Anno 2007

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Implicazioni giuridiche ed effetti politici della secessione del Kosovo

Roberto Bendini*, 25 gennaio 2007

Quando, nel giugno del 1999, i reparti della Nato entrarono in Kosovo furono accolti come liberatori. Per gli albanesi del Kosovo fu chiaro fin dall’inizio che la ritirata delle truppe serbe sarebbe stata definitiva e che il loro territorio sarebbe diventato un giorno indipendente.

In realtà il mandato affidato all’amministrazione delle Nazioni Unite é più limitato. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 1244 del 10 giugno 1999 autorizza il segretario generale “a stabilire una presenza internazionale civile in Kosovo al fine di assicurare un'amministrazione provvisoria nel cui contesto alla popolazione del Kosovo sarà riconosciuta un’autonomia sostanziale in seno alla Repubblica Federale di Jugoslavia”. La risoluzione 1244 resta invece volutamente ambigua per quanto riguarda lo status finale della provincia, incaricando l’Onu di garantire il trasferimento dei poteri dal governo provvisorio kosovaro “a quelle istituzioni che verranno stabilite a seguito di un accordo di natura politica”. La risoluzione non menziona la parola “indipendenza”.

Il 2 febbraio, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Martti Ahtisaari, renderà pubblica la sua proposta sullo status definitivo del Kosovo. Questo progetto dovrebbe garantire al Kosovo una personalità giuridica internazionale parziale che gli permetterà di far parte delle principali organizzazioni internazionali e di aderire alla Unione Europea quando i tempi saranno maturi. In questo contesto non é certo che la Serbia manterrà la sovranità teorica sul Kosovo, mentre non é escluso il riconoscimento di qualche potere di controllo in materia di protezione della minoranza slava e dei monasteri ortodossi della regione. Ai serbi del Kosovo verrebbe inoltre riconosciuta un’ampia autonomia locale.

Questo compromesso, che prevede anche il passaggio dei poteri di supervisione dalle Nazioni Unite alla Unione Europea, dovrebbe venire incontro alle preoccupazioni che numerosi governi hanno espresso negli scorsi mesi. La Russia, tradizionale protettore della Serbia, si é sempre pronunciata contro la secessione del Kosovo e anche la Repubblica Popolare Cinese non ha nascosto le proprie preoccupazioni. Una soluzione troppo estrema o comunque sbilanciata a favore degli albanesi del Kosovo potrebbe provocare il veto di uno di questi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e aprire una seria crisi diplomatica. Mosca ha tuttavia una posizione ambigua in quanto potrebbe essere interessata a usare il precedente kosovaro per annettersi unilateralmente la Transdnistria e le regioni georgiane a maggioranza russa (Agiaria, Abkhazia e Sud Ossezia).

Oltre a Russia e Cina, altri Paesi si sono espressi contro la proclamazione unilaterale della indipendenza del Kosovo. La Spagna non ha interessi vitali nei Balcani, ma vorrebbe evitare che i Paesi Baschi e la Catalogna possano seguire l’esempio di Pristina e dichiarare la secessione da Madrid. La Romania teme che la nuova compagine statale kosovara possa nuocere alla stabilità della regione e difende indirettamente l’integrità territoriale della Moldova. Le repubbliche ex-jugoslave di Bosnia e Macedonia potrebbe risentire gli effetti della secessione kosovara, qualora alcune delle comunità nazionali presenti sul loro territorio (serbi e croati in Bosnia, albanesi in Macedonia) decidessero di seguire l’esempio di Pristina.

La Serbia si é finora opposta alla indipendenza tout court del Kosovo pur offrendo importanti concessioni in materia di autonomia politica e amministrativa. La posizione serba é, da un punto di vista giuridico, abbastanza solida e si basa essenzialmente su due documenti, oltre che sulla già citata Risoluzione n. 1244: il parere finale della Commissione Badinter del 1991 e l’Atto finale di Helsinki della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Csce) del 1975.

La Commissione Badinter (incaricata dalla Comunità Europea di pronunciarsi sulla dissoluzione della ex-Jugoslavia) prese atto della fine della Federazione Jugoslava e riconobbe il diritto alla secessione alle repubbliche che componevano la Federazione sulla base dei confini amministrativi esistenti. Né il Kosovo né la Voivodina, regioni autonome a statuto speciale della Serbia, sono citate in questo documento. L’atto finale della Conferenza di Helsinki del 1975, sottoscritto da tutti gli Stati europei e ancora in vigore, sancisce invece il principio del rispetto della integrità territoriale in Europa.

Il diritto e la prassi internazionale non vedono con favore la dissoluzione degli Stati e anche il ‘principio dell’autodeterminazione dei popoli’ ha un ambito di applicazione ben definito e piuttosto ristretto. Esso si applica ai popoli sottoposti a un governo ‘straniero’ che ne abbia conquistato il territorio (ad esempio ai territori occupati da Israele dopo il 1967) e ai popoli coloniali. Non avalla invece le aspirazioni secessionistiche di regioni o di province autonome sia pure etnicamente distinte dal resto del Paese, come é il caso del Kosovo. Il principio di autodeterminazione non é retroattivo e non si applica a quelle situazioni createsi a seguito di eventi bellici o di occupazione con la forza che siano avvenuti prima della seconda guerra mondiale. Non si può quindi parlare di diritto all’autodeterminazione per il Kosovo, la cui annessione alla Serbia avvenne a seguito della prima guerra balcanica del 1912 e fu a più riprese riconosciuta dalla comunità internazionale.

Una dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte dell’Onu o delle stesse autorità kosovare sarebbe quindi illegittima da un punto di vista del diritto internazionale e potrebbe avere gravi conseguenze sia nei Balcani che in altri parti d’Europa dove sono presenti forti minoranze nazionali. Molte di queste difficoltà potrebbero essere evitate se la Serbia accettasse in modo pacifico e negoziato il distacco del Kosovo come avvenuto per il Montenegro. Un’altra opzione potrebbe essere quella di creare una confederazione che comprenda Serbia, Kosovo e Voivodina. Se musulmani, serbi e croati possono vivere insieme dopo ciò che é successo in Bosnia negli anni 90, non si vede perché lo stesso modello non possa essere applicato al Kosovo. Una corretta definizione del problema ‘Kosovo’ non può che prevedere una partecipazione attiva e convinta della Serbia al piano che verrà proposto e il rispetto delle sue legittime pretese. L’Europa dovrà fare qualche concessione a Belgrado, ma potrebbe valerne la pena.

* Funzionario del Parlamento europeo. Le opinioni espresse impegnano solo l'autore e non l'Istituzione di appartenenza.

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