Anno 2006

Cerca in PdD


La carica cava e la sconfitta della corazza

Fernando Termentini, 15 maggio 2006

I recenti atti terroristici contro i soldati italiani in Afghanistan e in Iraq hanno riaperto l’eterna problematica della lotta fra sistemi d’arma contro carro e corazzatura dei veicoli militari protetti. L’evento che ha coinvolto il mezzo blindato dei Carabinieri attaccato a Nassirija provocando la morte di cinque militari ha alimentato una serie di interrogativi sulla adeguatezza di protezione dei mezzi utilizzati dal contingente militare italiano in Iraq. Una serie di dubbi proposti spesso con un approccio critico e finanche polemico che rivela, nella quasi totalità dei casi, la scarsa conoscenza del problema da parte di chi lo ha trattato. L’argomento merita un approfondimento, se non altro per rispettare il dolore dei famigliari dei caduti i quali non possono essere lasciati nel dubbio che i loro cari siano deceduti perché mandati allo sbaraglio, disponendo di un mezzo non adeguatamente protetto.

Dopo l’attentato si è appreso che il blindato italiano era stato colpito da un ordigno a carica cava. Le immagini proposte dai telegiornali e quanto riferito sulle condizioni dell’unica persona rimasta ancora in vita seppure gravemente ferita, non lasciavano dubbi sulla cause dell’evento. Esisteva il dubbio però che il mezzo colpito non fosse adeguatamente protetto. Attraverso queste righe cercheremo di fornire degli elementi da cui trarre le debite conclusioni.

Fin dal tempo degli antichi romani si studiavano frecce con punte di ferro forgiato che riuscissero a sfondare gli scudi prima di cuoio e poi di acciaio. Con l’avvento della polvere da sparo iniziò la rincorsa fra arma e sistema di protezione. Una gara contro il tempo fra chi progettava armamenti e chi invece tentava di assicurare ai combattenti la necessaria difesa con predisposizioni passive. Armature contro le frecce ma non adeguate a fermare tutti i tipi di frecce altrimenti troppo pesanti per essere indossate. Corazzature dei veicoli adeguate a fermare la maggior parte dei proiettili ma tali da garantire comunque all’automezzo la necessaria velocità e mobilità per sottrarsi alle possibili armi che avrebbero potuto bucare l’acciaio. In sintesi la storia militare ci propone quasi sempre la vittoria dell’arma rispetto alla corazza.

In questo scenario, la carica cava ha rappresentato l’evoluzione dei sistemi d’arma a svantaggio delle corazzature dei mezzi da combattimento. Una carica dalla geometria particolare che consente con una modesta carica esplosiva di forare spessori di acciaio balistico, altrimenti impenetrabili da qualsiasi altra carica esplosiva dalla forma convenzionale, anche se molto più grande in termini quantitativi. Il principio di funzionamento era noto fin dalla scoperta della polvere nera e dal suo impiego per gli scavi in miniera, quando i vecchi minatori, pur con un approccio empirico, creavano una cavità all’interno della camera di scoppio per concentrare in un punto tutto il calore sviluppato all’atto dell’esplosione.

Nel 1888 Monroe, un ingegnere americano esperto in balistica navale, intuì che una carica concava configurata in forma conica (o semisferica) all’atto dell’esplosione avrebbe prodotto un getto di plasma ad altissima temperatura che viaggiava a elevatissima velocità. Nel 1911 il fisico Neuman approfondì gli studi e perfezionò il disegno della carica che prese il suo nome. La carica cava, nelle sue differenti versioni, durante il secondo conflitto mondiale si è affermata come un sistema d’arma in grado di fermare tutti i carri armati dell’epoca. Nel 1943 l’Unione Sovietica realizzò la prima moderna arma contro carro a carica cava, “Hand Anti-Tank Grenade” RPG-43 che con soli 600 grammi di esplosivo riusciva a perforare 7,5 cm di corazzatura di acciaio balistico.

Nel tempo la tecnologia ha sviluppato sempre di più il sistema, ricorrendo a sofisticate tecniche realizzative che prevedevano il rivestimento della concavità della carica con sottile lamierino di metallo (generalmente rame puro), chiamato “liner”, che al momento dell’esplosione provoca un vero e proprio dardo di calore con temperature dai 450 ai 1.080 gradi centigradi. Gli effetti crescono in maniera esponenziale al migliorare delle tecnologie applicate per la loro realizzazione, alla precisione del disegno della carica e alla accuratezza con cui è stato realizzato il liner, che al momento della esplosione proietta un dardo incandescente che viaggia alla velocità di circa 10 km al secondo.

Nel settore degli armamenti studiati per superare i diaframmi difensivi realizzati con acciaio o cemento armato, le cariche cave sono state affiancate anche dai proiettili esplosivi “autoconfiguranti” (Explosively Formed Projectiles – EFP), anche essi configurati sul tipo di una carica cava seppure non conica. E’ una carica esplosiva cava ricoperta da un rivestimento metallico che all’atto dell’esplosione si trasforma in un “dardo aerodinamico” che viaggia a elevatissima velocità (1.500- 2.000 metri al secondo) in grado di perforare qualche decina di centimetri di protezione balistica anche a distanza medio-alta. E’ stimato che un EFP riesce a perforare alla media distanza circa 20 cm di cemento armato e 23 centimetri di acciaio balistico. Spessori impensabili per essere adottati come corazzatura di un mezzo che deve essere in condizioni di muoversi ad un’accettabile velocità su strada e fuori strada, come deve poter fare un moderno mezzo da combattimento o per il trasporto delle truppe in zona di operazioni.

Nel momento dell’impatto sul bersaglio i proiettili a carica cava e gli EFP provocano praticamente la deformazione plastica della superficie di impatto. La superficie metallica si liquefa distaccando un blocco di metallo incandescente che, penetrando all’interno del volume protetto dall’armatura, genera elevatissime temperature e innesca l’incendio di tutto ciò che incontra. Sul punto di impatto viene esercitata una pressione di circa 10 milioni di atmosfere, molte volte superiore a quella che si esercita in natura, al centro del globo terrestre. A questo punto è spontaneo chiedersi se contro queste armi sia possibile difendersi. Sicuramente la difesa di opere statiche è possibile, aumentando lo spessore delle corazzature e quindi i pesi. Altrettanto non può essere fatto con mezzi in combattimento per i quali un’adeguata difesa viene assicurata solo coniugando lo spessore della corazza con la velocità e la manovrabilità del mezzo.

Nel caso, quindi, dell’evento che ha coinvolto i nostri militari in Iraq, non si è trattato di una carenza della protezione balistica, ma piuttosto di una moderna arma contro carro utilizzata nell’attentato. E’ certo, infatti, che l’attacco è stato attuato da specialisti nel settore dell’impiego di armi contro carro, in grado di colpire un mezzo protetto nel punto giusto e in possesso di sistemi d’arma sicuramente moderni e sofisticati. Questo è forse l’aspetto che dovrebbe maggiormente impensierire, in quanto lascia supporre che con elevata probabilità in Afghanistan e in Iraq la guerriglia dispone di nuove tecnologie molto più efficaci rispetto ai bidoni riempiti di calcestruzzo ed esplosivo finora utilizzati per la maggior parte degli attentati ai convogli militari o per attentati terroristici. E chi opera è gente esperta.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM