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| Anno 2007 | |
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“Tridentina! Tridentina avanti!” Questo fu, nella ricostruzione di Giulio Bedeschi, l’incitamento più che il comando dato dal generale Reverberi il 26 gennaio 1943 ai suoi alpini che con infinita fatica si stavano aprendo la strada verso la salvezza a Nikolajevka. Il contatto con la famosa cicogna avvenne solo dopo alcuni giorni e il 30 gennaio i primi resti dell’Armir uscirono dalla sacca.
L’Armir (Armata Italiana in Russia) si formò nel corso dell’estate del 1942 con il proposito di rinforzare il Csir (Corpo di Spedizione Italiano in Russia, già presente sul fronte orientale) e di combattere sul Caucaso. Nel corso del trasferimento gli ordini cambiarono e gli alpini della Tridentina, Cuneense e Julia furono dislocati con i cannoni da montagna, i muli e gli scarponi chiodati negli spazi sterminati della pianura russa di fronte al Don a fianco delle altre divisioni di fanteria tra cui la Pasubio e la Torino, definite da Alfio Caruso autotrasportabili nel senso che se ci fossero stati i mezzi gli uomini ci sarebbero saltati sopra. Solo questa ironica - e al contempo tragica - definizione sarebbe sufficiente a spiegare il dramma che i nostri soldati affrontarono. Le prime avvisaglie della tragedia si avvertirono il 15 novembre quando le divisioni russe ruppero il fronte tenuto dai romeni e circondano la VI armata di Paulus a Stalingrado. Hitler ordinò ai suoi, anziché di ripiegare rompendo il non completato e piuttosto debole accerchiamento, di muoversi verso la città: i tedeschi così si ritirano avanzando verso il nemico condannandosi sostanzialmente a morte. Inutili si riveleranno gli sforzi della Luftwaffe di rifornimento aereo e i tardivi tentativi di sfondamento condotti dall’esterno della sacca. I russi rivolsero poi la loro attenzione alle divisioni italiane e soprattutto alla Cosseria e alla Ravenna, che occupavano il centro del nostro fronte con l’intento di spaccarlo in due. Il 15 dicembre avvenne lo sfondamento russo grazie alla loro potenza di fuoco e alla manovrabilità offerta dai T34 contro cui i nostri non poterono nulla non disponendo di reparti corazzati e avendo poche armi anticarro per di più scarsamente efficaci. Apertosi il varco, i russi piegarono a sud-est per colpire le armate italiane più vicine a Stalingrado. Il fianco destro degli Alpini rimase così completamente scoperto e per questo la Julia fu inviata a riempire la voragine e il suo posto tra la Tridentina e la Cuneense fu preso dalla Vicenza una divisione che in origine doveva svolgere compiti di retroguardia. L’ordine fu di tenere le posizioni per evitare di essere completamente circondati. La Julia resistette per un mese ai bombardamenti russi e ai loro tentativi di sfondamento pagando un tributo di sangue altissimo. Inoltre con la sola artiglieria da montagna gli Alpini non poterono nemmeno impensierire l’artiglieria nemica posta a chilometri di distanza. Il 15 gennaio 1943 i russi lanciarono la loro offensiva, ma non spezzarono il fronte tenuto dagli alpini (la stessa Armata Rossa riconoscerà il valore delle nostre truppe), bensì con una manovra a tenaglia attaccarono a nord il fronte tenuto dagli ungheresi e a sud dai tedeschi. Questo fu il vero inizio della tragedia poiché le divisioni alpine iniziarono a sganciarsi, ma con scarse informazioni, che diventarono nulle con il passare dei giorni, senza rifornimenti di alcun tipo, con un equipaggiamento assolutamente inadeguato alle condizioni climatiche e inoltre senza mezzi oltre alle slitte trainate dai muli. Mancò un collegamento non solo con i comandi arretrati, ma anche tra le stesse divisioni e tra i singoli reparti, sempre che si potesse ancora parlare in questi termini. Gli uomini avanzarono nella neve con temperature che arrivavano ai - 40° dovendosi aprire la strada ad ogni villaggio. I partigiani non lasciarono tregua e l’aviazione russa fece ciò che voleva così come i T34. Il 26 gennaio 1943, come ricordato, la Tridentina e alcuni reparti delle altre divisioni riuscirono a sfondare a Nikolajevka e a porsi in salvo. Al contrario, resti della Cuneense, della Julia e della Vicenza non ricevettero l’ordine impartito il 21 da Gariboldi di cambiare la direttrice e di non dirigersi più a Valuiki. Qui le tre divisioni combatterono ancora fino al 28 ma caddero prigioniere dei russi. Le stime sulle perdite sono tutte piuttosto imprecise e probabilmente mai si saprà con esattezza la vera dimensione del disastro. Con un buon grado di approssimazione si può affermare che dei 220mila uomini che