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| Anno 2006 | |
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Le cluster bomb, genericamente chiamate ‘bombe a grappolo’, sono armi offensive utilizzate generalmente con funzione di ‘saturazione di area’, contro gli schieramenti delle forze avversarie. Sono piccole munizioni, ognuna delle quali in grado di esplodere autonomamente. Cadono verso l’obiettivo per gravità. Oggetti di piccole dimensioni lanciati dall’alto che raggiungono la superficie in maniera casuale, come farebbe un pugno di ghiaia scagliato a terra da una certa altezza. I sassi si disperderebbero in maniera differente a seconda dell’impulso all’atto del lancio e all’altezza da cui verrebbero lasciati cadere. Sicuramente, non cadranno mai nella stessa posizione, anche applicando analoghi parametri di lancio.
Se non esplodono, le submunizioni rimangono attive sul terreno e incrementano l’inquinamento post bellico del territorio provocato da tutto ciò che, utilizzato in battaglia, non funziona: proiettili di diverso calibro, razzi, mine. Gli Erw (Explosive Reamnats of the War), acronimo ormai diventato parte della terminologia tecnica della Mine Action internazionale. Le cluster comb sono contenute in dispenser o vettori di differente tipologia: proiettili di artiglieria di grosso calibro; dispenser lanciati da vettore aereo; razzi autopropulsi, come i 227 mm, sparati da lanciatori multipli di artiglieria, gli M270 Multiple Launch Rocket System, costruiti da un consorzio inglese, americano, tedesco e francese. Ordigni del tipo di quello che recentemente è stato distrutto in Libano dalle squadre Eod (Explosive Ordnance Disposal) del Genio militare italiano. Per ogni tipo di vettore varia il numero delle cluster bomb disseminate sul suolo. Le M42 o M46, lanciate da proiettili di artiglieria da 155 mm, sono 80 per ogni granata. Quelle della serie Blu ed Mk, lanciate al suolo da dispenser portati da aerei, sono 200-250 per ciascun contenitore. Fino a 700 le bombe a grappolo contenute nei razzi da 227 mm. Hanno un raggio letale che varia da 100 a 150 metri e, se a carica cava, possono perforare uno spessore di acciaio balistico di 2,25 cm a 15 m di distanza. I possibili effetti non variano se rimangono sul suono inesplose. Sono ordigni pericolosissimi che, se maneggiati, possono funzionare anche a distanza di anni. Fra tutti i possibili Erw, le submunizioni rappresentano uno dei maggiori pericoli dell’immediato periodo post bellico, in particolare nei confronti di chi non ne conosce la natura, come può essere la popolazione civile che rientra nelle proprie case da cui era fuggita per la guerra. Sono oggetti caratterizzati da forme e colori che incuriosiscono e attirano l’attenzione in particolare dei bambini che sono spinti a toccare gli ordigni per giocarci o anche per conservarli fra le proprie cose. Cilindretti di colore accattivante, giallo brillante nella maggior parte dei casi delle cluster moderne, appesi ad un paracadute. Cilindri grigiastri le M46, appese a un nastrino di stoffa. Forme e colori che facilmente possono essere confusi con qualcosa di assolutamente innocuo. Chi fabbrica o utilizza cluster bomb dichiara che solo il cinque per cento di esse non esplode all’atto della utilizzazione. Percentuale apparentemente modesta, ma significativa se rapportata alle quantità di submunizioni che generalmente sono impiegate. Infatti, sono circa cinque le submunizioni non esplose per ogni proiettile di artiglieria sparato, per arrivare a 35 per ogni razzo lanciato. La realtà ci dice però che questi numeri sono molto inferiori a quello che si riscontra sul terreno. A partire dal 1991, l’esperienza operativa maturata in attività di bonifica in differenti Teatri dove questo tipo di munizionamento è stato utilizzato, induce infatti a considerazioni molto diverse. Nel deserto del Kuwait durante la prima Guerra del Golfo, in Bosnia nel 1994-1995, in Kosovo nel 1999, in Afghanistan nel 2000, per arrivare in Iraq nel 2003 edora in Libano, la dimensione del problema è assolutamente differente e molto più grave. Il numero dei mancati funzionamenti, e quindi degli ordigni rimasti sul suolo inesplosi, si atesta su una percentuale molto superiore a quella dichiarata dalle fonti ufficiali. Non meno del 15-20% delle bombe a grappolo utilizzate nei Balcani, picchi del 40% per quelle utilizzate in Afghanistan. Numero di mancati funzionamenti che, almeno da quello che riportano gli organi di informazione, sembra, confermato dalla attuale situazione in Libano. Dopo un periodo bellico, dunque, migliaia di bombe a grappolo (tipo Blu 79/A-B, Blu 77B, Blu 755 MK1 e MK2, M42, e M46, per citare le più diffuse) rimangono non esplose sul suolo e rappresentano forse la più elevata e più letale componente dei possibili Erw. Sono ordigni che rimangono attivi e pronti a esplodere rappresentando un pericolo sicuramente superiore a quello di possibili mine anti-uomo posate durante la belligeranza e lasciate sepolte nel terreno. Non è azzardato, infatti, affermare che le cluster bomb, essendo sprovviste di congegni di autodistruzione, una volta inesplose sul terreno si trasformano in vere e proprie mine, peraltro non collocate topograficamente come avviene per i campi minati, perché disseminate sul terreno in modo assolutamente casuale. E’ una minaccia superiore a quella delle mine con cui quasi sempre la popolazione locale impara a convivere nel momento che sono note le aree pericolose. Gli Erw invece, e le cluster in particolare, rapprendano un pericolo indeterminato in quanto si possono trovare dovunque, possono esplodere solo se calpestate o se spostate casualmente, mentre, per esempio, si spostano macerie di infrastrutture bombardate per avviare interventi di ricostruzione. Costituiscono un pericolo reale anche per i militari impegnati nei contingenti di pace, come purtroppo dimostrato da eventi tragici a partire dalla prima missione in Libano nel 1982 con la morte di un marò della Marina militare italiana per l’esplosione di una KB1 (prima versione delle moderne M46, fabbricata nella ex Yugoslavia) e in Bosnia, quando nel gennaio del 1996 un’altra KB1, raccolta per curiosità, uccise e ferì gravemente soldati italiani e portoghesi. Forse, in occasione della sottoscrizione del Trattato di Ottawa per la messa a bando delle mine anti persona, è stato un grave errore tralasciare di considerare l’esistenza delle cluster bomb. Le bombe a grappolo, infatti, non sono proibite dalle varie convenzioni di Ginevra o altri accordi internazionali sull’impiego degli armamenti. La loro utilizzazione sul campo di battaglia è formalmente lecita. La storia sta però dimostrando che forse è stato commesso lo stesso errore compiuto in occasione della convenzione di San Pietroburgo sulla messa a bando delle armi inumane, quando si dimenticò di includere in questa categoria le mine anti-persona. Le Nazioni Unite tacciono, si limitano a denunciarne l’uso ma non attivano iniziative preventive sul piano politico. Un silenzio incomprensibile che ancora una volta spinge però ad auspicare che la gestione dell’Assemblea sia improntata a criteri di una democrazia moderna ed evoluta in cui il diritto di veto non dovrebbe esistere e comunque non rappresentare un privilegio di un numero limitato di membri. Alcuni di questi costruiscono e impiegano cluster bomb e non hanno nemmeno sottoscritto e ratificato gli impegni della Convenzione di Ottawa.
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