Anno 2006

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Libano, è scontro fra tattiche di guerriglia e tecnologia moderna

Fernando Termentini, 28 luglio 2006

Un’altra guerra si combatte sulle sponde del Mediterraneo con il coinvolgimento di due entità militari completamente differenti. Da una parte l’esercito di Israele, uno fra i meglio addestrati ed equipaggiati del mondo, che dispone di mezzi a elevata tecnologia ed è supportato da un potente dispositivo di intelligence. Sull’altra sponda, gli Hezbollah, addestrati con le antiche tecniche della guerriglia, equipaggiati e armati, ma non sicuramente all’altezza degli israeliani. Eppure l’esercito israeliano sta trovando difficoltà in particolare nelle operazioni di terra. Gli Hezbollah, nonostante la potenza dell’avversario, dimostrano di sapersi difendere, di poter impegnare e preoccupare il nemico, colpendolo di rimessa sul proprio territorio.

Una guerra, quella in atto, il cui andamento iniziale meraviglia gli analisti militari ed evidenzia, per taluni aspetti, che forse l’intelligence israeliana, il Mossad dalle antiche tradizioni, ha commesso qualche errore. Sorge, quindi, spontaneo l’interrogativo se sia solo un errore di valutazione dell’intelligence che potrebbe aver sottovalutato gli Hezbollah o piuttosto siano stati sottovalutati altri parametri che concorrono a configurare l’esito di una battaglia e che in talune realtà belliche potrebbero avere invece una valenza dominante.

I bombardamenti israeliani hanno ottenuto fino a questo momento effetti poco significativi sul piano tattico. Avrebbero dovuto, infatti, annullare rapidamente il potenziale bellico degli Hezbollah che, invece, a distanza ormai di tanti giorni dall’inizio delle ostilità continuano a colpire il territorio di Israele, da Haifa fino ad arrivare in Galilea. Missili lanciati dai lanciarazzi tipo Katiuscia, che raggiungono impunemente obiettivi molto oltre la gittata presunta e che partono da posizioni che dovrebbero essere state distrutte dalle bombe ‘intelligenti’. Razzi contro i quali non è stata predisposta almeno per quanto emerge dai fatti, nessuna difesa antimissile efficace.

E’, quindi, molto probabile che le postazioni di lancio e i posti comando degli Hezbollah non sono stati individuati né in fase preventiva né ora, durante la condotta delle operazioni. La maggior parte di esse, infatti, è attiva considerando che su Israele arrivano mediamente ogni giorno più di 50 missili e che il fuoco è palesemente controllato e coordinato. Condizioni che possono sussistere unicamente se è stato predisposto adeguatamente il terreno, con un potenziamento delle caratteristiche naturali attraverso la realizzazione di opere difensive artificiali, in grado di assicurare protezione agli uomini e ai sistemi d’arma contro l’osservazione e i bombardamenti dell’avversario.

Un’ipotesi che viene confermata anche da quanto sta avvenendo a terra. Le truppe israeliane sono penetrate nel territorio libanese per accerchiare ed eliminare le forze degli Hezbollah, sicuramente con equipaggiamenti e armamento di gran lunga superiore a quello dei ‘combattenti di dio’. Nonostante tutto avanzano con difficoltà e incappano in sacche di resistenza organizzate e protette da articolate predisposizioni di difesa passiva. Truppe che presidiano il territorio pronte a reagire applicando tecniche di guerriglia che si basano sullo sfruttamento del terreno e si richiamano alle regole del combattimento negli abitati.

L’errore di analisi del Mossad è, forse, proprio questo. L’intelligence ha omesso di approfondire la valutazione degli elementi più antichi e tradizionali della tattica militare: lo sfruttamento del terreno esaltato da predisposizioni artificiali, realizzate per incrementarne il ‘potere impeditivi intrinseco’. Un errore quasi sicuramente indotto dalla sovrastima dell’efficacia dei moderni sistemi d’arma e di osservazione del campo di battaglia utilizzati, a svantaggio dello sviluppo di una tradizionale intelligence sul terreno, come la storia militare di tutti i tempi suggerirebbe di fare e come confermano gli episodi bellici che si sono susseguito sullo scenario mondiale, a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale a oggi.

A partire dal Vietnam, infatti, i diversi scenari operativi hanno più o meno dimostrato che nessuna bomba intelligente, nessun carro armato super tecnologico, nessun satellite spia, anche se in grado di fotografare la targa di un’autovettura, può avere la stessa valenza tattica di una organizzata predisposizione del terreno accompagnata da una cultura della guerriglia intesa come ‘risposta mirata e ragionata’ per difendere il territorio. Tecniche da sempre applicate, sviluppate e approfondite, in particolare, dall’esercito dell’ex Repubblica di Yugoslavia e di molti altri Paesi dell’ex Patto di Varsavia che, peraltro, nei loro centri di formazione militare hanno ospitato per molto tempo frequentatori afgani, iracheni, iraniani e anche siriani.

