![]() |
| Anno 2006 | |
|
|
Benché a più distratti tra noi Vladimir Putin possa talvolta apparire nelle modeste vesti del presidente di un’azienda del gas desideroso di migliorarne il bilancio alzando le tariffe, la Russia post-sovietica, via via che si rafforza la sua leadership, presenta degli aspetti che, pur negando l’esperienza del socialismo reale, sembrano rivelarne lo stesso carattere. In passato si era attribuito ciò alla ideologia marxista-leninista e al suo forte potere, ma oggi – quando tutto è cambiato, o forse ci illudiamo che lo sia – si è spesso portati a pensare che qualcosa persista ancora. Soddisfatti ed entusiasti nel 1989 di avere finalmente gettato a mare l’ideologia e le sue nefaste conseguenze, sembra che ora nella politica interna ed estera dell’ex Unione Sovietica ricompaiano fattori simili.
Un breve studio dedicato al ruolo della ‘nuova ideologia’ russa (Mark Smith, Sovereign Democracy: the Ideology of Yedinaya Rossiya, Conflict Studies Research Centre, August 2006) ne illumina l’origine politica e la colloca in modo preciso all’interno del principale partito che attualmente sostiene Putin: Yedinaya Rossiya, ovvero Russia Unita. L’autore britannico si occupa principalmente della politica interna dell’ex Unione Sovietica, ma i collegamenti che si possono individuare con la situazione politica internazionale diventano subito evidenti. La Costituzione russa del 1993, con una norma precisa, abolisce l’ideologia e afferma il pluralismo, anzi, per affermare la rottura con il passato e quindi dai frequenti richiami al marxismo-leninismo, esclude perfino l’influenza di un futuro ruolo della stessa sullo Stato e si allinea così con le maggiori democrazie parlamentari. In realtà, come osserva acutamente lo studioso inglese, dietro questa messa al bando solenne dell’ideologia, sembra più semplicemente che se ne stia formando un’altra. Artefice di questa anti-ideologia è Vladimir Surkov che vuole uno Stato forte, incentrato sulla leadership di Putin, con spiccate caratteristiche nazionali ispirate al panslavismo e che garantisca anche un certo welfare in funzione del consenso. Naturalmente la democrazia è indispensabile, secondo Surkov che è anche responsabile della scuola quadri del partito (non è un lapsus, né un dejà-vu), ma deve trattarsi di una ‘democrazia sovrana’. Il ruolo dell’opposizione si ridimensiona perché, in questa democrazia sovrana, si deve ridurre lo spazio alle politiche anti-sociali e anti-nazionali. Boris Gryzov, ex leader di YR alla Duma, ha definito il partito “conservatore” e dichiarato che si ispira al modello del partito liberal-democratico giapponese: successivamente, nell’aprile 2006, varando la stesura del programma del partito in vista delle elezioni della Duma previste per il dicembre 2007, ha ulteriormente messo a fuoco questo concetto parlando di “conservatorismo sociale”. Questo concetto si collega a quello già espresso da Surkov sulla democrazia sovrana. Poiché infine Gryzov auspica che il proprio partito possa conservare la leadership almeno per una ventina d’anni, ovviamente per attuare tutte le riforme ancora necessarie in Russia, non sorprende che uno dei temi sviluppati da Andrey Isayev sia stato anche “Yedinaya Rossiya segue la tradizione politica russa”, benché a questo punto sia legittimo chiedersi quale. Se aggiungiamo ora alle considerazioni dello studioso inglese poche altre nozioni di geopolitica e qualche ricordo storico sulle politiche di modernizzazione ed espansione condotte da personaggi come ad esempio Pietro il Grande, otteniamo l’immagine costante di un Paese in lotta da secoli per controllare un continente. Un Paese che intende ora tornare a svolgere un importante ruolo internazionale, pronto per questo a impiegare tutte le risorse a sua disposizione, ma soprattutto a cogliere e sfruttare tutte le occasioni e le opportunità, naturalmente a partire anche dal gas. Abbandonando ora i toni ironici e semi seri, dietro queste brevi note si individua tuttavia un problema molto serio. Come è possibile governare un Paese delle dimensioni dell’ex Unione Sovietica in presenza di difficoltà geografiche o climatiche estreme o originate dalle diversità delle popolazioni che vi sono insediate, dai loro costumi e consuetudini e soprattutto come è possibile controllare l’andamento o gli esiti di una qualsiasi azione politica o di riforme? A partire da Ivan il Terribile e passando per Pietro il Grande e (purtroppo) anche per Stalin lo scopo è sempre stato quello di controllare un territorio immenso attraverso una burocrazia centralizzata, formata nelle stesse scuole e che parlasse la stessa lingua. Con le buone o con le cattive. Ivan il Terribile non esitò a mettere a ferro e fuoco città russe e conventi ortodossi e lasciò un regno più grande di quello che aveva ereditato. Pietro il Grande impose il taglio delle barbe ai boiari e una serie di regole che durarono fino al 1917, quali le uniformi e i ranghi gerarchici anche per i funzionari civili dello Stato nella convinzione che tutti operassero meglio in sintonia con il centro. Lo zar Pietro oppresse la Russia con tasse persino sui funerali e le bare, ma liberò il Paese da presenze straniere come gli svedesi sul Baltico o i turchi nel Mar Nero. Stalin – quasi inutile ricordarlo – fece di peggio, ma la cortina di ferro fu anche la risposta del XX secolo all’ossessione della sicurezza di un impero nato prima di Lenin. Nessuno ora osa contrastare seriamente l’egemonia russa sul continente. A parte qualche tribù del Caucaso.
|