Anno 2007

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Secondo l’Onu c’è ancora molta strada da fare in Sudan

Mauro Brugnara*, 24 marzo 2007

“C’è ancora molta strada da fare prima che le Nazioni Unite e il governo sudanese risolvano le loro divergenze sulla situazione in Darfur”. Questo è stato il desolante responso di Jean-Marie Guéhenno, sottosegretario per le operazioni di peace-keeping Onu, circa gli sforzi per accelerare il dispiegamento di una forza ibrida (Onu-Unione Africana) di peacekeeping nella regione del Darfur.

Infatti, a seguito dello scambio epistolare tra il Segretario Onu Ban e il Presidente sudanese Al Bashir, in cui il primo sollecitava il secondo ad adempiere agli impegni assunti in merito, si sono registrate ancora “differenze strategiche fondamentali”. Intanto le razzie e gli attacchi contro le popolazioni civili continuano; secondo fonti della missione Onu in Sudan (Unmis), vi sarebbero stati ulteriori attacchi nel villaggio di el-Genuina, nel nord del Darfur occidentale e se ne attendono altri nelle zone circostanti. Inoltre il protrarsi delle ostilità tra il governo sudanese, le milizie alleate (i temutissimi Janjaweed) e le forze ribelli, rischiano di sconfinare nei vicini Ciad e Repubblica Centro Africana (Car).

A tale proposito il sottosegretario Onu per gli affari umanitari John Holmes si appresta a partire per una missione di due settimane che lo porterà in Sudan, Ciad e Car. “Crediamo che un processo politico sia importante, ma questo necessita di essere supportato da una solida presenza di peace-keeping; l’uno senza l‘altra non sarebbe sostenibile” ha dichiarato Guéhenno in una conferenza stampa. A tal proposito Ban Ki-moon ha espresso frustrazione e rammarico per le numerose riserve sollevate da Al Bashir a proposito di tale dispiegamento su cui vi era un accordo di principio lo scorso autunno.

Nel frattempo le Nazioni Unite stanno discutendo con le autorità governative del Ciad sulla necessità di una forza di peace-keeping separata da impiegare proprio in quel paese, al fine di evitare che il già precario governo del presidente Deby venga ulteriormente destabilizzato. Deby sarebbe favorevole per una forza Onu, però di polizia, mentre a New York si lavora per il dispiegamento di 11mila soldati; su queste basi anche l’accordo con il governo di N’djamena appare lontano.

Nel suo rapporto mensile sulla situazione in Darfur presso il Consiglio di Sicurezza, Ban Ki-moon ha espresso preoccupazione per i numerosi attacchi portati dalle forze sudanesi supportate dalle milizie armate contro le forze ribelli non firmatarie dell’accordo di pace, siglato il 5 maggio 2006. In particolare preoccupano i raid aerei contro obiettivi anche civili, i persistenti attacchi e saccheggi perpetuati contro le popolazioni locali e le organizzazioni umanitarie, fra cui anche il personale delle missioni sotto egida dell’Unione Africana (Amis) e delle Nazioni Unite (Unmis). Scontri fra le forze sudanesi affiancate dalle milizie alleate e i gruppi ribelli del Fronte di Liberazione Nazionale (Nrf) sono stati registrati soprattutto nel nord e nel sud della regione; gli attacchi hanno causato la reazione del Nrf (formato da 19 fazioni) contro numerose postazioni governative, incluse anche le installazioni petrolifere di Abu Jabre.

Le azioni combinate terra-aria da parte di Khartoum hanno seminato il panico tra la popolazione civile, già duramente provata da un conflitto che in poco più di tre anni ha provocato oltre 200mila vittime e più di due milioni di profughi. Lo scorso 18 novembre le truppe sudanesi e le milizie a loro fedeli hanno attaccato il villaggio di Buli, nel Darfur occidentale, radendolo praticamente al suolo e provocando la morte di decine di civili e la fuga di migliaia di persone. L’eccidio di Buli è stato uno dei più brutali dopo la firma del trattato di pace, in quanto il villaggio ospitava più di diecimila profughi.

Un altro episodio gravissimo è accaduto lo scorso 9 dicembre quando i Janjaweed (le terribili milizie filogovernative a cavallo) hanno attaccato un convoglio umanitario nell’area di Sirba, sempre nel Darfur Occidentale. Il convoglio, che trasportava generi alimentari e medicinali, è stato centrato da un razzo, mentre i superstiti venivano finiti a colpi di arma da fuoco. Trentuno civili inclusi cinque insegnanti hanno perso la vita durante l’attacco.

