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| Anno 2006 | |
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La montagna ha partorito un topolino - che tale rimane anche se si articola in quasi 200 pagine e 79 raccomandazioni molto ambiziose e alquanto fuori della realtà - oppure si trattava di una gravidanza isterica, e in realtà niente e nessuno è venuto alla luce. Queste sembrano essere, a una prima veloce lettura dei punti salienti del rapporto dell’Iraqi Study Group presentato ieri, le conclusioni più evidenti. Come è noto e anticipato da qualche giorno, i punti qualificanti delle raccomandazioni sono soprattutto due:
- trasformazione del dispositivo statunitense in Iraq da una configurazione essenzialmente ‘combat’ a una ‘training & support’, con annesso ritiro di tutte le unità da combattimento autonome entro il 2008 e contemporaneo ‘embedding’ degli adviser Usa-Usmc-Sf (da quintuplicare rispetto ai numeri di oggi) nell’esercito iracheno; - coinvolgimento dei vicini mediorientali - innanzittutto Iran, Siria e Israele - nel processo diplomatico per uscire dalla grave crisi. I primi due per dare una mano in cambio di non-si-sa-cosa, e l’ultima per ritirarsi dalle alture del Golan, per ingraziarsi Damasco e convincerla a cooperare. La prima raccomandazione è comprensibile se lo scopo del Isg è convincere l’esecutivo di Washington a uscire dal pantano mesopotamico al più presto, costi quel che costi, facendo la mossa più redditizia sotto il profilo delle relazioni pubbliche e del politicamente corretto. Molto meno comprensibile - e soprattutto condivisibile - se l’obiettivo è consentire al governo iracheno di padroneggiare sul serio una situazione sul campo che è semplicemente terrificante, soprattutto a Baghdad e nel triangolo sunnita. Se oggi l’esercito iracheno è - per ammissione dei responsabili militari del Centcom e degli stessi leader politici iracheni - una realtà militare insignificante (poco coesa; di fedeltà più che dubbia; frazionata su linee di faglia etnico-confessionale; carente sotto il profilo intelligence, supporto di fuoco, aeronautico e aeromobile; in sostanza non combat ready nella sua totalità e del tutto priva dei più importanti moltiplicatori di forza) non si vede come possa lievitare in un anno in modo da subentrare al dispositivo statunitense. Pur con tutti i suoi difetti, questo è comunque uno degli strumenti militari più agguerriti presenti oggi in qualsiasi scacchiere. Nella ipotesi Isg, gli adviser americani potrebbero addestrare e ‘consigliare’ i precari marmittoni iracheni, non certo sostituirsi a essi. E anche se, per ipotesi francamente assurda, in qualche modo questi ultimi fossero in grado di combattere sul serio e di difendere il proprio Paese dalle innumerevoli aggressioni interne ed esterne che lo stanno dilaniando, lo farebbero nell’unico modo conosciuto alle loro latitudini, ossia a prezzo di stragi e repressioni durissime, alla Saddam. Come si comporterebbero in tali circostanze i Gi statunitensi? Prenderebbero parte alle mattanze? Guarderebbero dall’altra parte? Si può solo immaginare l’esplosione di orrore e sdegno che ambedue i comportamenti innescherebbero nell’infotainment globalizzato. Nessuna amministrazione americana potrebbe resistere allo tsunami che una, dieci cento vicende del genere innescherebbero: tante ce ne vorrebbero prima di ridurre alla ragione le schiere di spietati tagliagole che insanguinano oggi l’Iraq (per cultura locale, più che impazzimento contingente) e forse non basterebbero. La seconda raccomandazione è ancora più inverosimile, soprattutto per la parte che riguarda il duo Iran-Siria e le auspicate concessioni israeliane. Per quale motivo Damasco e Teheran dovrebbero favorire il loro nemico di sempre, almeno negli ultimi 30 anni e più - quello Zio Sam che li ha minacciati ripetutamente, cercato di destabilizzarli, messi sotto embargo, aiutato il loro nemico mortale, sottratto all’una la ricca provincia libanese e all’altra il libero commercio e diritto alla preminenza regionale simboleggiato dall’arma atomica, che non è stata negata neanche al quasi fallito e semiterrorista Pakistan? In cambio di cosa dovrebbero farlo? Il Libano non può essere restituito, e la bomba iraniana ormai è diventata un caso internazionale, gestito dall’Onu sotto i riflettori del pianeta, il simbolo dell’ultima spiaggia