Anno 2006

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La Federazione Russa e la sua nuova rete di sicurezza

Giovanni Salati, 2 marzo 2006

L’allentamento delle frontiere geopolitiche dello spazio post-sovietico e l’inefficienza della Comunità degli Stati Indipendenti (Csi) hanno spinto la Russia ad attribuire maggiore importanza a organizzazioni sub-regionali come l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Otsc), ma è stato solo in seguito alle cosiddette rivoluzioni colorate del 2003 (Georgia) e del 2004 (Ucraina) che Mosca ha cominciato a riformulare il sistema regionale di sicurezza dello spazio post-sovietico, anche alla luce della crescente insofferenza ucraina, moldava e georgiana, per alla presenza delle basi militari russe, e della tendenza turkmena alla neutralità. Un simile atteggiamento va visto, del resto, come parte di un più vasto ritorno internazionale della Russia, a sua volta frutto tanto di un consolidamento interno economico-amministrativo-militare quanto della esigenza di rispondere al crescente attivismo di marca occidentale.

Buoni, per esempio, i rapporti per lo meno economico-militari con la Cina (collaborazione nell’ambito della Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, esercitazioni congiunte dell’agosto del 2005), in intensificazione quelli, mai problematici, con l’India e in miglioramento quelli, mai facili, con il Giappone, mentre per quanto concerne sia l’Europa che gli Stati Uniti, va notata una certa assertività energetico-militare (crisi del gas del dicembre 2005-gennaio 2006, addestramento navale congiunto con la Nato del febbraio del 2006) che diplomatico (presidenza russa del G8 per tutto l’anno in corso, posizione non certo arrendevole relativamente ai colloqui sullo status finale del Kosovo).

Rilevante, poi, è la presenza russa anche in America Latina (Cuba, Venezuela, Brasile, Bolivia), mentre la opposizione di Mosca all’intervento anglo-statunitense in Iraq nel 2003, la visita di Putin in Israele nella primavera del 2005, l’apertura ad Hamas all’inizio del 2006, l’appoggio alla Siria anche relativamente al caso Hariri e la disponibilità alla mediazione in relazione alla questione non solo nucleare iraniana, segnano il percorso diplomatico russo in relazione a un mondo islamico con il quale Mosca, Paese osservatore alla Organizzazione della Conferenza Islamica (Oci), è anche in costante contatto tanto in Asia Centrale e nel Caucaso del sud quanto all’interno dei propri confini (Caucaso del nord, Tatarstan, Bashkhorostan, presenza musulmana - immigrata dall’estero e non - nelle maggiori città, estrema cautela sulla questione delle vignette danesi).

Nel maggio del 1992, viene firmato il Trattato di Sicurezza Collettiva (Tsc), altrimenti detto Trattato di Tashkent, e vi aderiscono (a differenza di Ucraina, Turkmenistan e Moldavia): Russia, Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. La Csi, almeno parzialmente efficace come contesto per uno scioglimento dell’Urss quanto più indolore possibile, non si è invece dimostrata adatta a creare un blocco politico-militare pro-russo teso alla reintegrazione dello spazio post-sovietico e a una opposizione più efficace all’espansione della Nato e della UE, mentre la cooperazione al suo interno è stata influenzata negativamente prima di tutto dalle aspirazioni nazionalistiche della varie Repubbliche.

Georgia, Azerbaigian e almeno in parte Ucraina e Moldavia hanno infatti cercato di dirigersi verso le strutture politico-militari occidentali. L’Uzbekistan ha puntato al ruolo di leadership in Asia centrale (questi Stati hanno dato vita a una organizzazione di cooperazione, il Guuam, sostenuta dagli Usa), mentre Azerbaigian, Georgia e di nuovo Uzbekistan hanno abbandonato il Trattato di Tashkent nel 1999. Il programma Nato della Partnership for Peace (PfP), ricevuto nuovo impulso a seguito del più recente allargamento del 2004, si è nel frattempo rivolto verso il Caucaso del Sud e anche se al momento non è previsto l’ingresso di Tbilisi o Baku, hanno tuttavia avuto luogo esercitazioni congiunte, percepite dalla Russia come i prodromi di un’ulteriore espansione dell’Alleanza Atlantica.

La Repubblica ex-sovietica più coinvolta nella cooperazione con la Nato è l’Ucraina (primo paese della Csi ad aderire al programma PfP, Commissione Nato-Ucraina del 1997, Piano di Azione del 2002), tanto che, nell’aprile del 2005, si è giunti al Dialogo Intensificato: una formula già usata nel 1997 per Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria poi entrate nell’Alleanza nel 1999. La reazione iniziale di Mosca è stata improntata alla cautela. La Russia infatti, da un lato considera l’entrata di Kiev nella Nato un “meno peggio” rispetto a quella nella UE, dall’altro è cosciente dei legami storici ed energetici che la connettono all’Ucraina.

La presenza militare russa nella Csi include 14,000 uomini in Armenia, Bielorussia, Kirghizistan, Tagikistan, Georgia, Moldavia e Ucraina, con Mosca a interpretarne la presenza sia in funzione di stabilizzazione post-conflitto (Moldavia, Georgia, Armenia) sia in ragione di specifici accordi (Bielorussia), ma è solo con la creazione del Otsc, nell’ottobre del 2002, che la Russia ha dato il via alla ristrutturazione del sistema di sicurezza relativo al suo “estero vicino”. I membri del Otsc sono l’Armenia, la Bielorussia, il Kazakhstan, il Kirghizistan, la Russia e il Tagikistan e il vertice di Mosca del 22-24 giugno 2005, accanto a quello della Csi del 24 del medesimo mese, ha sancito lo spostamento della cooperazione militare post-sovietica dal secondo organismo al primo. Del resto, Georgia, Moldavia e Turkmenistan non hanno partecipato all’incontro, mentre l’Ucraina si è dichiarata membro soltanto osservatore.

Tre le tematiche principali alle quali l’Otsc dedica la propria attenzione: la situazione in Afghanistan, il terrorismo e il rafforzamento della mutua cooperazione (presenza militare russa in Asia Centrale, raggruppamento militare russo-bielorusso, raggruppamento militare russo-armeno). Non mancano, peraltro, alcune divergenze fra i contraenti. Nonostante il dissenso russo, il Kazakhstan ha, infatti, intensificato le proprie attività nel Mar Caspio, forze armate kazake e armene sono presenti in Iraq e il Kazakhstan e il Kirghizistan non hanno partecipato alla parte attiva delle esercitazioni del settembre del 2005 relative alla difesa aerea comune.

D’altro canto, però, la dirigenza kirghiza post-Akayev si sta rivelando molto meno lontana da Mosca di quanto i più non avessero inizialmente pronosticato, mentre l’Uzbekistan, dopo i fatti i Andijan della primavera del 2005, ha effettuato una drastico cambio in fatto di politica estera, riavvicinandosi decisamente alla Russia. Sembra essersi quindi profilata, all’interno della Csi, una frattura fra la complessivamente filo-russa Otsc e le altre Repubbliche dello spazio post-sovietico, con una Russia che, tra l’altro forte della guida di un sub-blocco di non certo lieve entità, è difficile però sia disposta a non voler esercitare la propria influenza in quello che considera il suo “estero vicino”.

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