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| Anno 2007 | |
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La riunione dei ministri degli Esteri della Nato svolta a Bruxelles il 6 e 7 dicembre si è inserita fra altri eventi internazionali che, in modi diversi, l’hanno condizionata. Gli Usa si sono presentati all’appuntamento con quella che di fatto è una nuova strategia verso l’Iran, nonostante l’interpretazione che il presidente Bush ha dato della National intelligence estimate (Nie) appena pubblicata. L’apparente contrasto tra la comunità intelligence e il presidente rende meno autorevole la politica estera Usa proprio nel momento in cui la Russia, con il trionfo di Putin alle recenti elezioni, rivendica senza complessi il suo ruolo di superpotenza.
La riunione del consiglio Nato-Russia è stata quindi la parte più sostanziosa del vertice di Bruxelles. Senza usare mezzi termini il segretario generale della Nato Scheffer nel suo discorso di apertura ha detto che “ci sono anche temi di elevato profilo, come il futuro del trattato Cfe, lo stato futuro del Kosovo e la difesa missilistica sui quali le vedute di Russia e Nato divergono”. La decisione della Russia di sospendere la sua adesione al trattato Cfe entra in vigore il 12 dicembre; anche questa è una data che ha pesato sull’incontro di Bruxelles. Il portavoce della Nato James Appathurai si è detto fiducioso che la Russia possa continuare a negoziare, indipendentemente da quanto accadrà dopo il 12 dicembre. Le divergenze tuttavia restano: la Russia lamenta la mancata ratifica del trattato da parte dei Paesi dell’Alleanza; la Nato subordina la ratifica al ritiro dei militari russi da Georgia e Moldova. Il ministro degli Esteri russi Lavrov ha voluto rassicurare che il 12 dicembre non rappresenta in alcun modo una scadenza; se ne potrebbe dedurre che nell’immediato futuro non saranno prese iniziative per variare i rapporti di forze sanciti dal trattato. E’ possibile però che la Russia utilizzi il contenzioso Cfe come strumento di pressione per dissuadere gli Usa dal progetto di schierare il loro sistema di difesa antimissile in Europa. Lavrov in conferenza stampa ha citato il programma di collaborazione tra Nato e Russia sulla difesa missilistica di teatro e ha detto di volere “evitare la situazione in cui la Nato ha un suo sistema, un altro con la Russia e un altro con gli Usa”. Il portavoce della Nato Appathurai ha ricordato che nel prossimo gennaio ci sarà in Germania una esercitazione congiunta Nato-Russia sulla difesa missilistica di teatro; ha inoltre precisato che è in corso un dibattito interno sulla estensione della difesa di teatro dell’Alleanza e sulla possibilità di inserirla nel progetto Usa di schierare il loro terzo polo di difesa antimissile in Europa. Forse Lavrov non ha tutti i torti, ma al momento per la Nato si tratta solo di progetti ambiziosi. Sul futuro del Kosovo – altro punto di divergenza – incombe la scadenza del 10 dicembre, giorno in cui la cosiddetta troika (Russia-Ue e Usa) presenta il risultato dei negoziati per individuare il futuro status della regione. Si teme che la dirigenza kosovara possa dichiarare unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia. Il ministro russo Lavrov ha ribadito di essere favorevole solo a una soluzione accettabile per entrambe le parti, Belgardo e Pristina. La posizione della Nato è più delicata poiché l’Alleanza non ha titolo per riconoscere una eventuale dichiarazione di indipendenza; saranno eventualmente i singoli Paesi a farlo. Appathurai ha dichiarato che “non ci si può permettere che questo problema si incancrenisca oltre nel mezzo dell’Europa”, evidenziando la volontà dei Paesi della Nato di superare l’attuale situazione. Per l’Alleanza il punto fermo rimane la missione del contingente Nato Kfor incaricato di mantenere le condizioni di sicurezza in Kosovo. Nel comunicato finale firmato dai ministri si legge: “Kfor dovrà rimanere in Kosovo sulla base della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, a meno di una diversa decisione del Consiglio stesso”. Situazioni di emergenza connesse con eventuali dichiarazioni unilaterali potranno essere affrontate incrementando l’attuale contingente di circa 16.450 uomini con tre unità a livello battaglione, una tedesca già in teatro per un normale turno di addestramento, una italiana e una inglese in prontezza operativa nei rispettivi Paesi. Sono emerse due precisazioni interessanti: Kfor rimarrà una missione a guida Nato e il comandante della forza non avrà sostanziali restrizioni (caveat) all’impiego delle varie componenti nazionali. Per il Kosovo non si ripeterà quanto già accaduto in Bosnia con il passaggio di consegne tra Nato e Unione europea al comando della missione militare. L’Ue dovrebbe sostituire l’attuale missione Onu in Kosovo (Unmik) e una decisione è attesa nel Consiglio d’Europa il prossimo 14 dicembre. Il ministro D’Alema ha detto che l’Italia è pronta a fare la sua parte per la costituzione della nuova missione che dovrebbe essere composta da circa 1.800 uomini. Appare singolare che si sia parlato di caveat per il Kosovo e non se ne sia fatto cenno a proposito dell’Afghanistan. Per Isaf è stato invece annunciato il contributo di un nuovo provincial reconstruction team (provincia di Lowgar) della repubblica ceca, di elicotteri (quattro d’attacco e quattro da trasporto) della Polonia e di un contingente della Giordania, Paese che coopera con la Nato nel quadro della iniziativa del Dialogo mediterraneo. L’Alleanza per superare l’attuale situazione di crisi in Afghanistan sta cercando un maggiore coinvolgimento di tutti gli attori internazionali. Si è parlato di un alto rappresentante civile della Nato che possa coordinare gli sforzi che la Nato sta compiendo sul piano militare con tutte le organizzazioni presenti nel Paese. L’obiettivo - definito “afganizzazione” - sarebbe porre il governo di Kabul in condizioni di assumere sempre maggiori responsabilità nella gestione della sicurezza. Da notare infine una interessante interpretazione data da Appathurai alla recrudescenza degli attentati suicidi in Afghanistan: sarebbero la conferma che le forze di sicurezza afgane e Isaf dove sono presenti sottraggono il controllo del territorio ai Talebani, ai quali non rimane che il ricorso agli attentati. Resta da vedere tuttavia se l’impatto degli attentati sulla popolazione e sulla opinione pubblica internazionale sia meno importante del controllo del territorio.
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