componevano l’Armir 100mila non fecero ritorno. Di questi ultimi, secondo alcuni ‘solo’ cinquemila sono i caduti per i fatti d’arme antecedenti la ritirata. Questa breve esposizione di quei terribili momenti non vuole solo riportare all’attenzione le vicende che in questi giorni i pochi reduci rimasti stanno commemorando bensì far rivivere uno degli eventi bellici più importanti della nostra storia che, come spesso accade, è stato presto dimenticato (un discorso simile vale per El Alamein e altre campagne) e mettere in evidenza alcuni elementi utili per comprendere la guerra nel suo complesso e che, nonostante le diversità tra oggi e il 1943, sono ancora di grande attualità. Un primo elemento da rilevare è la responsabilità politica. I politici sono i responsabili dell’Esercito, loro decidono dove mandarlo e a fare cosa. Questo però - e qui la lezione clausewitziana appare in tutta la sua efficacia - non vuol dire che possono chiedergli cose impossibili. Devono invece essere coscienti di cosa può fare lo strumento che hanno a disposizione. Inviare gli Alpini - truppe da montagna con attrezzatura inadatta a quell’ambiente, in aperta pianura e per di più in un territorio vasto come quello russo - fu una decisione sconsiderata. In un’ottica ancora più ampia fu l’idea stessa di impiegare l’esercito su un fronte enorme e con un clima che non permette errori. Per muovere e combattere, ma soprattutto sopravvivere a - 40° servono attrezzature speciali che non sono mai state a disposizione dei soldati e inoltre non sono mai state ordinate o pensate dalle alte sfere (anche se alcune voci critiche all’epoca dei fatti si levarono). L’esercito italiano era carente in tutto e aveva già dimostrato in altri settori di non poter competere con forze armate moderne e il fatto di essere impiegato sia nelle colonie africane sia nel gelo russo di certo non ha aiutato a mettersi al passo con i tempi e un’uniformità di equipaggiamento. Da questo punto di vista restano di grandissima utilità i libri che raccontano quei momenti dalle ‘Centomila gavette di ghiaccio’ di Bedeschi, ai volumi di Nuto Revelli (entrambi reduci di Russia) e di Alfio Caruso. Chiunque abbia letto questi o altri resoconti non può far altro che costatare le similitudini tra i trinceramenti in Russia e quelli della prima guerra mondiale, il problema è che si sa che la guerra successiva non è mai uguale alla precedente. Un secondo problema fu quello delle comunicazioni in senso lato. Non solo le nostre radio non erano in grado di coprire le grandi distanze che l’ambiente russo offriva, ma tutto l’apparato logistico, già di per sé fragile, collassò e per tutta la ritirata i nostri non riuscirono ad avere un solo rifornimento. Discorsi simili si possono sostenere anche per i tedeschi e, in effetti, i resoconti dalla sacca di Stalingrado o dalla battaglia per Mosca non si differenziano molto da quelli italiani, ma alla divisione corazzata che si ritirava con i nostri soldati fu inviato del vettovagliamento grazie ad alcuni aerei. Non solo i comandi non comunicarono con le divisioni in ritirata, ma non sapevano nemmeno se erano in movimento e dove oppure se erano già state annientate dai russi. Lo stesso ordine di ritirata fu tardivo perché ormai la situazione era compromessa, specie se si pensa che la fanteria russa avanzava con i carri armati mentre i nostri soldati erano costretti a muoversi a piedi e quindi erano infinitamente più lenti. La mancanza di comunicazione fu fatale a migliaia di uomini che si trovarono a combattere per aprirsi la strada non verso l’agognata linea del fronte amica ma verso la prigionia, che per molti di loro si rivelò letale e per altri durò più di 10 anni. La mancanza di comunicazione provocò anche la totale disunione delle colonne, perciò i reparti dovettero combattere e morire per conquistare un villaggio magari appena abbandonato da un altro reparto e subito rioccupato dai partigiani. E’ importante ricordare questi eventi per non dimenticare il sacrificio dei nostri soldati, ma anche perché questi problemi sono ancora attuali. Si pensi alla operazione Restore Hope in Somalia: un mandato non chiaro dell’Onu e le interpretazioni dei singoli governi misero i militari in condizioni piuttosto difficili con regole d’ingaggio diverse e poco attinenti alla situazione. Inoltre, il tentativo di catturare Aidid, rivelatosi un fallimento per i soldati americani, fu frutto anche di comunicazioni carenti tra i comandi e i soccorsi, che disponendo inoltre di cartine imprecise, ebbero non poche difficoltà a raggiungere il luogo dello scontro.
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