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| Anno 2006 | |
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Di fronte alla evidenza della nostra natura poco combattiva, ci consolavamo affermando con malcelato orgoglio la nostra umanità. La capacità di mostrare il lato umano del soldato anche nella cruda realtà bellica, che nel tempo ha assunto vari aspetti, da ‘italiani brava gente’ a quello della via italiana al peace-keeping. Negli ultimi tempi però questa convinzione è stata scossa da rivelazioni di segno contrario. Reportage televisivi, libri e le recenti rivendicazioni del colonnello Gheddafi ci dicono che sotto una maschera buonista i nostri militari in guerra avrebbero commesso ogni sorta di nefandezze. Dai crimini coloniali in Africa Orientale, con tanto di uso di gas asfissianti, alle deportazioni di libici, e gli eccidi nei Balcani durante il secondo conflitto mondiale.
Anche i più recenti ‘soldati di pace’, tragicomico ossimoro coniato per le operazioni militari moderne, non sarebbero immuni da comportamenti censurabili. Dalle presunte violenze in Somalia agli episodi di Nassiriya in cui, secondo certa stampa, si è sparato allegramente su ambulanze e feriti in barba alle più elementari convenzioni internazionali. Senza contare il fatto che si è anche cercato di associare i nostri contingenti all'uso del fosforo bianco e alle torture nelle carceri irachene. Poco importa che fossero ipotetici contractors, alla fine quello che conta è quello che si instilla nell'immaginario collettivo e che porta alcuni - non tutti in buona fede - a scandire ignominiosi slogan che inneggiano alla guerriglia irachena. Il colpo di grazia è giunto anche da chi, come il vecchio alpino Rigoni Stern, la guerra l'ha fatta davvero, non a Nassiriya, ma in Russia, con l'Armir, e che ha bollato i suoi successori repubblicani, con cui condivide l'obbedienza agli ordini ricevuti, di essere dei mercenari. Insomma, ci scopriamo non solo pessimi soldati ma anche criminali di guerra. Bisogna dire che molte delle cose che si scrivono oggi erano ampiamente conosciute ma, come fanno notare gli stessi autori dei libri che raccolgono questi episodi, erano state o rimosse dalla memoria collettiva o seppellite a ragion veduta nei meandri della storia anche per compensare, in parte, comportamenti analoghi subiti dai nostri connazionali. Del resto la storia di tutti gli eserciti è zeppa di pagine oscure, e tutte le grandi democrazie europee e atlantiche non fanno eccezione. Senza alcun intento revisionista c'è però da dire che certi fatti vanno anche letti alla luce delle condizioni in cui essi ebbero luogo. Basti un esempio: Mario Rigoni Stern, accusatore dei soldati moderni, nel suo capolavoro ‘Sergente nella neve’ racconta la ritirata dei nostri alpini in Russia. Ebbene, tra gli episodi descritti, in cui non mancano atti di valore di individui e unità, ce ne sono alcuni che, a meno che non siano usciti dalla fantasia dello scrittore, si configurano come veri e propri crimini di guerra. A questo aggiungiamo pure, tanto per completare il quadro, che la spedizione in Russia era, secondo un'ottica moderna, una ‘guerra di aggressione’ e fascista per giunta. Spesso questi comportamenti sono indotti da situazioni contingenti in cui la ragione è offuscata dagli istinti primordiali che si scatenano nel combattimento; altre volte - e qui la cosa si fa grave - sono conseguenti all'emanazione di ordini che coinvolgono tutta la scala gerarchica. In un caso o nell'altro, le responsabilità investono sempre la sfera individuale e in tal senso vanno, o andavano, perseguite. Almeno in questo ci scopriamo uguali agli altri, nonostante il mandolino del capitano Corelli e la vasta letteratura che ci dipinge come smidollati o, nella migliore delle ipotesi, inetti. Immagine a volte meritata, altre volte invece frutto di sapienti campagne diffamatorie di Stati con i quali eravamo in diretta competizione e adeguatamente rinforzate dalla stampa nostrana, da sempre esterofila. Ecco che si ricordano la batoste di Adua e Caporetto - diventato sinonimo di rotta e disfatta - invece di celebrare, come molti Paesi ex coloniali, le campagne vittoriose del '35-'36 o l'ineccepibile successo di