Anno 2007

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Siria, tra l’accordo con Israele e la fedeltà all’Iran

Gabriele Cazzulini, 30 luglio 2007

Bashar al-Assad rieletto presidente della Siria col 97 per cento dei voti. Accadeva due mesi fa, dopo un referendum in cui il presidente uscente era anche l’unico candidato. Ma la notizia emerge in superficie solo due giorni dopo il giuramento di Assad, quando Ahmadinejad arriva in visita a Damasco. Il protocollo non cambia: esattamente due giorni dopo la vittoria di Ahmadinejad nel 2005 Assad volò a Teheran. Non cambia neppure la sostanza politica: l’incontro con Nasrallah (Hezbollah), Meshaal (Hamas) e Shalah (Jihad Islamica) accompagnato dalle consuete dichiarazioni-fotocopia sul sostegno alla resistenza libanese e ai movimenti palestinesi.

Esemplare dimostrazione del teorema sulla corrispondenza biunivoca tra Damasco e Teheran. Ma dall’oscurità mediatica al posto al sole il passaggio è un lampo. Questa volta Ahmadinejad inaugura il secondo mandato di Assad con un’offerta pesante: un miliardo di dollari in sofisticati armamenti russi, tra cui aerei Mig-31, Sukhoi-24 e tanks T-72, e l’assistenza tecnica nella realizzazione di impianti nucleari e chimici sul suolo siriano. Qualora la proposta fosse seguita da una stretta di mano tra i due presidenti, il teorema sul patto di ferro tra Siria e Iran produrrebbe la conseguenza logica di un nuovo conflitto mediorientale.

La Siria ha invitato i suoi cittadini a lasciare il Libano entro il 15 luglio e ha trasferito i suoi archivi dalla capitale; truppe siriane stanno scavando trincee e costruendo bunker sul confine libanese; un eminente figura del partito Baath prefigura una guerriglia nel Golan se la regione non sarà evacuata dall’esercito israeliano entro settembre; Hezbollah si prepara a un colpo di stato per formare un governo separatista nel sud e nella valle della Bekaa, dove sta già predisponendo installazioni militari; proseguono le violazioni dell’embargo di armi al confine tra Libano e Siria; è confermato l’ingresso di truppe siriane che stanno occupando il quattro per cento del territorio libanese. La stampa mediorientale tambureggia un ritmo incessante di notizie che acquistano un ordine soltanto se disposte sullo spartito di un nuovo conflitto contro Israele.

Se una guerra è funzione del suo grado di programmazione, allora da quest’angolatura le chances di un nuovo conflitto contro Israele sono alte. Ma le incognite aumentano calcolando il numero dei belligeranti. Se il bersaglio è chiaramente Israele, non è altrettanto automatico individuare i suoi aggressori. Da un attacco della Siria fino al coinvolgimento dell’Iran passando per l’inserimento di Hezbollah e Hamas, gli scenari che si dischiudono sono notevoli e differenziati – anche perché più sale il numero dei belligeranti, più diversificata sarà la reazione israeliana. Questo però riduce le chances di conflitto limitato come l’incursione estiva di Israele contro Hezbollah.

In Medioriente il reticolo di influenze reciproche tra i centri di potere si è così infittito da produrre in un sistema dove una crisi locale attiva una reazione a catena che coinvolge l’intero sistema. E’ una specie di strategia della tensione applicata ai rapporti tra gli stati. Una sola detonazione può infiammare l’aria satura di conflitto. Pertanto un attacco siriano su Israele sarebbe accompagnato da un qualche tipo di attività di Hezbollah che a sua volta, in parallelo alla reazione israeliana, potrebbe tirare in ballo anche l’Iran. Più la lama dell’analisi seziona le ipotesi, più la prossima guerra mediorientale si rivela un sisma regionale con epicentro Israele. Il realismo di questo scenario non deve però indurre a fissare l’orologio in attesa di sentire sparare i primi colpi. L’innesco di questo nuovo conflitto generale continua a mancare – oppure a non funzionare.

Quando il conflitto può essere questione di giorni oppure di anni significa che il passaggio dalla potenza all’atto è interrotto. Manca appunto la scintilla, oppure la scintilla non accende il fuoco. Succede ad esempio in Libano. Sono in molti a credere che il filo d’Arianna intinto nel sangue degli attentati contro i deputati della maggioranza e del conflitto nei campi dei profughi palestinesi conduca direttamente alla Siria. Amputare la maggioranza per farla diventare minoranza e aprire una nuova fonte di instabilità interna che possibilmente sia anche un fronte di guerra. Se questo disegno fosse reale, la realtà sarebbe il suo fallimento. Lo stesso vale per Hamas a Gaza. L’espulsione di Fatah avrebbe dovuto seguire un periodo di turbolenze contro Israele. Invece Gaza è stata sigillata ermeticamente in un sottovuoto politico che, se non può rimuovere Hamas, sta senza dubbio neutralizzando le sue pulsioni anti-israeliane. Quindi possono verificarsi tentativi di forzare la mano alla storia e risolvere i problemi con le armi. Ma finora sono tentativi inefficaci – anche perché Israele sta dimostrando più ricettività per la diplomazia che non per la forza.

