Anno 2006

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C’era una volta il comandante

Pietro Penge, 11 dicembre 2006

C’è stata un’epoca, in cui il comandante era il primo a sguainare la spada, e guidava i suoi uomini in battaglia. Il primo a coprirsi d’onore o il primo a cadere. La sua spada e il suo vessillo rappresentavano spesso la differenza fra la vittoria e la sconfitta. C’è stata un’epoca, in cui il comandante, dall’alto di una collina, ordinava il movimento dei battaglioni al suo comando nella pianura sottostante. I suoi occhi, la sua mente e i suoi veloci portaordini erano i mezzi cui affidava la vita dei suoi uomini e il suo onore di soldato.

C’è stata un’epoca in cui il comandante, lontano dal fronte dove i suoi uomini trovavano la morte, studiava cartine topografiche e leggeva dispacci, dando ordini a truppe che non vedeva per eseguire manovre che essi non capivano ma cui si attenevano. Era la capacità di avere informazioni tempestive e corrette, di interpretarle nel migliore dei modi la mobilità tattica delle truppe e la potenza di fuoco a fare la differenza fra il vincitore e lo sconfitto. Ma sempre, dovunque e comunque, si ergeva, su tutti e su tutto, la figura del comandante.

Tutto questo, oggi, non esiste più. Le straordinarie possibilità tecniche a nostra disposizione fanno sì che eserciti minuscoli, con un potere di fuoco relativamente limitato ma con una mobilità e una capacità informativa d’eccezione, possano travolgere forze teoricamente molto superiori per numero e quantità d’armamenti, distruggendo intere divisioni nemiche al costo di poche vite umane. Che tre o quattro misere divisioni possano invadere un paese di milioni di abitanti, travolgerne le difese, spazzarne via le forze armate e conquistarne il territorio subendo perdite che si contano in millesimi delle forze impiegate. O addirittura, che basti la devastante potenza di aeronautiche numericamente risibili per costringere il nemico a piegarsi.

Sempre più, la guerra diventa un videogame. Satelliti in orbita a migliaia di chilometri di quota ci mostrano con risoluzione di un metro ogni angolo di qualunque Paese. Stormi di Uav ultratecnologici setacciano il terreno alla ricerca del più piccolo bersaglio. Sono decine di tipi diversi, da quelli pesanti poche centinaia di grammi ai mostruosi velivoli senza pilota intercontinentali. Se trovano un bersaglio, esso viene neutralizzato da una ondata di missili di precisione lanciati da una flotta inaffondabile ancorata a migliaia di chilometri di distanza o da una pioggia di costosissime bombe intelligenti lanciate da aerei volanti a quote inarrivabili. Poco importa se il bersaglio è una centrale di aomando e controllo o una semplice buca con una mitragliatrice: sarà annientata con la stessa, devastante efficienza. Poco importa se bombe intelligenti da decine di milioni di dollari servono a neutralizzare due fanti con una mitragliatrice vecchia di 30 anni.

Se qualcosa, o qualcuno, ancora osa opporsi allo strapotere della moderna tecnologia, bombardieri strategici in grado di portare 30 tonnellate di bombe fanno Close Air Support per le truppe a terra, come se fosse cosa normale usare mezzi progettati per portare testate atomiche nel cuore del territorio nemico per sganciare una singola bomba atta a neutralizzare, magari, un omino con un lanciarazzi Rpg.

Se una rete di gallerie resiste alla pioggia di fuoco cui viene sottoposta, gigantesche bombe Moab da dieci tonnellate causano un sisma in grado di sconvolgerle. Se un carro armato scampa ai missili autocercanti degli aerei, poi a quelli degli elicotteri, poi a quelli dell’artiglieria, poi a quelli dei mortai, e osa sparare un colpo contro un carro nemico, quand’anche lo colpisse vedrà il suo proiettile rimbalzare contro la corazza impenetrabile del mezzo che ha di fronte, che senza scomporsi girerà elegantemente la sua torretta, e con un singolo colpo piazzerà un proiettile perforante esattamente nel punto più debole della sua corazzatura, fra la torretta e lo scafo, facendolo a pezzi.

Una fanteria del futuro dotata di ricevitori Gps tascabili, radio in grado di leggere il movimento della mascella per parlare senza emettere suoni, fucili con mirini di tale perfezione che non servirà più saper allineare in una frazione di secondo mirino e tacca di mira, si limiterà ad avanzare, liberando un popolo festoso che la accoglierà come una liberatrice. Ma dov’è, il punto debole di questa armata apparentemente invincibile? Cosa può sconfiggere una simile macchina bellica? Niente, se non la sua stessa potenza. Niente, se non il suo stesso trasformare la guerra in un videogame.

Si, perché in un videogame non importa quante volte - per fortuna o per errore - il nemico ti colpisce, non si muore lo stesso. Basta inserire un’altra monetina e si è ancora lì, più svegli e potenti che mai. Quando invece in una guerra vera un soldato muore, un’opinione pubblica cresciuta nella convinzione che in guerra i lutti sono solo degli altri fa fatica a capire. Anzi, anche i lutti degli altri diventano una inutile barbarie da evitare. Quelli dall’altra parte dovrebbero arrendersi e basta, tanto lo sanno che non hanno scampo. E se assurdamente e incomprensibilmente rifiutano di arrendersi, si ingenera una sorta di psicosi collettiva che trova sfogo nel classico adagio ‘dell’assurdità della guerra’.