Il 25 novembre gruppi armati hanno attraversato il confine con il Ciad prendendo anche la città di Abéché, nel Ciad orientale. Tuttavia le forze regolari hanno respinto oltre il confine i gruppi ribelli riprendendo la città. L’incidente è accaduto all’indomani del summit tenutosi a Tripoli il 21 novembre tra Sudan e Ciad sotto la mediazione della Libia, che ha visto la partecipazione anche di Egitto, Eritrea e Repubblica Centrale Africana. Il Ciad, che da sempre accusa Khartoum di volere destabilizzare la propria politica interna, ha dichiarato lo stato di guerra, di fatto decretando il fallimento di ogni sforzo esterno di mediazione.

Ma gli attacchi continuano anche contro le organizzazioni umanitarie. Secondo fonti delle Nazioni Unite, più di 24 convogli umanitari sono stati oggetto di razzie negli ultimi mesi ad opera sia dei gruppi ribelli che delle milizie filogovernative. Inoltre si è verificato un deplorevole incidente lo scorso 19 gennaio a Nyala, quando la polizia locale ha fatto irruzione in un campo allestito da organizzazioni non governative, arrestando 20 membri dello staff delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana. Secondo l’Onu il proprio personale è stato oggetto di maltrattamenti e una donna ha subito abusi sessuali durante il periodo di detenzione.

Anche il World Food Program ha subito attacchi e saccheggi durante distribuzioni di viveri, sebbene programmate e autorizzate dalle autorità locali, mentre il numero degli attacchi contro il personale della missione dell’Unione Africana sarebbe addirittura cresciuto negli ultimi tre mesi. Inoltre gli episodi di violenza all’interno dei campi allestiti per i profughi non cessano, aumentando il numero di coloro che sono costretti ad abbandonare le proprie case e terre perché alla ricerca di zone più sicure. Le donne sono fatte oggetto di stupri e violenze dai componenti delle diverse fazioni armate. Inconseguenza a tutto ciò si susseguono veri e propri esodi di persone in fuga dalla spirale di violenza.

Le autorità sudanesi continuano a ostacolare i funzionari delle Nazioni Unite, limitandone la libertà di movimento nel paese, in violazione degli accordi siglati a Khartoum con le stesse Nazioni Unite. Il clima di insicurezza diffusa ha rallentato il flusso degli aiuti umanitari durante i mesi di novembre e dicembre. Solo due strade sono state certificate come sicure dall’Onu nel Darfur occidentale; considerata off limit anche l’arteria commerciale di Abu Surug-Geneina e la strada per Um Kehr, vitali per quella regione. Più di 400 membri del personale umanitario presente sono stati riallocati a causa della insicurezza delle zone in cui operavano. Sono state più di 28 le riallocazioni dalla sigla dell’accordo di pace del 5 maggio 2006, mentre il numero delle persone che necessita di assistenza umanitaria è salito a quattro milioni, quasi i due terzi dell’intera popolazione del Darfur. Inoltre il 20 novembre le autorità del Darfur del sud hanno espulso i membri del Consiglio per i rifugiati norvegese, assestando un duro colpo alle intere politiche di assistenza umanitaria nel sud del Darfur.

Come risultato di questo clima di violenza e insicurezza il 70 per cento della popolazione del Darfur colpita dalla guerra dipende ora dagli aiuti esterni. Nonostante alcuni progressi fatti registrare durante le consultazioni sul Darfur il 16 novembre, presiedute dall’allora segretario Onu Annan e dal responsabile dell’Unione Africana Konarè, come la creazione di una seconda camera della Commissione per il cessate il fuoco, la reticenza degli ultimi tempi del governo sudanese rischia di pregiudicare i progressi fin qui fatti.

Chiara è la necessità di progredire nel processo politico della risoluzione della crisi, in particolare nel dialogo interno tra le diverse parti presenti nel Darfur. Il dialogo Darfur-Darfur, se rafforzato e condotto interamente sotto l’ombrello delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, potrebbe risultare determinante per la piena implementazione dell’accordo di pace. A tal fine è stata prevista una forma di cooperazione rafforzata fra l’inviato speciale per il Darfur delle Nazioni Unite, ovvero l’ex ministro degli Esteri svedese ed ex presidente dell’Assemblea generale Onu Eliasson e l’inviato dell’Unione Africana Salim.

