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| Anno 2007 | |
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Il duplice attentato di Algeri del 11 dicembre ha risollevato nel paese e nei media internazionali lo spettro del Gia (Groupe islamique armé), tristemente attivo negli anni 90 in Algeria e responsabile di circa centomila vittime nell’intera decade. In un apparente passaggio generazionale di sigle e aggregazioni, le azioni terroristiche sono state attribuite al nuovo movimento (operativo dal 2006) al-Qaeda nel Maghreb.
Alcune differenziazioni appaiono tuttavia necessarie. Obiettivo del Gia era quello di instaurare una teocrazia islamica di osservanza sunnita e la rimozione di ogni influenza occidentale. Se una certa coincidenza di obiettivi può quindi trovarsi con l’end state desiderato da al-Qaeda nel Maghreb, da un punto di vista strutturale le due aggregazioni appaiono però profondamente diverse. Il Gia, al culmine nella sua parabola operativa, aveva una struttura fortemente gerarchica con una direzione centrale e raggruppamenti periferici denominati ‘katiba’. Al-Qaeda nel Maghreb appare mantenere invece una destrutturazione permanente, con cellule indipendenti tra di loro, rendendone in tal modo più evanescente e volatile il tracciamento e il monitoraggio. Sul piano delle tattiche e delle procedure, se un punto di continuità è rappresentato dall’utilizzo di congegni esplosivi contro bersagli considerati inquinanti della società islamica, dall’altra parte appare più mirata la selezione dei stessi bersagli. Già l’11 aprile e l’11 luglio di quest’anno due attentati avevano colpito la sede del comando dei Servizi di sicurezza algerini e una postazione della Marina algerina, laddove il Gia del biennio ‘97-98 operava invece in modo tendenzialmente stragista. Nel caso specifico, l’attacco alle Nazioni Unite (sede del Unhcr) appare fortemente simbolico. In particolare, ha fatto tornare alla mente il micidiale attacco dell’agosto 2003 alla stessa Onu a Baghdad, in cui trovò la morte il capo missione Onu, il diplomatico brasiliano Viera De Mello. Da un punto di vista temporale, l’attacco - al di là del tristemente canonico ‘11’ - è venuto a ridosso di un evento anch’esso altamente significativo. Il 9 e 10 dicembre si è infatti tenuto a Cagliari il ‘5+5’ (foro di collaborazione nel settore della Difesa e della sicurezza nato a fine 2004), un vertice che comprende delegazioni di Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Malta, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania. L’Italia vede proprio nell’Algeria un partner energetico d’area fondamentale, in virtù dei contratti in essere tra Eni e Sonatrach, la Noc (National Oil Company) algerina e dove storicamente l’Agip fu la prima compagnia occidentale a rientrare nel paese dopo la nazionalizzazione dell’industria petrolifera nel 1971. Inoltre occorre, l’Algeria partecipa alla operazione Active Endeavour della Nato ed è inserita nel programma del Dialogo Mediterraneo. Sul fronte politico interno il presidente della Repubblica Abdelaziz Bouteflika, che aveva avviato già nel 1999 una politica di riconciliazione nazionale, si trova a fronteggiare una situazione complessa nel confronto tra governo e islamisti. Se il Gia era stato compresso e svigorito proprio grazie a questa politica, la sua espressione secessionista e oltranzista (il Gspc, Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, affiliatosi ad al-Qaeda nel 2003 e ora al-Qaeda nel Maghreb) sembra avere ritrovato una nuova linfa derivante dalla sua piattaforma ideologica internazionale di riferimento. Da una prospettiva di ‘cultural intelligence’, è verosimile ipotizzare che al-Qaeda anche in Algeria possa voler fomentare nella base sociale del paese una sorta di sindrome da ‘esternalità’ nei riguardi del presidente e più in generale nei confronti del non-locale. Bouteflika infatti, nato e cresciuto in Marocco e rientrato in Algeria solo nel 1962, ha successivamente passato molto tempo in esilio tra Svizzera, Francia e Emirati Arabi Uniti ed è già stato già obiettivo di un attentato nel settembre scorso. In Pakistan - un contesto geopolitico differente, ma inquinato dal medesimo vettore ideologico al-Qaeda - c’è da osservare come lo stesso Musharraf non appartenga alla predominante etnìa Punjab ma nasce a Dehli, in un’India ancora britannica, come esponente del mondo urdu. E anch’egli è stato vittima di un lunga serie di attentati. Parimenti in Afghanistan buona parte della dirigenza governativa attuale proviene dal gruppo dei cosiddetti Beirut Boys (ex-studenti dell’Univiersità americana del Libano, frutto di una missione protestante e operante in uno spirito laico). Pertanto l’ideologia terroristica di al-Qaeda - e conseguentemente il suo ombrello nel Maghreb - sembra sempre di più far leva su componenti nazionalistiche, oltranziste e xenofobe su un forzato concetto di apostasia. L’interpretazione estrema dell’apostasia viene purtroppo da lontano e colpì già il presidente egiziano Sadat nel 1981, ‘colpevole’ di avere effettuato la prima visita di un leader arabo in Israele nel ‘77 e degli Accordi di Camp David del 1978. In questo scenario anche l’attacco alla sede delle Nazioni Unite va a colpire proprio l’apertura all’esterno e al diverso. Da un punto di vista tattico, infine, occorre osservare che, se è vero che al-Qaeda nel Maghreb è una sigla relativamente giovane, è anche vero che la stessa Algeria è stata per certi versi un paese precursore del modus operandi terroristico, considerato proprio del contesto mediorientale. Già nel 1961 così scriveva Che Guevara nel suo manuale sulla guerriglia: “Abbiamo notizia che in Algeria vengono usate oggi contro la potenza coloniale francese mine tele-esplosive, che sono mine innescate da radio a grande distanza”. Dunque, facendo filologia del testo, potremmo quasi parlare per l’Algeria di Rcied (Radio controlled improvise explosive device) ante-litteram.
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