Opinioni pubbliche che 60 anni fa sopportavano con stoica fermezza decine e centinaia di migliaia di morti in pochi mesi, oggi non comprendono come sia possibile, in tre anni di guerra, perdere tremila soldati. Sempre più madri e mogli piangono in mondovisione, quando una volta piangevano, in maniera certo più segreta ma non meno straziante, nel buio delle loro case. Sempre più bare rientrano avvolte nei colori della Patria, quando una volta trovavano frettolosa e spesso anonima sepoltura sullo stesso suolo nemico.

Peggio, la guerra è diventata un videogame per gli stessi soldati. Perdere un amico, un compagno, è cosa impensabile. Mica si può morire, in guerra. Non è giusto. Non è pensabile. Non è possibile. “Noi arriviamo, li bombardiamo, loro si arrendono e facciamo la nostra marcia di liberazione”. Ma se poi, nonostante missili, bombe intelligenti, mirini ultraprecisi e carri indistruttibili il nemico non si arrende, se continua a sparare ancora, se riesce non si sa come a sopravvivere e a farci pagare un seppur lieve tributo di sangue, se i nostri mezzi indistruttibili vengono distrutti, se la nostra marcia trionfale non è salutata da folle festanti, allora ogni certezza crolla, e tutto diventa lecito. Tutto, anche l’impensabile. Anche le torture su prigionieri di guerra legittimi protetti dalle convenzioni internazionali. Anche i bombardamenti “stupidi” eseguiti con armi intelligenti. Anche l’impiego di una forza totalmente sproporzionata per raggiungere un obiettivo di limitato valore che si potrebbe raggiungere senza usarla per nulla, la forza.

Peggio ancora, viene meno la figura, il valore, l’importanza del comandante. La facilità del vincere fa gola a molti. I politici si arrogano il diritto di comandare ciò che non hanno l’esperienza e la capacità di comandare. Si fa strada l’incredibile principio secondo cui “la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai militari”. Si pongono vincoli e laccioli, si interviene in tutto, si vuole vedere e comandare tutto: quante e quali truppe impiegare, come equipaggiarle e impiegarle, quali obiettivi perseguire, in che modo raggiungerli e in che tempi. Si pretende che le truppe si muovano all’unisono coi valzer della politica: ora si attacca, domani ci si ferma perchè si sta trattando, dopodomani si arretra di 527 metri perché così ha detto qualcuno, il giorno dopo si riparte all’attacco. Se i comandanti si oppongono, vengono messi a tacere o sostituiti: è incredibile come quegli idioti si rifiutino di capire che la guerra non è più affar loro e che chiunque sia arrivato - in un modo o nell’altro - a occupare una determinata poltrona, possa certo farla meglio di loro.

Il Comandante non è più colui che ha la responsabilità prima e totale della vita dei suoi uomini, della scelta e della preparazione delle forze e della condotta delle operazioni. Oggi per far la guerra basta premere un bottone. Decine di satelliti e centinaia di Uav esploreranno il terreno. Migliaia di missili scardineranno la struttura difensiva nemica. Decine di bombardieri invisibili lo colpiranno. Proiettili d’artiglieria sempre più precisi e con gittate sempre maggiori, razzi e tecnologie di ogni genere faranno il resto. In maniera sempre più spersonalizzata si vedranno su grandi schermi Lcd nitidissime, immagini di bersagli trasformarsi in nuvolette di fumo. Figure antropomorfe riprese da sensori all’infrarosso smetteranno di muoversi e diventeranno sempre più sbiadite. Bersagli impersonali si avvicineranno sempre di più alla telecamera fino a svanire in una serie di interferenze, come al finire di un vecchio film in Vhs.

E per premere un bottone non serve un comandante, che prima di essere tale è un soldato. Lo può fare chiunque. Anche chi non ha servito per anni con “disciplina, fedeltà e onore” il proprio Paese. Anche chi non è stato addestrato a capire quando è ora di fermarsi. Anche chi non ha cognizione di cosa significhi essere laggiù, sul campo, in prima persona. Anche chi non si è formato alla scuola del dovere e del sacrificio. Anche chi non porterà per sempre sul cuore il peso di aver mandato a morire dei ragazzi di vent’anni. Anche chi ha sempre pronto un capro espiatorio, perché lui non può fallire. Anche chi non si prenderà nemmeno la briga di firmare di proprio pugno le lettere destinate ai parenti dei caduti. Anche chi non conosce l’etica militare. Anche chi non ha mai voluto imparare che comandare è prima di tutto servire. Anche chi non conosce le regole della guerra e - a ben vedere - nemmeno quelle, ben più basilari: dell’onore.

Questo dovrebbe farci davvero paura perché, insieme alla figura del comandante, che con un rivolo di sudore freddo che gli correva lungo la schiena dava ordini ai suoi uomini, conscio che un eventuale suo errore avrebbe significato la morte di tanti dei ragazzi che gli erano stati affidati, rischia di sparire tutto ciò che a tale romantica, ma non per questo arcaica figura era correlato: l’etica del combattente, l’onore delle armi concesso a un nemico sconfitto ma indomito, il rispetto delle leggi della guerra e il disonore di chi le trasgredisce, il saper riconoscere il flebile confine fra la guerra e la barbarie. Tutto questo rischia di scomparire allo stesso modo in cui, in un’epoca che ci pare lontanissima, caricando fra le steppe di Insbucenskji, scomparvero per sempre, scrivendo un’ultima pagina di gloria, il cavallo e il cavaliere, l’onda di lance, sciabole, carne e sangue che per secoli aveva costituito la suprema espressione del coraggio e del valore degli uomini e degli eserciti.

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