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| Anno 2006 | |
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Al di là delle posizioni dei singoli Stati sulla questione, il maggior ostacolo all’indipendenza del Kosovo - e alla sua conseguente collocazione a pieno diritto tra gli stati sovrani - è costituito senza dubbio dalla situazione interna. Su di essa ha sempre pesato l’impostazione iniziale del processo di ricostruzione, ovvero la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, all’interno della quale un esito finale di indipendenza reale non era previsto (ma non per questo imprevedibile) e non era indicato un piano di adeguato “state building”. Indubbiamente, con il passare del tempo – ovvero con il protrarsi della debolezza politica serba e dell’instabilità di quel Paese, nonché con la radicalizzazione interna al Kosovo a favore dell’indipendenza – di fatto si è prodotta un’accelerazione in questa direzione con esiti che si possono ora definire irreversibili. Periodicamente però, attraverso la diffusione di precisi e articolati rapporti, organizzazioni internazionali di varia natura od organizzazioni non governative hanno comunque sempre segnalato all’opinione pubblica sia il quadro generale del Kosovo, sia le numerose difficoltà in campo economico, sociale, amministrativo e dell’ordine pubblico. Che non sempre si siano voluti cogliere questi segnali, è un altro discorso.
La principale difficoltà del Kosovo risiede indubbiamente nello sviluppo economico: al momento è del tutto impossibile sostenere che possa reggersi in piedi da solo. Un primo dato fondamentale è che il Pil di tutti i paesi balcanici si aggira intorno al 1% di quello della UE. Considerando che il Kosovo è il più povero dei paesi di quest’area si possono già trarre delle conclusioni tutt’altro che rassicuranti. Con due milioni di abitanti in prevalenza giovani e con un trend demografico fortemente positivo, il Kosovo continuerà a costare molto dal punto di vista finanziario poichè, secondo stime occidentali, il costo annuale della missione Onu e delle operazioni ad essa connesse è già stato dal 1999 ad oggi di circa un miliardo e 300 milioni di dollari all’anno. Secondo quanto afferma l'Undp (Programma di sviluppo delle Nazioni Unite) il reddito pro-capite è ora poco sopra i mille dollari annui. Il Fondo monetario internazionale prevede quindi una diminuzione del Pil e un declino economico progressivo in parallelo al ritiro della missione Onu. Ciò significa – ammesso sia teoricamente possibile da un punto di vista contabile – toccare a breve valori negativi di almeno due o tre punti. In conclusione, l’effetto forbice tra sviluppo demografico e sviluppo economico finirà per costituire la più grave minaccia alla stabilità a lungo termine. Le rimesse degli emigranti – altra importante fonte di sostegno all’economia del Kosovo, secondo uno studio proposto da ESI (European Stability Initiative) – sono in calo e la loro incidenza si è ridotta notevolmente negli ultimi anni. Nel periodo a cavallo del conflitto la diaspora degli albanesi del Kosovo - soprattutto in Germania e Svizzera - aveva rappresentato il volano finanziario della provincia, anche per sostenere attività volte al contrasto della politica di Milosevic, ossia il finanziamento del Uck. Ridotto il numero dei kosovari all’estero, dei quali molti sono stati “invitati” a rimpatriare dopo le vicende del 1999, il ruolo delle rimesse si è ora drasticamente ridimensionato. Si è anzi creata una situazione paradossale: nonostante gli investimenti internazionali per creare occupazione, i livelli si sono abbassati, mentre si è cercato di evitare una seconda diaspora, ovvero un’altra ondata migratoria, che avrebbe potuto però rimettere in moto gli effetti positivi delle rimesse dall’estero. Un altro problema niente affatto secondario – benché si possa definire almeno singolare il momento particolare in cui compare apertamente alla luce in tutta la sua gravità – è quello del funzionamento della amministrazione in generale e della corruzione presente in ampi settori. Gli uffici Osce di Pristina hanno infatti recentemente diffuso un opuscolo di una quarantina di pagine per sostenere la lotta alla corruzione (The Anti-Corruption Action Plan: Social and Economic Necessity for Kosovo). Più gravi, e di maggior impatto, altre notizie invece riportate dalla stampa (recentemente da Arbana Xharra, collaboratrice di Khoa Ditore e della testata online Balkan Insight, ma a partire dallo scorso anno anche da altri giornalisti kosovari) sugli sperperi dei funzionari pubblici del Kosovo: ogni anno milioni di euro in telefonate, benzina, cene e altre voci di spesa non essenziali. Questo stando a un rapporto – non pubblicato – del ministero della Economia e delle Finanze. Risultano spesi più di 8,3 milioni di euro in carburante nella prima metà del 2006; più di 2,5 milioni in traffico telefonico sui cellulari; per cibo e bevande 4,5 milioni di euro; per la manutenzione delle auto due milioni di euro (auto ufficiali pressoché nuove, essendo state acquistate nel 2003 e nel 2004). In viaggi all’estero di funzionari governativi sono svaniti altri milioni di euro, fagocitati dai rimborsi spese giornalieri. Evidentemente i funzionari governativi hanno tutti i diritti di sostenere spese legittime, ma la maggioranza degli analisti ritiene che l’attuale livello di queste spese sia troppo alto, almeno per un governo che dispone