Israele, appunto. Se la fisica non è un’opinione, la generosa offerta di Ahmadinejad è tesa a controbilanciare un movimento in senso opposto: quello dell’offerta di una pace separata con Israele. Non si tratta di fantascienza, ma del secondo tempo di un’intensa stagione di negoziati che si arenarono nel 2000. Fu la pretesa siriana di ottenere da Israele, oltre al totale ritiro dal Golan, anche una microscopica porzione della riva orientale del Mare di Galilea, occupato da Israele nella prima guerra arabo-israeliana del ’48-’49, a mandare il dialogo in corto circuito. A giugno l’inviato Onu Michael Williams ha rilevato la riapertura dell’iniziativa di pace da parte del ministro degli Esteri di Damasco Walid al-Moallem e del vice presidente della Repubblica Faouk al-Sharaa.

Anche Bashar al-Ja’afari, ambasciatore siriano all’Onu, ha confermato la disponibilità del suo paese. Infine la conferma arriva dalla voce di Assad appena rieletto. E’ la suprema autorità che propone la pace. Ecco allora che l’offerta iraniana aumenta ulteriormente il suo valore. Ma il canale del dialogo è esposto a due fonti d’interferenza che ostacolano la sua efficacia. In primo luogo occorre un mediatore che finora non è stato capace di traghettare il negoziato senza venire travolto dalle correnti dei veti e della sfiducia. La ripresa delle trattative è stata concertata tra il premier turco Erdogan, il favorito dalla Siria, il presidente della Camera dei rappresentanti americana, Nancy Pelosi, il primo speaker americano a visitare Damasco, e le diplomazie europee. Ora entra in gioco anche l’Onu. Ecco il secondo fattore di disturbo: le chances di successo di questo brokeraggio dipendono dalle due parti, perché Siria e Israele non hanno ancora capito se aprire negoziati ufficiali oppure rimanere nell’ombra senza assumere nessun impegno, ma neppure senza sopportare pressioni.

La scelta tra underground e conferenza di pace non è un’opzione secondaria, perché i primi contatti dopo il naufragio del 2000 sono stati riattivati proprio sfruttando due outsider. L’ex direttore generale del ministero degli Esteri israeliano (ed ex leader del partito laburista) Alon Liel aveva di fronte a sé il business-man siro-americano Ibrahim Soliman, amico di gioventù di Hafez al-Assad. I loro incontri si dipanarono per tre anni e mezzo in otto incontri, condensandosi in una bozza di accordo che però non fu accettata da Assad. È stato comunque il necessario rodaggio per sondare le reali intenzioni di entrambi i negoziatori; una simulazione per prevedere le mosse future. Anche il neo-presidente e premio Nobel per la pace Shimon Peres, appena entrato in carica, sta premendo per l’apertura di trattative ufficiali con Damasco. Paradossalmente Siria e Israele concordano sulla sostanza, Golan in cambio di stabilità, ma non ancora sulla modalità per sancire questo patto.

Da mesi i profeti della guerra sfornano un interminabile vaticinio di catastrofi bibliche. La prossima guerra mediorientale sembra come la pioggia appesa a un cielo plumbeo: a parte qualche tuono i rumori di guerra sono impercettibili. Israele resta attanagliata nella morsa congiunta di Iran, Siria, Hamas e Hezbollah. Niente di nuovo. La novità è invece la crescente predisposizione al confronto tra Siria ed Israele. Nelle parole di Ibrahim Soliman l’accordo era completo all’85 per cento. Non contano i numeri, quanto il termine “accordo”, che non è sinonimo di pace, né di tregua. L’appetibilità di questo accordo è la sua capacità di risolvere la questione del Golan senza spingere la Siria verso una pace che imporrebbe la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Israele – ergo il suo riconoscimento. Insomma l’accordo alleggerisce la tensione senza legare le mani a Damasco e a Tel Aviv. Per Israele spingere Damasco a dare l’addio a Teheran vale bene dare l’addio al Golan. Perciò l’Iran sta calando i suoi assi per dissuadere la Siria dal defilarsi nella strategia della tensione anti-israeliana. Anche Israele può averlo capito.

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