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| Anno 2007 | |
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La recente visita del presidente cinese Hu Jintao a Mosca (26-28 marzo 2007) ha rivelato che le relazioni diplomatiche ed economiche tra Cina e Russia, benché discrete, non sono ancora mature per una reale partnership strategica. I presidenti di Cina e Russia hanno mostrato di non volersi opporre in modo più deciso alle iniziative internazionali, spesso unilaterali, promosse dagli Stati Uniti. Le diffidenze reciproche, tuttora presenti, hanno fatto sì che la dichiarazione finale del Summit non contenga alcuna critica espressa agli Stati Uniti né dichiarazioni di principio volte alla creazione di un sistema internazionale multilaterale che garantisca un ruolo politico maggiore ai due paesi.
La Cina ha rifiutato di seguire la Russia nelle due dispute internazionali a cui Mosca attribuisce speciale importanza: l’opposizione al piano Ahtisaari sul futuro del Kosovo, visto dalla Russia come un attentato alla sovranità serba e come un pericoloso precedente che potrebbe essere seguito da altre entità secessioniste, e al progetto americano volto alla creazione di un sistema di difesa anti-missile nell’Europea orientale. La Russia, la cui azione diplomatica è indebolita dalla defezione cinese, potrebbe essere il solo membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu a porre il veto all’indipendenza della ex-provincia serba. Per quanto concerne la difesa antimissile, la Russia ha pagato invece la propria decisione di non sostenere Pechino nella sua ferma condanna della decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dal trattato Abm (trattato sui missili anti-balistici) successiva al 11 settembre 2001. Questo non significa che i due paesi non abbiano espresso preoccupazione per alcune recenti iniziative statunitensi. Nella dichiarazione finale, entrambe le parti hanno posto in evidenza la necessità di risolvere pacificamente la crisi con Teheran, mostrando quindi di essere preoccupate per gli effetti destabilizzanti che un intervento diretto americano potrebbe avere sulla regione del Golfo Persico e sull’economia mondiale. Cina e Russia hanno indirettamente criticato la crescente presenza americana in Asia centrale. L’invocazione al rispetto per la “storia e le tradizioni culturali” dei paesi dell’Asia centrale, sottintende che entrambe le potenze non vedono favorevolmente modifiche dello status quo nella regione né sono ovviamente interessate allo sviluppo democratico e pro-occidentale delle repubbliche nate dal collasso della Unione Sovietica. Gli interessi di Cina e Russia in Asia centrale restano tuttavia conflittuali, soprattutto per quanto riguarda l’accesso alle risorse naturali di cui l’area è ricca. La Russia ha mostrato di essere inquieta per il grave deficit commerciale con Pechino. La Cina è, dopo la Germania, il primo partner commerciale russo (30 miliardi di dollari, corrispondenti a circa l’otto percento del commercio estero della Federazione russa). Le esportazioni russe in Cina contano invece per meno dell’uno percento del totale e sono quasi esclusivamente rappresentate da forniture energetiche e di materie prime e da vendite di sistemi d’arma. Gli operatori economici russi lamentano inoltre che l’accesso al mercato cinesi per i loro prodotti rimane difficoltoso a causa di barriere non tariffarie e amministrative piuttosto pesanti. Il deficit commerciale russo è dovuto a diversi fattori. La Russia è infatti sempre più riluttante a vendere sistemi d’arma avanzati alla Cina né intende avviare produzioni congiunte o su licenza in territorio cinese. Sebbene durante il summit siano stati firmati contratti per un valore complessivo di 4,3 miliardi di dollari (riguardanti principalmente forniture di minerali, di acciaio e di aerei commerciali), la vendita di armi è, per la prima volta da un decennio, quasi del tutto assente. Mosca intende inoltre evitare che Pechino divenga il principale mercato di sbocco dei prodotti energetici e delle risorse naturali siberiane. I russi non vogliono creare legami di eccessiva interdipendenza con l’economia cinese e sanno che, in tempi come quelli attuali in cui la domanda é superiore all’offerta, le loro ‘commodities’ possono essere vendute a un prezzo più alto se vengono messe a disposizione di un numero maggiore di potenziali acquirenti. Non sorprende che il progetto di costruire un oleodotto che colleghi i giacimenti petroliferi della Siberia orientale con la città cinese di Daqin sia stato ulteriormente rinviato. Mosca sta seriamente riflettendo sull’opportunità di modificarne il tracciato facendolo terminare a Nakhodka sulla costa dell’oceano Pacifico. Questa variante permetterebbe ai russi di offrire i prodotti petroliferi siberiani non solo alla Cina ma anche al Giappone e alla Corea del Sud. La Federazione russa ha chiaramente condizionato la vendita di maggiori quantità di idrocarburi alla disponibilità cinese di aprire i propri mercati ai prodotti industriali russi (mezzi di trasporto, prodotti agricoli e impiantistica nucleare). La firma di un accordo tendente ad aumentare le esportazioni di petrolio russe verso la Cina da 10 a 15 milioni di tonnellate all’anno, prevista nel corso della visita del premier cinese, é stata annullata. Ufficialmente, la causa è stata imputata al perdurante contenzioso tra la società Rosneft e le ferrovie russe circa l’ammontare delle tariffe di transito, ma non vi è dubbio che questo ritardo permetterà alla Russia di migliorare la propria posizione contrattuale nei confronti della controparte cinese. La cooperazione bilaterale nel settore del gas rimane altresì difficoltosa. Nonostante l’offerta russa dell’anno scorso di creare un gasdotto che legasse i giacimenti siberiani alla Cina, non sembra che il Summit abbia offerto l’occasione per concludere le negoziazioni e per definirne i tempi di esecuzione che rimangono piuttosto lunghi e alquanto incerti. * Funzionario del Parlamento europeo. Le opinioni espresse impegnano solo l'autore e non l'Istituzione di appartenenza.
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