Anno 2007

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Parisi e il Soft Power, l’Italia affronta la guerra di quarta generazione

Claudio Buzzi, 3 dicembre 2007

Il termine Soft Power, coniato all’inizio degli anni Novanta da Joseph Nye, sta vivendo un momento di gloria e le idee ad esso associate vengono sempre più spesso proposte quali alternativa a strategie più invasive basate sull’utilizzo di quello che viene chiamato Hard Power, riguardante non solo la sfera militare ma anche quella economica e più in generale gli aspetti quantitativi di un confronto politico. Riassumendo, si tratta di far valere quell’insieme di aspetti immateriali, quali cultura, valori e strutture politiche che possono agire su un piano che, nella teoria della Fourth generation warfare (4GW), viene chiamato il piano morale della guerra. Di Soft Power, e dell’importanza della sua corretta valorizzazione ha recentemente parlato anche il segretario alla Difesa americano Robert Gates in un discorso tenuto alla Kansas University il 26 novembre 2007, che segna più di una svolta nella politica del Pentagono.

Il riferimento fatto alla teoria 4GW non costituisce una forzatura. Al contrario, è molto utile per inquadrare, da un punto di vista teorico e dottrinale, uno degli interventi più importanti, e per certi versi sorprendenti, tra quelli che hanno avuto luogo al convegno del Centro alti studi per la lotta al terrorismo e alla violenza politica (Ce.A.S.): il discorso tenuto dal ministro della Difesa Arturo Parisi.

L’intervento del ministro, pubblicato anche su PdD, contiene spunti assai interessanti che meritano di essere approfonditi. Il tema svolto, andando decisamente oltre le idee di Nye, rappresenta un’analisi delle sfide poste alla sicurezza mondiale, effettuata attraverso strumenti interpretativi specifici: le teorie sull’evoluzione della guerra nell’età contemporanea elaborate da alcuni tra i teorici più originali e brillanti, soprattutto Martin Van Creveld, docente di storia militare all’università di Gerusalemme.

Per la prima volta un importante esponente istituzionale italiano spinge la propria analisi nel terreno di quella che alcuni studiosi hanno chiamato Fourth Generation Warfare (4GW) aprendo la discussione su aspetti della politica estera e militare che, se da un lato permettono un approccio meno militarista all’impiego delle forze armate italiane, dall’altro spingono all’approfondimento di aspetti delle contemporanee operazioni che potrebbero avere implicazioni molto vaste. Il ministro sembra sposare il nucleo centrale dell’impostazione di quarta generazione quando, applicando i concetti più generali di Soft Power alla guerra, sottolinea la fondamentale importanza del livello morale dello scontro.

L’intervento del Ministro Parisi sembra recepire le posizioni espresse dal professore israeliano nelle sue opere più importanti ‘The Rise and Decline of the State’ (sintesi in ‘The Fate of the State’) e ‘The Transformation of War’ (sintesi in Through a Glass, Darkly). I riferimenti allo ‘Stato westfaliano’, l’associazione tra monopolio dell’uso della forza e Stato moderno e il riferimento alle guerre di religione lasciano pochi dubbi sull’impianto teorico di riferimento. In realtà manca solo il riferimento al superamento della trinitarietà clausewitziana della guerra per fare del discorso di Parisi un vero tributo al professore di Gerusalemme.

Se l’intervento del ministro della Difesa rappresenta una interessante novità nel panorama italiano, sdoganando la discussione su questi argomenti dalle segrete stanze dei teorici e degli studiosi e offrendola al dibattito politico, ben difficilmente esso potrebbe essere considerato dirompente in un panorama mondiale. Le teorie richiamate nell’intervento di Parisi sono, infatti, ampiamente discusse da ormai quasi vent’anni e i militari di tutto il mondo sono alle prese quotidianamente con la loro interpretazione pratica.