della non proliferazione. Se Teheran fosse autorizzata ad andare “nuclear”, il Tnp (Trattato di non proliferazione nucleare) sarebbe ancora più cadavere di quanto non sia adesso, e nello spazio di un mattino Arabia Saudita, Turchia, Egitto (chissà, forse anche la Siria) attiverebbero i programmi ‘crash’ di arricchimento dell’uranio o della produzione del plutonio che hanno pronti nel cassetto. Le modalità sono su Internet e, se c’è qualche dubbio, basta conoscere il prefisso di PyongYang. Le conseguenze di una simile mossa e le sue ripercussioni altrove si possono immaginare. Non parliamo poi del ritiro dalle alture di Golan, auspicato per Israele nel quadro della risoluzione del problema del conflitto in Terra Santa. Certamente auspicabile non solo per consentire agli americani di battersela dall’Iraq, ma alquanto improbabile, almeno per il momento. Solo quest’anno Tsahal ha scatenato una campagna militare per ridimensionare il dispositivo militare Hezbollah, che è una frazione delle forze armate siriane, con una potenza di fuoco risibile al loro confronto, e continua a invadere a ripetizione con i Merkava la striscia di Gaza, che aveva pomposamente abbandonato pochi mesi prima. Si comporta così perché è costretta a farlo, perché la sua sicurezza è in pericolo, o almeno questa è la percezione dei suoi abitanti (e comunque i katiuscia Hezbollah piovuti a migliaia sulla Galilea non erano una fantasia sionista). Insomma, se per tirare fuori questo capolavoro era necessario scomodare i padri della patria, eredi contemporanei di Jefferson e Madison, e suscitare questo mare di aspettative, l’impressione è che siamo alla vigilia di un disastro annunciato (ma speriamo di sbagliarci), al di là delle buone intenzioni, che non è detto siano presenti in questa operazione. Buone intenzioni a beneficio di All Parties Concerned, si intende. I paralleli che sono stati fatti fra l’Iraq e la vicenda vietnamita sono sempre stati fuori posto, ma adesso veramente si avverte una netta sensazione di déjà vu, soprattutto per chi è abbastanza adulto per ricordare la sceneggiata innescata dagli accordi di Parigi (dalla shuttle diplomacy di Kissinger alla permanenza dei vietcong e soldati nordvietnamiti nelle famose macchie della pelle di leopardo alla chicca finale: il blocco da parte del Congresso di Washington degli aiuti militari allo stremato governo di Saigon). Poche settimane più tardi le divisioni corazzate di Hanoi entravano senza colpo ferire nella disperata capitale meridionale abbattendo, con una mossa di alto valore simbolico e mediatico, il cancello del Parlamento sudvietnamita. Sembra ieri, e avevamo vent’anni. Anche allora l’infamia finale era stata preceduta da una diplomazia realista e metternichiana (il solito Kissinger, che ha parlato anche questa volta: l’Uomo Del Monte…), dalle dimissioni del segretario alla Difesa, dal rapporto di un gruppo di saggi bipartisan, gli Wise Men bipartisan ricordati in questi giorni dalla stampa americana. Ma siamo solo all’inizio della rappresentazione. Il presidente Bush ha dichiarato che il rapporto del Isg è solo uno dei ‘consigli’ che sta ricercando presso tutti gli uomini di buona volontà, inclusi - è bene non dimenticarlo - gli organi istituzionali preposti a questa funzione (il Pentagono e il dipartimento di Stato), oltre ai governi amici, ai grandi saggi indipendenti dell’accademia e dei media, ai padri di famiglia (il suo, soprattutto). Dopo poche ore dalla pubblicazione è difficile dire quale sarà la sua accoglienza da parte di chi non appartiene alla schiera di coloro che hanno ormai deciso che è ora del ‘Tutti a casa’, anche e soprattutto perché la vicenda ha raggiunto un costo insostenibile per le finanze degli Stati Uniti (oltre 400 miliardi di dollari), e forse anche per la loro militarità. C’è da chiedersi anche quanto valga il giudizio morale e intellettuale su una mossa che forse ormai non ha alternative. Se fosse così, oltre a ritirarsi dall’Iraq gli Stati Uniti potrebbero essere in procinto di ritirarsi da quel trono planetario che ormai gli va veramente troppo largo. E’ da auspicare che coloro che dovranno prendere questa fatale decisone siano ben consci che non è in gioco solo il destino degli iracheni, ma anche quello della supremazia egemonica dell’America sul resto del mondo.
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