, i cui dati peraltro non sempre sono pienamente disponibili e accessibili. In buona sostanza, consiste nel dividere il quantitativo totale di personale di un esercito per il numero di brigate “combat” (o di reggimenti, per nazioni che utilizzino il metodo sovietico) che lo stesso è in grado di esprimere, fornendoci una sommaria informazione di “quanti uomini impiega la nazione X per generare una brigata di linea”. Per l’Italia, abbiamo quindi 112.000 uomini su 11 brigate, cioè una BE di 10.000 militari. Considerato però che alcune brigate sono consistentemente più piccole di altre, si può ragionevolmente considerare un livello di 10 brigate “piene”, ossia una BE di 11.000 unità. Per il Regno Unito il valore è di circa 105.000/7, per cui 15.000 uomini. Per la Francia 130.000/9, per cui 14.000. Per la Germania 190.000/13, per cui 14.500.

In buona sostanza, se la nazione X ha una brigata equivalente molto più piccola di un’altra nazione Y, tale dato è un buon indicatore di capacità complessivamente inferiori delle brigate di X (a parità di equipaggiamento). Infatti, tale differenza può essere giustificata col fatto che Y ha brigate organicamente più grosse di X o col fatto che Y ha a disposizione un quantitativo di supporti (Combat Support e Combat Service Support, ma anche scuole, poligoni, centri d’addestramento, etc…) per dette brigate molto superiori a X, il che ne aumenta (teoricamente) l’efficacia in combattimento. Alternativamente però, X potrebbe avere una struttura su soldati a lunga ferma, mentre Y l’ha di leva. In tal caso, Y ha molto personale impiegato costantemente in addestramento, con livelli complessivi di operatività percentualmente inferiori (all’estremo opposto, X ha un esercito di “vecchietti”), oppure Y potrebbe avere una struttura di comando elefantiaca rispetto alle effettive capacità dello strumento. Inoltre, nell’effettuare paragoni tra strumenti dimensionalmente molto diversi (ad esempio USA-Regno Unito, o Germania-Danimarca) non si devono dimenticare le maggiori economie di scala nei supporti per quelli più voluminosi, che portano, a parità di capacità, a una diminuzione della BE. Pertanto, questo metodo presenta vistose limitazioni, ma è l’unico speditivo che si presti sufficientemente allo scopo.

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