Eliasson in persona si è recato a Khartoum per parlare con Al Bashir, ribadendo la necessità di diminuire l’intensità del livello di insicurezza nella regione affinché venisse ripreso efficacemente il processo politico. Bashir si è dimostrato possibilista, salvo poi avanzare numerose riserve sul dispiegamento della forza ibrida nel suo recente scambio epistolare con l’attuale segretario Onu Ban Ki-Moon. Intanto le fazioni che rifiutarono di firmare l’accordo di pace si sono riunite alla fine di dicembre per fondersi in un solo movimento e hanno dichiarato la cessazione delle ostilità e l’intenzione di rispettare le condizioni del cessate il fuoco, se non attaccate raggiunte a N’Djamena. Tuttavia l’area di Birmaza in cui si erano riunite, nel nord del Darfur, è stata bombardata solo due giorni dopo il loro meeting, riaprendo di fatto le ostilità.

Intanto il previsto appoggio in tre fasi delle Nazioni Unite alla missione Amis dell’Unione Africana procede al rilento. Il piano prevede una prima fase cosiddetta “light” di appoggio alle forze di polizia Amis già dispiegate sul campo, in termini di personale ed equipaggiamento; una seconda “heavy package”, che prevede il dispiegamento di 2.250 militari di supporto alle forze Amis in relazione all’implementazione degli obiettivi fissati dagli accordi di pace del 5 maggio 2006, oltre ad ulteriore equipaggiamento, incluso il dispiegamento di tre unità complete di polizia.

Tale sforzo verrà finalizzato al raggiungimento degli obiettivi di Amis, ovvero: proteggere i civili e il personale delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana; mantenere una presenza h24 nei campi per i rifugiati; proteggere gli stock di generi di necessità; azioni efficaci di pattugliamento e prevenzione della diffusione delle mine di terra. La terza fase è rappresentata dal dispiegamento della forza ibrida Onu-Unione Africana, di cui rimane da definire la consistenza, la struttura di comando e il sistema di finanziamento.

Per rendere operativo tale piano è in funzione da dicembre un comitato tripartito con i rappresentanti del governo sudanese, dell’Onu e dell’Unione Africana. Al momento attuale si è ancora fermi alla fase uno, mentre Ban Ki-moon sta esercitando pressioni per ottenere dall’Assemblea Generale i 287,9 milioni di dollari necessari per la fase due. Nel frattempo è di fondamentale importanza che tutti i partners mantengano i finanziamenti per la missione dell’Unione Africana.

Infatti l’escalation di violenza nella regione ha portato al limite le capacità operative di Amis. L’estensione temporale del mandato di tale forza necessita di nuovi fondi, risorse umane ed equipaggiamento; in particolare del dispiegamento di due battaglioni, così come già concordato. Un’altra priorità è rappresentata dal disarmo delle milizie. A tal fine l’istituzione della seconda camera della Commissione per il cessate il fuoco potrebbe costituire un passo importante per il dialogo tra le fazioni in lotta. Contemporaneamente Ban ha dichiarato che devono cessare gli attacchi delle forze governative, soprattutto i bombardamenti aerei contro obiettivi civili, così come le razzie e i saccheggi contro il personale umanitario schierato sul campo.

Il governo del Sudan deve cessare la politica di ambiguità nei confronti del piano Onu-Unione Africana; non può più essere tollerabile l’atteggiamento di Bashir che a parole si dichiara favorevole all’implementazione delle tre fasi, salvo poi ostacolare la pratica realizzazione di quanto concordato. Un atteggiamento chiaramente volto a guadagnare tempo al fine di creare tensioni tra le parti in campo. Tensioni già presenti per i fisiologici problemi di una missione di peace-keeping, ovvero catena di comando, mandato (con relative regole di ingaggio), meccanismo di finanziamento e non ultimo il supporto politico a monte dell’operazione.

Fino a che tali problemi non verranno risolti, si rischia una escalation di instabilità nella regione, con la possibilità di alimentare ulteriormente le fila del terrorismo internazionale. Tuttavia l’intreccio di interessi stranieri, petrolio, instabilità politica, rivalità tribali e radicalismo islamico sta aprendo in Africa un nuovo bacino di reclutamento per il jihad internazionale. Un’ulteriore minaccia per la Comunità internazionale, solo episodicamente conscia e attiva nel Continente nero.

(*) Con la collaborazione di Andrea Angeli da New York

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