di così poco denaro. A loro avviso, lo stile di vita relativamente dispendioso che i funzionari richiedono sta stornando fondi da altre priorità, come appunto lo sviluppo economico. Secondo un giudizio serbo abbastanza duro e critico, la politica delle privatizzazioni per il rilancio economico è stata fallimentare in quanto non ha portato all’afflusso di capitali di investimento stranieri che attendevano una soluzione definitiva sullo status finale, ovvero la stabilità. Le accuse più pesanti sono rivolte alla Unione Europea che, incaricata della ricostruzione economica, non ha condotto correttamente la politica delle privatizzazioni. Ad esempio, in alcune fabbriche la proprietà è stata conferita attraverso una forma di azionariato ai lavoratori che ne risultavano dipendenti alla data del 1° ottobre 1999. Prima di tale data, però, moltissimi serbi avevano abbandonato il Kosovo, pur avendo lavorato in quelle stesse fabbriche anche da trent’anni. Per i noti dissidi etnici sembra che gli albanesi che hanno testimoniato a favore di lavoratori serbi siano stati molto pochi. In tal modo la Serbia ha ingrossato il numero dei propri profughi provenienti dalla provincia e perso i diritti economici su stabilimenti che aveva costruito e finanziato. Inoltre, l’economia serba era dipendente da materie prime ricavate in Kosovo e dall’energia che si produceva: in questo momento esistono ancora le centrali e le reti di distribuzione, ma non funzionano oppure l’energia non è più trasferita dal Kosovo, rendendo ancora più difficile una ripresa economica serba. Ancora più paradossale il fatto che, restando comunque la Serbia un produttore significativo di generi alimentari e altri beni di consumo, il principale mercato di esportazione di queste merci sia il Kosovo. Senza esito gli appelli degli indipendentisti kosovari a boicottare i prodotti d’importazione perché alcuni, ad esempio l’olio alimentare e vari tipi di dolciumi, risultano insostituibili e molto competitivi. Nella scorsa estate International Crisis Group ha diffuso un rapporto (An Army For Kosovo, Europe Report n. 174, 28.07.06) dedicato alla eventualità che il Kosovo dopo l’indipendenza potesse disporre di proprie Forze armate. Il concetto in sé ha provocato una tempesta di reazioni, ma indubbiamente il fatto che in questo modo si superino tutte le ambiguità insite nella struttura del Kosovo Protection Corp – sorto sulle ceneri del discusso Uck – sarebbe positivo, sempre che la nuova struttura fosse correttamente impostata e controllata dopo aver radicalmente trasformato quella esistente. Da ricordare che l’organico attuale del Kpc contempla circa tremila unità tra le quali una quindicina di dirigenti assimilati al rango di ufficiali generali e una cinquantina a quello di colonnello con un dispendio di risorse decisamente eccessivo. In conclusione, quindi, un’altra riforma indispensabile da realizzare che richiederà fermezza, impegno e risorse. L’ordine pubblico rappresenta un altro punto spinoso, soprattutto per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata. Gli appartenenti alle forze di polizia sembrerebbero comunque sufficienti ai compiti previsti: ai circa 1.200 poliziotti dipendenti da Unmik si affiancano settemila unità del Kps (Kosovo Police Service), 1.200 del Kcs (Kosovo Correctional Service, ovvero le carceri) e circa 500 unità Unmik Custom Service, addetti alle dogane e ai servizi di frontiera. Se è pur vero che gli atti di intolleranza etnica statisticamente sono diminuiti (ovvero gli episodi denunciati come tali), è altrettanto vero che hanno assunto anche forme diverse dall’aggressione diretta. Il 2 novembre scorso ad esempio un bus serbo con persone che si stavano recando a rendere omaggio ai parenti defunti è stato volutamente bloccato da kosovari albanesi nei pressi Suva Reka, lungo la strada che da Prizren conduce a Shtimje e a Pristina. Last but not least, l’altro grande problema del Kosovo resta quello dei diritti umani in generale, che non rappresentano una preoccupazione colta o solipsistica di pochi intellettuali, ma sono l’aritmetica elementare delle democrazie rappresentative. Per quanto si parli solo delle condizioni della minoranza serba, esistono aspetti della stessa società kosovara albanese, soprattutto nelle zone rurali, che destano una certa preoccupazione. La prima è la condizione femminile: gli standard relativi ai livelli occupazionali e di istruzione delle donne kosovare sono agli ultimi posti delle statistiche mondiali. In alcune zone l’unica struttura sociale efficiente resta la cosiddetta famiglia allargata (in verità un termine sociologico per indicare la struttura patriarcale). Mezzo secolo di socialismo reale non solo non ha portato sviluppo alle campagne, ma non è riuscito in quest’area a scalfire queste strutture secolari quanto discutibili. Le difficoltà economiche di un dopoguerra che non sembra aver fine le hanno rese oggi ancora più salde, conferendo indirettamente un ruolo di autodifesa delle piccole comunità, ma non per questo trasformandole in un fattori di rinnovamento essendo basate su consuetudini mai mutate nel tempo. Dopo lo sforzo di pacificazione generale attuato a suo tempo da Rugova, che per raggiungere l’unità politica dei kosovari aveva raccomandato di abbandonare queste strutture e i loro retaggi medioevali, sembra di assistere in questo momento a un generale regresso.
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