Per questi motivi si può cercare, sfruttando questa preziosa occasione, di spingere la discussione oltre gli aspetti teorici toccati dal ministro cercando di valutare come il riconoscimento di queste realtà possa impattare sul nostro Paese, sulla sua politica estera e militare, sui suoi militari e più in generale sulla nostra società. In Italia, infatti, per innumerevoli ragioni che non è il caso di analizzare, una discussione aperta su cosa sia la guerra moderna, cosa comporti, come vada fronteggiata e preparata, è sempre stata sostanzialmente impossibile, sostituita da sterili richiami retorici a un pacifismo ideologico da un lato e a una cieca fedeltà alla Nato dall’altro.

Diversamente dal contesto italiano, le criticità poste dal manifestarsi di minacce di quarta generazione, di cui il terrorismo globale jihadista rappresenta un esempio classico, sono state molto approfondite e stanno emergendo i primi concreti tentativi di mettere a punto risposte operative. Se le teorie del professor Van Creveld hanno infiammato il dibattito a livello teorico, che è evoluto fino alle teorie di John Robb sui gruppi ‘superempowered’, gli approfondimenti e le proposte di coloro che la guerra moderna la hanno vissuta sulla propria pelle, come il dott. Dave Kilcullen, hanno già avuto un impatto pratico sulle operazioni in corso.

Uscendo dalla teoria, quando provassimo a valutare la pratica dell’utilizzo del Soft Power, anche solo limitandosi alla sfera politica, si potrebbero intravedere subito alcune criticità nel caso italiano e, più in generale, occidentale. Proporre ‘cultura’ non è bene accetto a nessuno in un mondo popolato da attori di quarta generazione. Le entità di quarta generazione sanno benissimo che la loro essenza è eminentemente culturale. Il potente ricorso alla cultura, nel senso più vasto del termine che va dalla religione alle tradizioni etnico tribali fino alla capacità comunicativa, rappresenta il vero propellente degli attori 4GW. Ma se questo è vero, altrettanto vero è il progressivo indebolimento dello Stato, inteso in senso occidentale, a gestire una azione culturale efficace anche all’interno dei propri confini. Basta ricordare i problemi di integrazione dell’immigrazione in tutti i paesi occidentali. La tendenza verso una forma di Stato sempre meno ‘padre’, e sempre più semplice ‘arbitro’, rende in realtà molto discutibile l’idea di una reale capacità di gestire il Soft Power.

Al impiego efficace del Soft Power si oppongono barriere fortissime quando il confronto riguarda attori appartenenti a civiltà diverse. Basta pensare a quanta strada sia ancora da fare in alcune zone del sud dell’Italia per affermare la superiorità dello Stato per cominciare ad avere dei dubbi. Se fosse così facile affrontare gli aspetti ‘soft’ di un potere rimane da chiedersi perché queste teorie non vengano impiegate immediatamente per disarticolare i poteri che controllano alcune zone del nostro paese. Se dopo decenni di Stato democratico facciamo fatica in alcune zone del nostro paese cosa ci si può aspettare per l’evoluzione dell’Afghanistan? In realtà solo all’interno di ben precisi confini culturali è immaginabile una azione di Soft Power. Un esempio potrebbe essere rappresentato dalla diffusione della ideologia wahabita, un aspetto decisamente soft, supportato dai petrodollari, l’aspetto decisamente hard, da parte dell’Arabia Saudita nel contesto della sua strategia di contenimento dell’Iran khomeinista.

Nel mondo solo forme di stato assai invasive si stanno dimostrando capaci di affrontare le minacce di quarta generazione e di porre sfide dello stesso tipo. Facciamo due esempi rapidi: l’utilizzo degli aspetti etnici da parte della Russia per intromettersi nella politica degli Stati confinanti oppure l’utilizzo della appartenenza sciita da parte dell’Iran. Sotto un altro angolo di visuale si potrebbe al contrario sostenere che proprio queste forme di Stato stanno dimostrando una capacità di utilizzo di Hard Power molto sofisticato grazie al controllo ferreo sulle loro società, come testimonia l’impressionante penetrazione cinese in Africa. Nessun Soft Power in questo caso, ma al contrario un utilizzo privo di scrupoli delle potenzialità economiche, Hard Power per eccellenza.

