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| Anno 2006 | |
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Da due anni in Afghanistan si assiste a una progressiva insorgenza di fazioni simpatizzanti con il vecchio regime talebano e in qualche modo legate alle strutture di al-Qaeda. Le azioni con scopi terroristici o semplicemente intimidatorie nei confronti della popolazione locale e degli occidentali presenti nel Paese hanno subito un significativo incremento. Ogni pretesto è buono per manifestare il dissenso in modo violento e quasi ogni giorno a Kandahar, a Kabul e ad Herat la popolazione scende in piazza per manifestare il proprio disagio, senza alcun controllo delle autorità locali e della stessa Forza militare internazionale della Nato.
Il fenomeno è particolarmente evidente nel sud nel Paese e nelle province confinanti con l’Iran. Tutte zone dove, peraltro, giorno dopo giorno le aree agricole destinate alla coltivazione del papavero da oppio subiscono un incremento, così come le masserie trasformate a laboratori per la trasformazione dell’oppio nell’eroina destinata ai mercati occidentali e dell’estremo oriente. E’ un preoccupante ritorno al passato, che ripresenta la realtà su cui il regime talebano e la stessa al-Qaeda trovarono la maggior parte delle risorse economiche per portare avanti il loro disegno terroristico internazionale. In queste zone la popolazione residente, sebbene costretta a subire quasi giornalmente lo stillicidio di vittime da attentati terroristici, manifesta apertamente il suo dissenso verso il governo centrale di Kabul e, per contro, una certa simpatia per il mullah Omar. Un malessere dovuto alla illusione disattesa di trovare nell’era post talebana condizioni di vita migliori e garanzia dei diritti comuni a qualsiasi società organizzata e non vessata dalla dittatura. Le condizioni di vita, in particolare per la popolazione rurale, non sono invece per nulla mutate rispetto al periodo dei talebani. Per taluni aspetti sono invece peggiorate se si guarda alla sicurezza. Oggi in Afghanistan non si è certi di finire un viaggio o di esercitare qualsiasi attività economica per il rischio di attacco di briganti o di mafiose imposizioni di tangenti. Per contro, le fondamentali tematiche sociali rimangono insolute. La sanità, l’istruzione, la gestione delle immense proprietà terriere sono rimasti i problemi del passato e per taluni aspetti regrediti rispetto al periodo talebano, con un emergente predominio del controllo di quelli che sono stati i Signori della Guerra. In questo contesto, il governo centrale e i governatori locali non garantiscono nulla. Le provincie sono fuori del controllo della polizia, che viene oscurato da quello dei briganti e delle emergenti frange insurrezionaliste. Banditi da strada e organizzazioni malavitose eredi di una tradizione consolidata nell’Afghanistan fin dal periodo dell’invasione sovietica, in quanto garante della resistenza contro l’Esercito russo e successivamente radicatasi sulla scia di tre decenni di guerra civile. Oggi in molte zone del Paese la ragnatela malavitosa è ormai consolidata e a essa fanno riferimento le nuove forze rivoluzionare controllate a distanza da al-Qaeda. La gente è ormai palesemente scontenta del governo centrale ed è frequente riscontrare una palese simpatia nostalgica nei confronti della vecchia struttura dei Talebani. Un atteggiamento diffuso, in particolare in un terzo del Paese, nelle aree meridionali e a nord-ovest. Qui è ancora viva una certa simpatia verso i Talebani, immagine di un regime dittatoriale e per taluni aspetti feroce, ma che garantiva ordine e sicurezza. Un ricordo che spesso si manifesta come un vero e proprio rammarico e spinge in particolare i giovani a simpatizzare per quello che resta di al-Qaeda. Qualcuno si richiama al regime talebano o ad al-Qaeda per nascondere il vero dissenso verso il Governo di Kabul, giudicato corrotto e troppo filo occidentale. Altri approfittano della confusione generale e della totale assenza di uno strutturato controllo del territorio per sviluppare commerci illeciti, primo fra tutti quello della droga, delle armi e in taluni casi anche di esplosivi destinati al terrorismo internazionale: un coinvolgimento generalizzato che vede protagonisti anche personaggi vicini al governo di Kabul, come sembra essere per il fratello del presidente Karzai, che sarebbe colluso con i maggiori produttori di oppio nel Paese e con potenti clan dei trafficanti di droga afgani. L’intervento degli occidentali, siano essi operatori della Cooperazione internazionale o delle Forze Militari, inizialmente condiviso dalla massa della popolazione, è invece ormai da tempo guardato con sospetto e diffidenza. Un approccio pessimista di un popolo provato dalla storia del proprio Paese che negli ultimi 30 anni ha visto il susseguirsi di ininterrotti scontri armati ed è passato attraverso radicali cambiamenti di gestione politica, assolutamente differenti fra di loro, ma sempre caratterizzate da approccio radicale e dittatoriale. L’instabilità politica potrebbe sfociare ancora una volta in uno scontro civile interno, come già avvento all’inizio degli anni 90 dopo l’uscita dell’invasore sovietico. E’ una ipotesi che sarebbe già realtà se mancasse Isaf, portando il Paese a sostenere ancora una volta una guerra civile con la divisione in due del territorio: a sud un Afghanistan talebano; a nord e a est un Paese filo governativo asservito al potere feudale esercitato dai Signori della guerra. E’ un contesto nel quale difficilmente possono essere sviluppati programmi destinati a far decollare la ripresa economica e sociale attraverso attività che non siano rappresentate solo dalla coltivazione del papavero, dalla trasformazione dell’oppio in eroina e dal commercio clandestino di armi. Appare quindi necessario l’avvio immediato della costruzione di infrastrutture essenziali, come gli assi stradali principali, le centrali per la produzione di energia e la viabilità secondaria per garantire lo scambio commerciale e culturale in un territorio aspro e compartimentato: attività preminenti per assicurare il controllo del territorio e rompere la gestione malavitosa, agevolata dalla frammentazione del territorio. Quasi tutti gli interventi strutturali devono essere realizzati in zone dove è impossibile muoversi e operare senza essere preceduti da un attento controllo del territorio, sviluppato con lo scopo di riconoscere le aree a rischio per la presenza di mine e ordigni bellici non esplosi e a premessa di immediati interventi di bonifica, che tengano conto delle esigenze di ricostruzione. Queste attività sono invece rallentate e in alcuni punti annullate per le condizioni di estrema insicurezza: il rischio è che l’azione di bonifica sia orientata a favore delle esigenze locali a solo vantaggio delle strutture del potere malavitoso o insurrezionalista. E’ necessario accelerare l’impegno nel settore dello sminamento per il quale gli afgani dispongono di strutture operative e di coordinamento affidabili. E’ imperativo completare il lavoro iniziato da più di 15 anni e sempre ostacolato dalla situazione politica interna, raccogliendo e distruggendo le centinaia di migliaia di mine e di ordigni bellici ancora attivi, sparsi sul territorio afgano. In Afghanistan tutto ciò che di esplosivo rimane dopo la guerra (Explosives Remnants of War – Erw), rappresenta da quasi un quarto di secolo il principale problema da affrontare e risolvere: un grave problema per la popolazione locale e per chi potrebbe rappresentare un obiettivo terroristico. Gli Erw sparsi sul suolo rappresentano, infatti, una scorta funzionale incontrollata e accessibile a tutti per essere utilizzati, con opportuni adeguamenti, anche per attentati terroristici.
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