Anno 2007

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Sembra che quella in Iraq sia diventata la guerra di Petraeus

Carlo Bellinzona, 14 settembre 2007

Finalmente l’atteso rapporto del comandante sul campo in Iraq. Per i media ci sono stati giorni di anticipazioni, di congetture, di bisbigli con il mondo del Congresso, in fermento per il futuro della presenza americana e ancor più sulla strategia per condurre tale presenza. Segnale della crucialità dell’appuntamento era stata la visita di Bush, all’improvviso, lo scorso 3 settembre durante il suo viaggio in l’Australia per la riunione dei paesi Apec.

In una base aerea super protetta, nella provincia di Anbar, con una sosta di otto ore, aveva incontrato tutti i responsabili della gestione, americani e iracheni. Una breve sosta per un rapido punto di situazione, ma è difficile non ravvisare anche una forte sollecitazione da trasferire immediatamente ai protagonisti e poi al Congresso verso una visione più rosea sugli esiti della “surge”, cioè dell’effettivo impatto sulle operazioni dei 30mila uomini aggiuntivi, inviati all’inizio dell’anno in Iraq.

Per ore davanti alla Camera dei Rappresentanti prima e alle ostiche Commissioni del Senato Affari Esteri e delle Forze Armate, il giorno successivo, Petraeus non ha battuto ciglio, riuscendo a reggere impassibile e senza variazioni di toni nella voce alle domande degli interlocutori davanti alle telecamere che tentavano di carpirne ogni piccola sbavatura. Ricordiamo i punti cardine del rapporto.

Rispetto allo scorso dicembre 2006, il quadro di sicurezza è migliorato. A Bagdhad le vittime della violenza settaria sono calate di molto, come sono diminuiti gli attacchi anche in altre province. Le operazioni contro i guerriglieri affiliati ad al-Qaeda e i loro santuari hanno avuto sovente successo. Molti capi di questa rete e per l’opposta fazione i leader di gruppi di rivolta sciiti, sostenuti dagli iraniani, sono stati catturati o eliminati. Sono stati scoperti e bonificati oltre quattromila depositi di armi, munizioni ed esplosivi. Nella tragica statistica degli attentati sembrano essere stati dimezzati gli attacchi con autobomba e con operatori suicidi, anche se il loro numero è ancora troppo elevato in relazione alle perdite abnormi tra i civili.

Le forze di sicurezza irachene, anche se con difficoltà, hanno combattuto e qualche volta assunto il comando diretto delle operazioni sul terreno. Negli ultimi mesi nella provincia di Anbar è stato raggiunto un accordo con alcune tribù sunnite che hanno negoziato con gli americani l’abbandono del sostegno ad al-Qaeda diventando, di fatto, i diretti responsabili della sicurezza nel proprio territorio. La situazione rimane difficile, ma lasciare sarebbe un errore esiziale per il futuro dell’Iraq.

Occorre continuare nelle operazioni militari di contro-insurrezione per completare il compito, valorizzando le unità irachene man mano addestrate, beneficiando della stabilizzazione politica che progressivamente potrà essere conseguita. Per questo quadro di sicurezza sarà possibile una riduzione oculata del contingente, pervenendo ai livelli di forza esistenti prima della surge entro luglio 2008. Potrebbe rientrare subito una parte dei Marine della forza di Proiezione (circa 2.000 uomini), una brigata entro dicembre e quattro brigate e i restanti due battaglioni di Marine nel corso dei primi sette mesi del prossimo anno. Per contro, il passaggio immediato a una semplice funzione di supporto delle forze irachene sarebbe del tutto negativo e farebbe disperdere i successi finora ottenuti.

In buona sostanza, appare chiaro che Petraeus chiede più tempo e dà ampie assicurazioni di poter vincere in Iraq, sia pure con l’auspicio che i politici iracheni facciano la parte loro. In serrata sequenza, due giorni dopo, il presidente Bush recepisce in toto le proposte di riduzione del comandante sul campo e solennemente dichiara che “non è mai troppo tardi per sostenere le nostre truppe che possono vincere”. Al di là degli aspetti tecnico militari che solo il tempo ci aiuterà a chiarire e ad apprezzare, appare palese come il ruolo di Petraeus abbia ora assunto connotazioni decisamente politiche, attenuando quelle di un militare rigoroso, professionale e indipendente, che gli sono avvalse stima e considerazione. La fiducia del pubblico è elevata: anche in questa occasione almeno il 52% dei sondaggi favorevoli a fronte di una scarsa (sotto il 10%) per Bush.

Il rapporto mette in gioco e affida al futuro la conservazione di questa bella immagine di Petraeus. In realtà, la sua testimonianza va nella direzione del proseguimento delle operazioni militari e non certamente nel cambio di strategia, come molti richiedono, e cioè a quella di sostegno delle Forze irachene e che vedrebbero più adeguata per preparare l’uscita dall’Iraq. Tuttavia, il parametro tempo consente di dare altre carte in mano al debole governo di al-Maliki e alle forze armate e di sicurezza irachene per poter diventare autosufficienti sul campo, ma allunga in modo indefinito i tempi di permanenza delle forze Usa. Tutto ciò assume evidenza sia durante le audizioni (nelle domande e nelle risposte) sia nei commenti degli specialisti di politica americani, ove si sottolinea come da parte di un esponente repubblicano Petraeus viene accusato di ”indossare lenti troppo rosee” o addirittura in modo più greve di “aver cucinato le statistiche a favore della Casa Bianca”.

Trascurando aspetti di politica pre-elettorale, che per taluni degli interroganti potrebbe essere sintetizzata nell’espressione ”parlare ad alta voce per farsi sentire, più che per porre domande”, è interessante constatare come in realtà si stia delineando, anche nella comprensibile preoccupazione della propria rielezione nel 2008, una convergenza tra parlamentari di opposto schieramento, repubblicani e democratici, con la volontà di arrivare a una proposta di legge concordata.

Se è evidente che nell’acceso dibattito politico la proposta di riduzione progressiva di Petraeus è andata nella direzione di rafforzare la visione strategica del presidente, essa offre una via di mediazione raccomandando il ritiro di 30mila uomini entro luglio 2008. Ma nella dialettica politica interna fa ancora di più. Nel momento in cui si trovi una soluzione legislativa bipartisan, il problema dell’Iraq viene del tutto depotenziato ai fini della sfida presidenziale dell’anno prossimo e non costituisce più una discriminante per la campagna elettorale, togliendo frecce dall’arco di candidati oggi agguerriti come la senatrice Clinton.

Con il rapporto di Petraeus i politici - Bush in primis - hanno trovato il loro parafulmine, liberandosi dalla responsabilità di avere imposto con ostinazione la continuazione della guerra in Iraq. L’avventura irachena è diventata la guerra di Petraeus: una scelta di rango politico del ‘perché’ è diventata responsabilità tecnica e del ‘come’ affidata a un operativo. C’è da augurarsi per la linearità del processo decisionale che sia vero che Petraeus abbia scritto il suo rapporto da solo senza essersi consultato con nessuno al Pentagono, alla Casa Bianca o al Congresso. Purtroppo, c’e’ un triste precedente, molto citato in questi giorni, di un altro bravo generale, William Westmoreland, che nel 1967 disse al Congresso che si poteva vincere in Vietnam. Il tempo lo smentì e lui perse l’aureola. Qualche malevolo dice che “i generali non possono essere pensatori indipendenti”.

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