Il termine Soft Power potrebbe anche portare a fraintendimenti quando venisse inquadrato in un contesto teorico e dottrinale come quello presentato da Parisi. Infatti, se da un lato per ragioni di politica interna del tutto evidenti la critica all’eccessivo ricorso al hard power risulta pagante, l’estensione dello scontro anche ad aspetti diversi dall’impiego delle forze armate rende inevitabilmente molto sfocata la differenza tra pace e guerra. Non sono più solo gli aspetti di carattere specificamente militare a essere rilevanti in termini di scontro, ma anche aspetti assai diversi e, per tornare agli aspetti politici più squisitamente italiani, decisamente molto sensibili. Un esempio: in chiave 4GW la gestione evidentemente strumentale dell’immigrazione clandestina effettuata dal regime libico è chiaramente interpretabile come una minaccia.

Molto probabilmente il problema è più sentito nel mondo occidentale, che ha elaborato una concezione della guerra strettamente legata all’impiego della forza militare. Nella cultura orientale la differenza tra pace e guerra è molto stemperata in una più complessiva concezione di scontro che abbraccia l’insieme dei piani su cui avviene un confronto. Opere come l’ormai famosissimo ‘Unrestricted Warfare’ (PDF, 399KB) sono figlie di una cultura della guerra che ha le sue radici in Sun-Tzu.

Ma se tutto questo che indirettamente viene postulato dalla teoria richiamata da Parisi è vero, allora il dibattito sull’attualità dell’Art. 11 della Costituzione diventa esplosivo. Se non si può più distinguere la guerra dalla pace che cosa esattamente si ripudia? Quando un intervento umanitario può costituire il veicolo per una azione culturale rimane una azione di pace? Scendere nell’arena dello scontro di quarta generazione significa anche accettare il tramonto di facili schematismi, significa accettare l’idea di una inevitabile tendenza all’entropia nello sviluppo della politica internazionale.

Nel corso del suo intervento il ministro Parisi ha esplicitamente richiamato l’importanza di garantire un futuro allo Stato moderno e ha sottolineato il progressivo affermarsi di minacce non statuali. Anche questo aspetto si presta a una valutazione - sotto una luce diversa dal consueto - di una delle operazioni attualmente in corso: la missione in Libano. Questo intervento, condotto in ambito Onu, potrebbe infatti anche prestarsi a una interpretazione diversa, quando si valutasse il suo impatto in funzione di supporto alla rinascita di uno Stato contro una minaccia non statuale quale è Hizballah. In sostanza, non ci troveremmo di fronte ad una missione di peace-keeping bensì a una manovra offensiva di un gruppo di Stati contro un antistato. Ma se questo fosse il caso, bisognerebbe ammettere che si tratta di una delle offensive peggio organizzate e concepite della storia. Non dal punto di vista militare, che in questa ottica è del tutto secondario, bensì dal lato strategico e politico: una debolezza che potrebbe riflettersi sui militari.

Scendendo a un piano più operativo, l’uso del Soft Power richiede in modo esplicito il ricorso all’insieme degli strumenti disponibili per affrontare una minaccia. Sono stati citati i limiti evidenti delle operazioni ‘cinetiche’ lasciando supporre la preminenza del complesso delle attività svolte in teatro rispetto al banale ‘body count’. Anche in questo caso vale la pena di sottolineare alcuni aspetti di criticità, primo fra tutti il rapporto assai complesso tra strumento militare e organizzazioni non governative. Queste organizzazioni potrebbero costituire infatti un importante asset a disposizione degli strateghi ma la loro riluttanza ad accettare uno stretto coordinamento con le decisioni politiche e militari fa ricadere tutto il peso dell’attività Cimic (Civil-military co-operation) sui militari. Ma essi non saranno mai in grado di ottenere lo stesso tipo di rapporto con la popolazione civile e di veicolare gli stessi messaggi.