Vittorio Veneto. L'italiano è destinato ovunque alla sconfitta. Molti gli esempi: nella Guerra di Spagna il Corpo truppe volontarie non sfugge a questo destino strombazzato dagli altoparlanti della propaganda. Guadalajara, che se vogliamo fu tatticamente un sostanziale pareggio (i volontari italiani dopo una penetrazione in territorio nemico vennero respinti fino al punto di partenza da forze poderose e ben organizzate) restò alla storia e nella memoria come un disastro. Altri Paesi hanno un approccio diverso, anche nei confronti delle imprese coloniali che entrano a far parte della storia dei reggimenti. Gli Inglesi in terra d'Africa le presero dagli Zulu ben 17 anni prima che Baratieri venisse sconfitto da 110mila abissini. Eppure i sudditi di sua maestà della stessa battaglia ricordano sempre, celebrandolo, l'episodio piuttosto marginale di Rorke Drift, dove pochi inglesi resistettero alle orde dei ‘selvaggi’, tra l'altro già orientati a disperdersi per tornare alle loro capanne dopo la vittoria. Anche i cugini d'oltralpe, che pure nella storia bellica recente contano brucianti sconfitte coloniali e una resistenza di soli 40 giorni nella seconda guerra mondiale, non celebrano affatto le sconfitte. Spazzati via dall'urto della formidabile macchina bellica tedesca, bastò loro partecipare con poche centinaia di uomini allo sbarco in Normandia per cancellarne il ricordo. Nella generale accettazione della pochezza bellica italica, i diretti interessati (i nostri militari) non sono esenti da colpe. Forse perché, a differenza di altre realtà nazionali, manca una pubblicistica militare che, scevra da tentazioni autoelogiative o autoassolutive, affronti questi argomenti con la necessaria competenza e serenità. E' forse per questo che si ricorre ad autori stranieri in cui spesso l'innegabile realtà storica viene sostituita dai più infimi stereotipi. Così si scopre che i libri su cui si sono formate generazioni di futuri dirigenti militari sono la "Storia della seconda guerra mondiale" di Liddle Hart, dove i sentimenti anti italiani sono spinti all'eccesso. Dove in poche righe si demoliscono, negandoli, sia il contributo teorico alla guerra aeronautica di Giulio Dohuet ("sconosciuto a Roma") sia l'epopea della Folgore a El Alamein. Qui anche le sconfitte locali ad opera dei tedeschi sono colpa degli italiani: secondo Liddle Hart in qualche caso le truppe britanniche dovettero abbandonare le trincee conquistate ai nostri perché in condizioni igieniche pessime. Cioè codardi e anche sporchi. Altri autori invece liquidano lo sforzo bellico italiano in Africa settentrionale con la formula "i tedeschi e unità italiane poco combattive". Quasi che i soldati col tricolore caduti fossero tutti morti fuggendo. Se per Montgomery non siamo altro che "smidollati bevitori di vino" in "Fanteria all'attacco" (suo diario della Grande Guerra) Rommel ci fornisce anche una valutazione quantitativa affermando che un fante tedesco vale 20 italiani e dipingendo un quadro nel quale la vittoriosa offensiva delle truppe imperiali sembra dovuta soprattutto all'inconsistenza degli italiani che si arrendono a migliaia e si fanno sorprendere a dormire nei ricoveri mentre infuria la battaglia. C'è la speranza che, rivelando come altri anche un volto feroce, si possa un giorno anche riconoscere una qualche virtù guerriera al milite italico. Restano ad onor del vero le medaglie d'oro ai singoli e alle bandiere, conseguite anche durante le sconfitte, ma sono vissute come fatti interni, quasi nascoste come ne provassero vergogna. Non si tratta certo di riscrivere la storia, di esercizi retorici o di esaltazione militarista. Gli uomini in uniforme, si sa, sono al servizio della nazione indipendentemente da chi governa. Vanno a Timor Est, in Kosovo, in Iraq e in Afghanistan come uno o due secoli fa andavano in Crimea, in Etiopia, in Libia, in Russia, in Jugoslavia. Di queste scelte è responsabile la classe politica e non quella militare, anche se in passato spesso le due hanno coinciso. E per questo servizio alla nazione vanno rispettati. Purchè siano loro stessi, per primi, a rispettare e difendere le proprie tradizioni e la loro storia.
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