Anno 2007

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Operazioni, tutti al gran ballo ma alla fine chi ramazza è l’Esercito

Franco Apicella, 12 febbraio 2007

La maggiore novità dell’incontro di Siviglia tra i ministri della Difesa Nato dell’8 e 9 febbraio scorsi è stata la partecipazione di due personalità che debuttavano nel loro ruolo: il segretario Usa alla Difesa Gates e il comandante supremo alleato, il generale Craddock dell’esercito Usa. Pochi giorni prima aveva assunto il comando di Isaf il generale americano Mc Neil, subentrando al britannico Richards. Tutto sta a indicare, anche sul piano dell’immagine, che l’amministrazione Usa ha fatto propria la priorità della Nato per l’Afghanistan.

Il generale Craddock era stato indirettamente presentato nella ministeriale di Bruxelles del 26 gennaio scorso dal segretario di Stato americano. La Rice aveva rimandato alle valutazioni del nuovo comandante supremo ogni decisione in merito ai rinforzi necessari a Isaf. Ora a Siviglia sarebbe emersa l’esigenza di irrobustire l’attuale contingente di 33mila uomini con quattro battaglioni ciascuno su 600 unità, oltre a forze speciali, elicotteri e velivoli da ricognizione, team di collegamento con le autorità civili e la popolazione.

Di fatto continua il dialogo tra sordi iniziato al vertice di Riga dello scorso novembre. Dei rinforzi si faranno carico verosimilmente i soliti Usa e Regno Unito, oltre alla Polonia che si era già impegnata a Riga e qualche alleato più disponibile con contributi di piccola entità. Né sono emerse novità sostanziali da parte dei Paesi europei più restii all’impiego dei propri contingenti in azioni di contrasto diretto alla guerriglia.

Il parlamento tedesco, dopo il parere favorevole espresso dal governo il 7 febbraio, dirà tra qualche settimana l’ultima parola sui sei (forse otto) aerei Tornado in versione da ricognizione da inviare in Afghanistan. Il ministro della Difesa italiano ha confermato l’attuale impegno – incluse le limitazioni all’impiego del contingente – aggiungendo il contributo di un aereo da trasporto C-130 e di due drone Predator in forza all’aeronautica militare italiana e già schierati in Iraq con l’operazione Antica Babilonia.

L’annuncio del ministro Parisi è solo l’ultimo esempio in ordine di tempo di goffaggine politica e strabismo militare. Si era cominciato dalla chiusura di Antica Babilonia, pegno pagato alle promesse elettorali ma con cadenze temporali di fatto uguali a ciò che aveva stabilito il precedente governo. Poi c’è stato l’avvio della nuova fase di Unifil in Libano, con la sovraesposizione mediatica di una expeditionary force italiana a connotazione prevalentemente navale che ben presto ha lasciato tutto il suo fardello – e chissà per quanto tempo ancora – sulle spalle dell’Esercito.

In sede internazionale si sottolinea con sempre maggiore insistenza la necessità per l’Afghanistan di ‘boots on the ground’ (con maggiore raffinatezza un capo di stato maggiore dell’esercito italiano parlava anni fa di “centralità dell’uomo a terra”). L’Italia invece offre un contributo non richiesto di assetti da dottrina net-centrica, quella stessa dottrina i cui principali sostenitori oggi non godono più i favori dell’amministrazione americana. Certo, in questo modo si è mantenuto fede alla promessa politica “non un uomo in più in Afghanistan”, ma forse il contribuente si spaventerebbe conoscendo il costo di un’ora di volo di C-130 o di Predator.

In un momento caratterizzato da difficoltà non casuali nei rapporti tra Italia e Usa e per motivi difficili da comprendere, il ministro Parisi ha deciso di andare a Siviglia portando un contributo compatibile con la politica del governo. I vertici militari gli hanno proposto una soluzione che privilegia componenti di nicchia ma i cui costi andranno a detrimento di quei boots on the ground che ci si è impegnati a mantenere in Afghanistan per altri cinque anni, come ha dichiarato lo stesso Parisi. Lo strabismo militare, anche se indotto da circostanze politiche, finisce per rendere un pessimo servizio alle stesse forze armate.

Tutto questo non passa inosservato sulla scena internazionale. Perfino l’assunzione di comando di Unifil da parte di un generale italiano è stata sottolineata con un inatteso scambio a fuoco tra israeliani e libanesi e con la ripresa dei sorvoli israeliani sul Libano. Sarà stato un caso, ma intanto a margine della riunione di Siviglia il ministro Parisi ha sentito il bisogno di incontrare il suo collega israeliano che partecipava ai colloqui dell’iniziativa Nato per il Dialogo Mediterraneo.

I nuovi responsabili della Difesa Usa sostengono per l’Afghanistan una linea assertiva che è condivisa anche dai vertici dell’Alleanza. La regola del consenso lascia tuttavia spazio a interpretazioni personali - come quelle dell’Italia - che finiscono per mettere in discussione compattezza e credibilità della Nato. Forse per noi europei questo è il sale della democrazia, ma … i Talebani ci guardano.

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