Anno 2006

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Kosovo, indipendenza condizionata

Giovanni Punzo, 22 novembre 2006

Allo stato dei fatti il Kosovo si sta avviando verso una indipendenza ‘condizionata’ a causa delle numerose perplessità espresse a livello internazionale riguardo la situazione interna, inadeguata all’esercizio di una piena sovranità. Questa eventualità è già stata annunciata in seno alle Nazioni Unite attraverso il comunicato del possibile slittamento della decisione finale prevista entro il 2006 e ha suscitato prevedibili commenti. È ormai più che evidente che la soluzione non verrà dalle trattative tra Belgrado e Pristina, ma da un accordo all’interno del cosiddetto Gruppo di Contatto (Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia).

Un ‘piano segreto’ è stato predisposto dall’ex presidente finlandese Ahtisaari, negoziatore ufficiale per conto delle Nazioni Unite, e il contenuto già reso noto ai vertici del Palazzo di Vetro. Per non influire sulle elezioni politiche previste in Serbia alla fine del prossimo mese di gennaio, i particolari di questa soluzione verranno resi noti soltanto dopo il voto. Prima di affrontare la situazione interna della ex provincia jugoslava, è ora quanto mai opportuno sottolineare alcuni aspetti: la diversità delle singole posizioni a livello internazionale, la separazione de facto del Kosovo dalla Serbia già in atto e la soluzione de jure che si sta cercando – dovendo tener conto dei principi del diritto internazionale – è in ogni caso destinata a costituire un precedente importante nella futura prassi delle relazioni internazionali.

Proprio per questo la Russia di Putin – in parte per la tradizionale solidarietà panslava che da un certo tempo rappresenta un elemento costitutivo della politica estera di Mosca, in parte per le ripercussioni che l’indipendenza produrrebbe in diverse aree periferiche dell’ex impero sovietico – considera tutta la questione con estrema cautela. Ciò non significa affatto che all’ultimo momento non possano prevalere a favore ragioni di Realpolitk. In altre parole, per la Russia di Putin il Kosovo è una piccola pedina su uno scacchiere più vasto e più importanti delle questioni di principio sarebbero comunque i vantaggi ottenibili in cambio di un parere favorevole. Nell’ambito dell’Europa orientale di recente un parere contrario è stato espresso anche dal primo ministro slovacco che, sulla stessa lunghezza d’onda di Putin, teme instabilità nelle zone contese con l’Ungheria e la Serbia a causa della creazione di un pericoloso precedente indipendentista. Infine, benché possa sembrare pleonastico ricordarlo, la Serbia, con la recente approvazione della nuova costituzione, ha detto la sua ultima e definitiva parola in merito e per le prossime elezioni è prevedibile un ulteriore irrigidimento sotto forma di più ampi consensi ai partiti nazionalisti.

Per tutti questi motivi, affermano numerosi funzionari internazionali, è improbabile che il Consiglio di Sicurezza garantisca alla provincia una indipendenza piena e immediata, ma sembra piuttosto possibile che affidi la risoluzione della questione a una missione europea ad hoc. Al contrario, gli Stati Uniti sono apertamente favorevoli alla indipendenza per almeno due ordini di ragioni. La prima è consequenziale alla stessa logica politica che ha condotto all’intervento nell’ormai lontano 1999 e la seconda è la necessità di ridurre ulteriormente l’impegno nei Balcani, area considerata da Washington ormai normalizzata. In verità, al momento in Kosovo la presenza Usa è già abbastanza ridotta (circa un migliaio di uomini della Army National Guard), ma il valore strategico della base di Camp Bondsteel è in sé di gran lunga superiore a qualsiasi altro impegno contraibile. Inespressa infine, secondo altri commentatori, un’ultima ragione: un altro Stato indipendente nell’area non costituisce una minaccia in sé, ma semmai una garanzia di poterla meglio controllare sfruttando gli effetti della cosiddetta ‘balcanizzazione’. I più maliziosi non hanno mancato di osservare che, pur accettando la guida europea di una futura missione in Kosovo, gli Stati Uniti non hanno per questo rinunciato a una loro partecipazione.

All’interno dell’Unione Europea si sono manifestate varie posizioni, non per questo inconciliabili tra loro, ma che riflettono singole e diverse valutazioni sulla questione. In ogni caso l’Unione Europea è perfettamente consapevole del fatto che – in caso di indipendenza della provincia, anche se ‘condizionata’ – sul modello di quanto già accaduto in Bosnia, una serie di consistenti oneri (soprattutto finanziari) verrebbero a gravare sulle sue spalle. Proprio in previsione di questo ci sono già state dichiarazioni precise dell’Unione sulla riduzione dell’impegno, non già in termini politici, ma appunto finanziari. Per prima cosa è stata preannunciata una drastica riduzione del numero dei funzionari internazionali che attualmente nella struttura Onu (polizia compresa) superano le diecimila unità. D’altra parte è impossibile negare che, per ottenere stabilità e sviluppo, siano richiesti ora altri investimenti.

La posizione complessiva del governo albanese sulla questione del Kosovo si presenta invece più articolata – e questo è perfettamente comprensibile, sia per la contiguità che l’affinità tra i due vicini – e non trascinata a forza da motivazioni ultranazionaliste di sostegno agli indipendentisti. Il primo ministro albanese Sali Berisha sostiene infatti che l'indipendenza per la provincia a maggioranza albanese sia l'unica strada da percorrere per ristabilire relazioni normali tra i paesi balcanici. “L'Albania è convinta che il pieno rispetto della libertà e diritti dei serbi del Kosovo e l'indipendenza di questo paese siano la precondizione per la pace e la stabilità nella regione”, ha dichiarato all'Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa il 3 ottobre scorso. Dietro queste parole si individuano due punti precisi: il riconoscimento dei diritti della minoranza serba è un passo indispensabile per l’avvicinamento albanese all’Unione Europea e alla Nato e l’indipendenza del Kosovo un riconoscimento dello stato di fatto per avviare future trattative di maggior respiro con Belgrado.

Nonostante la freddezza con cui sono state accolte queste dichiarazioni in Serbia, esse non possono essere definite tuttavia oltranziste. Nonostante su Berisha abbiano gravato in passato accuse di sostegno all’Uck nella fase iniziale della lotta armata, in seguito il leader albanese ha sempre apertamente sostenuto la politica moderata di Rugova. Anche quando, dopo l’incontro con Milosevic, la popolarità del politico kosovaro aveva subito un brusco calo, Berisha aveva manifestato il suo aperto e caloroso sostegno alla persona di Rugova e alle sue scelte moderate. La stessa opposizione albanese, molto attiva nel confronto politico interno, ha poi più volte sottolineato l’identità di vedute con il premier sulla questione del Kosovo. Una vera e propria approvazione internazionale si è verificata infine nel corso di una recente visita a Tirana di M. Ahtisaari. Il negoziatore Onu ha dichiarato di essere soddisfatto della posizione espressa nei confronti del Kosovo: “L'Albania sta trattando la questione del Kosovo in maniera prudente”.

Resta a questo punto un ultimo fattore, un’incognita alla quale dare una risposta non è facile. Quale potrebbe essere la reazione del Kosovo di fronte a un risultato tanto atteso e in fondo altrettanto deludente, una soluzione cioè che parlando di ‘indipendenza’ scontenta la minoranza serba ed essendo ‘condizionata’ non soddisfa nemmeno la maggioranza albanese?

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