Un altro aspetto potenzialmente dirompente dell’intervento di Parisi riguarda le cosiddette Information Operations. Il ministro cita quello che nel resto del mondo è ormai dato per assodato, ossia la necessità di operazioni di questo tipo a livello strategico. Non è il caso di entrare nei dettagli di operazioni di questo tipo e sulla delicatezza del tema per un Paese come il nostro dove l’informazione è oggetto di battaglie quotidiane. Tuttavia, pur ammettendo che anche in questo caso il ministro non afferma nulla di assolutamente nuovo, se si pensa a come vengono coperte le attuali operazioni in corso, qualche dubbio nasce spontaneo sul grado di effettiva realizzabilità di queste idee anche nei loro aspetti più semplici.

Quando viene sottolineata l’importanza della cosiddetta ‘cultural awareness’, ossia dell’insieme di conoscenze di carattere storico, culturale, economico e antropologico relative a una zona di previsto impiego, il ministro affronta uno dei temi che proprio in questo periodo viene dibattuto come testimoniato anche su PdD. Da questo punto di vista sarebbe auspicabile un forte supporto del mondo universitario alle operazioni in corso, ma si potrebbe anche andare oltre. Kilcullen ha recentemente suggerito, riferendosi alla situazione statunitense, la creazione di una struttura informativa che riprenda lo schema di quello che fu l’Office for Strategic Services (Oss) che diversamente dalla Cia attuale era sostanzialmente composto da personale civile non professionista. Infatti, quando le informazioni che contano non sono strettamente militari e le fonti raramente sono classificate, i civili potrebbero riversare le loro esperienze peculiari e formare un quadro informativo d’insieme assai più credibile e a un costo inferiore. In Italia questo potrebbe riguardare anche l’impiego di personale immigrato e la preparazione dello stesso per supportare in loco le nostre operazioni. Ma in un Paese dove i servizi informativi sono oggetto di discussioni infinite parrebbe che anche questa strada sia da scartarsi a priori.

Sempre parlando di una ipotetica armonizzazione degli strumenti alla nuova realtà, qualche riflessione si potrebbe fare anche circa il rapporto esistente tra minacce 4GW ed esercito professionale. Come già abbondantemente chiarito, confrontare il nuovo tipo di minacce richiederà una sempre maggiore integrazione tra mondo civile e mondo militare. In chiave difensiva non vi è dubbio ormai che strutture fortemente legate al territorio diano risultati migliori. L’esercito professionale più forte del mondo è stato facilmente surclassato, in termini di efficacia, dalle milizie tribali irachene quando si è trattato di dare la caccia ad Al-Qaeda in Iraq. Ma a questo punto nasce il dubbio: in caso di minaccia 4GW interna a un paese occidentale quale sarebbero gli strumenti più adatti? Forse non le milizie di quartiere ma certamente l’esercito di leva avrebbe capacità più adatte all’interazione con la popolazione. E se volessimo poi parlare in chiave offensiva, le capacità e le sensibilità della società civile che l’esercito di leva automaticamente assorbiva non si rivelerebbero utili sul campo? Certo, il ritorno alla leva non è che una provocazione ma una rivisitazione dell’attuale impiego della riserva potrebbe essere esplorato.

Sempre pensando alle operazioni in corso e all’importanza di non disperdere le preziose conoscenze pratiche e culturali ricavate col passare del tempo, potrebbe anche valutarsi l’idea di formare centri specificamente destinati alla preparazione delle unità e dei loro quadri che andranno a dispiegarsi sul terreno. Ossia costituire quei preziosi bacini di conoscenze che tanto hanno aiutato l’esercito inglese a svolgere con successo le sue operazioni contro-insurrezionali. La durata di queste operazioni sarà sicuramente ancora lunga e la cosa potrebbe avere un senso.

Come si può vedere, gli spunti che fornisce il discorso del ministro sono molti. E’ importante sottolineare la novità di un ministro della Difesa italiano che si espone a discussioni di questo tenore, tuttavia la gravità della crisi della politica italiana, ormai bloccata nel discutere qualsiasi argomento esuli da se stessa, rischia di rendere tutto ciò niente di più di una preziosa boccata di ossigeno prima di tornare a sprofondare.

Leggi anche:
New Paradigms for 21st Century Conflict, di David J. Kilcullen;
US Army, antropologia in soccorso alla counterinsurgency, di Claudio Buzzi.

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