Anno 2006

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Kosovo, generale Santo: “Sulla strada della normalizzazione”

Clara Salpietro, 2 novembre 2006

Missione compiuta per la brigata Aosta di stanza a Messina, che dopo cinque mesi, da maggio ad ottobre, di attività in Kosovo torna a casa. Bilancio ed attività dei militari italiani sono stati illustrati dal generale di brigata Vincenzo Santo nel corso di una conferenza tenutasi nella città dello Stretto presso Palazzo Sant’Elia, sede del comando brigata. La guida della Multinational task force west (Mntf-w) e del contingente nazionale in Kosovo è stata ora trasferita al generale di brigata Claudio Attilio Borreca e l’attività in Teatro sarà proseguita dalla brigata Pinerolo.

Per l’Aosta come brigata nel suo complesso si è trattato del primo impegno fuori area, un impegno gravoso condotto in modo capillare e che a conti fatti ha dato i suoi frutti in termini di sicurezza e controllo del territorio. "Il personale della brigata – ha spiegato il generale - è stato già impegnato in passato in esperienze operative. Sotto il comando del generale Santroni nel 2002 l’Aosta è stata impegnata in parte in Albania, comunque ufficiali, sottufficiali e soldati sono stati impiegati in Iraq, Afghanistan, nei Balcani e qualcuno anche in Sudan. Al momento abbiamo militari in Libano e da dicembre saremo presenti in Bosnia". Originario di Lecce e dal settembre 2005 al comando della brigata Aosta, il generale Santo ha iniziato la sua attività all’estero come comandante di plotone in Libano nel 1982-83; in seguito, come capo di stato maggiore della brigata Garibaldi nei Balcani. "Si tratta di esperienze diverse - ha evidenziato - così come diversa è stata questa esperienza di comandante di task force".

Nel descrivere l’atmosfera che al momento si respira nel territorio kosovaro il suo commento è stato: "La situazione che abbiamo lasciato è calma ma imprevedibile, basta un piccolo incidente per scatenare di nuovi contrasti". Ma ha aggiunto: "In Kosovo si vedono evidenti miglioramenti, significa che qualcosa va avanti e poi la popolazione di varia etnia si convince che non esiste solo il passato. La nostra presenza li aiuta a non avere più paura, a guadagnare un certo livello di fiducia. Sia serbi che albanesi riconoscono che noi in Kosovo svolgiamo un ottimo lavoro".

I militari non si sono, infatti, limitati solo alla condotta di attività operative finalizzate a garantire un ambiente sicuro e tranquillo e la libertà di movimento per tutto il popolo kosovaro. Tanto è stato fatto anche nella cooperazione civile-militare (Cimic), in particolare sono stati realizzati oltre 50 progetti a favore della popolazione locale nei settori dell’istruzione, della sanità e delle opere infrastrutturali di pubblica utilità. Per la realizzazione di questi progetti sono stati impiegati i fondi assegnati, che sono stati ripartiti in parti uguali fra le quattro municipalità che insistono nell’area di responsabilità italiana.

"In questi sei mesi abbiamo effettuato tremila check point – ha detto il generale – più di 60 persone arrestate, centinaia di armi confiscate. Dal Kosovo al confine soprattutto con l’Albania passa droga e vario materiale di contrabbando. I nostri militari fermano, bloccano, ma poi è la polizia locale a fare l’arresto e a confiscare il materiale illegale. Questo fa capire come si sta procedendo sulla strada della normalizzazione e inoltre come la presenza della comunità internazionale sia ancora importante".

Diverse le richieste che giungono al contingente italiano da parte di serbi e albanesi, come ha evidenziato il comandante dell’Aosta: "Gli albanesi chiedevano e chiedono un miglioramento della vita collettiva, quindi la realizzazione di strade e scuole; i serbi, invece, sicurezza e protezione. Noi abbiamo fatto l’uno e l’altro. L’importante era garantire la sicurezza generale e abbiamo cercato di migliorare le strutture scolastiche per garantire una formazione interetnica. Ci arrivavano esigenze differenziate a seconda delle famiglie e della loro quotidianità".

"Non abbiamo mai avuto la presunzione di insegnare niente a loro – ha proseguito – quello che abbiamo offerto ai kosovari è stato il dialogo e far vedere loro lo stesso problema da un’altra angolazione. Inoltre i bambini non aspettano certo noi per sorridere, ridono con le loro famiglie, ai loro genitori. Noi siamo riusciti a restituire il sorriso ai bambini che avevano bisogno di cure. Grazie infatti al coordinamento con il ministero degli Affari Esteri siamo riusciti a curare molti bimbi in Italia, alcuni di questi ancora tornano nei nostri ospedali per dei controlli".

Sul rapporto tra popolazione e militari italiani Santo ha affermato: "I soldati non sono visti in modo diverso da albanesi e serbi. Da parte nostra c’è sempre il rispetto della persona senza differenza e questo la gente lo percepisce. Sulla integrazione ho sempre detto che bisogna avere rispetto della paura delle persone, paura che deriva dal fatto che il vicino di casa possa trasformarsi nel nemico".

"L’integrazione – ha concluso il generale - sta comunque già avvenendo: la cittadina di Klina è un esempio. Si tratta di un processo lento, ma bisogna lavorare sull’educazione dei giovani, eliminare il concetto di vendicare l’omicidio di un famigliare. L’integrazione culturale è già avvenuta, ma la comunità internazionale è ancora indispensabile per questa integrazione". Infine il generale Santo anticipa che "se non ci saranno novità, a ottobre del prossimo anno la brigata Aosta ripartirà per una nuova missione in Kosovo".

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