Eserciti che hanno sempre considerato la fortificazione campale e permanente come elemento fondamentale della dottrina difensiva del territorio e che non hanno mai abbandonato tattiche militari che prevedevano la formazione di truppe in grado di muoversi rapidamente sul territorio, cambiando frequentemente posizione e dislocazione, sfruttandone le caratteristiche morfologiche del terreno per esaltare la manovra e nello stesso tempo sottrarsi all’osservazione e all’offesa avversaria. Scelte tattiche la cui validità è stata nel tempo confermata dai fatti e che più di una volta hanno messo in crisi eserciti potenti e con a disposizione strumenti militari all’avanguardia.

In Vietnam la potenza bellica americana è stata in parte vanificata dall’esercito di un avversario che si sottraeva ai bombardamenti nascondendosi sotto terra per poi uscire indenne all’aperto e colpire il nemico costretto a muoversi in un territorio sconosciuto e ostile, peraltro convinto di non trovare nessuna resistenza perché stroncata dal fuoco aereo e di artiglieria. Durante la decennale guerra fra l’Iraq e l’Iran, dopo i furiosi bombardamenti delle artiglierie pesanti, le fanterie di terra di ambedue gli schieramenti si trovavano a dover fronteggiare inaspettate resistenze da parte delle milizie scampate al fuoco perché protette dalle trincee scavate nel deserto.

In occasione della prima guerra del Golfo le bombe intelligenti della forza della coalizione internazionale contro Saddam Hussein hanno colpito e distrutto bunker e importanti insediamenti industriali, ma poco hanno ottenuto contro le postazioni dei missili Scud, nascoste in caverna, e contro i carri armati delle truppe della Guardia Repubblicana, trovati quasi indenni alla fine della guerra perché protetti da difese passive di fortificazione permanente e campale. Nel 1994 i bombardamenti della Nato hanno martellato gli schieramenti dell’artiglieria serba che sparava su Sarajevo assediata, senza riuscire a far tacere le batterie protette dalle postazioni scavate sui fianchi del Monte Trebevic, che ancora oggi, dopo più di dieci anni, mantengono inalterata la loro potenza strutturale.

I missili Tomawak lanciati dalle navi Usa dopo gli attentati di Oklaoma contro le posizioni protette di bin Laden dislocate in Afghanistan non hanno ottenuto risultati. I rifugi realizzati nelle montagne di Tora Bora e nel deserto di Kandahar hanno resistito alla potenza di fuoco e alla osservazione elettronica, lasciando inalterata l’operatività dell’avversario. Le stesse opere che a distanza di anni hanno protetto la nomenklatura talebana e di al-Qaeda, sottraendola ai bombardamenti del 2001, successivi all’attentato alle Torri Gemelle e nascondendola alla sofisticatissima intercettazione di intelligence.

Contro queste predisposizioni sono stati modesti i risultati ottenuti dalle bombe intelligenti e da quelle di profondità. La roccia, rinforzata dal cemento armato, ha dimostrato ancora una volta la sua validità protettiva, creando impenetrabili schermi alla penetrazione delle bombe e alla sorveglianza elettronica. La recente guerra in Iraq ha visto protagonista la tecnologia più moderna contro gli insediamenti difensivi dell’esercito iracheno. Ciò nonostante, le truppe di terra americane e inglesi si sono trovate a dover fronteggiare situazioni inaspettate e spesso molto difficili e pericolose, con uno strascico tuttora ancora poco gestibile.

Oggi in Libano l’aviazione israeliana giornalmente colpisce con bombe intelligenti, missili e sistemi d’arma modernissimi obiettivi noti o altri individuati dalla sorveglianza satellitare. Uno sforzo che però non sembra garantire risultati immediati e rilevanti in quanto le rampe dei Katiuscia continuano a vomitare missili senza essere colpite dal fuoco avversario, sicuramente perchè protette da predisposizioni del terreno mai individuate dall’intelligence a distanza. Alla stessa stregua le truppe degli Hezbollah escono improvvisamente dal buio dei bunker sotterranei e attaccano con successo le potenti formazioni corazzate israeliane.

In Libano si sta ripetendo uno scenario che ha già coinvolto le truppe di terra di altri eserciti che hanno operato e operano in Afghanistan e in Iraq contro una matrice militare dottrinale e organizzativa che di fatto ha un’origine comune e che troppo spesso e ripetutamente è stata sottovalutata, perché ritenuta concettualmente obsoleta. Troppo affrettatamente, infatti, le maggiori potenze militari del mondo hanno omesso di analizzare e valutare le tecniche difensive classiche, incentrate sull’esaltazione del potere impeditivo del terreno e la tattica della guerriglia applicata per la difesa del territorio, cercando di individuare sistemi e procedure in grado di fronteggiarle ed annullarle.

In questo contesto, forse, un ritorno al passato e una rimodulazione della ricerca militare che dedichi - almeno in parte - risorse tecnologiche anche per fronteggiare questo tipo di realtà, potrebbe rappresentare una svolta vincente che ridurebbe all’occorrenza anche e soprattutto le perdite umane, in particolare fra la popolazione civile costretta a subire il martellamento di un fuoco erogato per la distruzione di obiettivi non meglio identificati o identificabili, spesso nascosti anche in quelle che potrebbero sembrare infrastrutture civili da preservare.

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