Anno 2007

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La via italiana al peacekeeping

Filiberto Cecchi, 17 settembre 2007

Articolo segnalatoci dalla direzione di Limes online. Volentieri lo ripubblichiamo.

Da tempo, in Italia e all’Estero, si discute di una certa ‘via italiana’ al peacekeeping, di un metodo che funziona, di un sistema spesso additato come esempio che crea consenso attorno alla figura dei nostri militari, e viene da chiedersi da cosa esso derivi e cosa significhi.

Si tratta, come alcuni sostengono non senza una punta di ironia, di un approccio legato allo stereotipo del soldato italiano ‘buono’, spesso usato in tono paternalistico, se non più malignamente come sinonimo di scarsa combattività e arrendevolezza? Oppure il termine peacekeeping ha per noi un’accezione diversa? Esiste una metodologia di operare poco conosciuta al resto del mondo? Siamo di fronte a un particolare tipo di addestramento?

Per rispondere a queste domande è necessario analizzare non tanto i manuali che descrivono tattiche particolari quanto la radice storica, sociologica e antropologica del peacekeeping e della società che gli fa da sfondo. In un’epoca come la nostra, dove i conflitti si manifestano come un fenomeno diverso per natura ed estensione rispetto al passato, queste domande dal sapore vagamente alchemico necessitano infatti di qualche riflessione.

“Il fine principale delle Nazioni Unite - recita l’art.1 della Carta di S.Francisco - è quello di mantenere la pace e la sicurezza internazionale con efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione…”. Il Consiglio di Sicurezza può decidere quali misure debbano essere adottate per dare effetto alle sue decisioni. Come si precisa negli art. 41 e 42, se esso ritiene che le misure adottate o da adottare senza uso della forza - quali la rottura dei rapporti diplomatici e l’interruzione delle relazioni economiche - siano o sarebbero inadeguate, può intraprendere, con forze aeree, navali e terrestri, ogni azione necessaria per mantenere o stabilire la sicurezza internazionale.

In altre parole, l'Organizzazione si erge a giudice e garante della applicazione del diritto nella prevenzione dei conflitti. I fatti dimostrano che le Nazioni Unite sono da sempre impegnate a favorire lo sviluppo del diritto internazionale umanitario, vale a dire la parte preponderante del diritto bellico che ha come scopo principale quello di limitare l'impiego della forza nei conflitti armati e la protezione dei non combattenti e dei civili.

L’Italia, in ossequio all’Art. 11 della Costituzione, in questo ha assunto un ruolo da protagonista, reso credibile anche dai pregressi successi ottenuti sul campo nelle innumerevoli missioni in supporto della Pace, grazie a capacità e sensibilità particolari. L’approccio italiano, storicamente portato alla comunicazione interculturale, si differenzia da tutte le forme di imperialismo morale o di superiorità. Apprendimento e comunicazione sono fasi di un processo finalizzato all’incontro con quell’irriducibile alterità sostenuta dagli stessi estremisti islamici e ha come fine la trasformazione di generiche enunciazioni in atti concreti.

I soldati italiani ricercano il contatto con le popolazioni locali, spesso esponendosi a rischi apparentemente maggiori rispetto ai colleghi delle altre nazioni.

Apparentemente, perché l’accettazione dell’alterità semplicemente come ‘altro da me’ che è un passaggio imprescindibile per la riuscita del processo comunicativo, si fonda sullo scambio continuo di informazioni con l’esterno e implica conoscenza e fiducia reciproche. Può sembrare banale, ma come ci si può fidare di chi non si conosce? Come possiamo pensare di liberare e di sostenere la ricostruzione di un popolo oppresso se non lo comprendiamo, se non ne conosciamo i valori e i simboli, se non rimuoviamo la sua percezione di essere di nuovo oppresso, questa volta da un esercito straniero occupante?

Quando questo flusso comunicativo e conoscitivo viene a mancare o è disturbato da preconcetti, i comportamenti e gli apprendimenti risultano inadeguati al contesto in cui si opera e sono forieri di pericoli ancora maggiori. Curare il sistema invece del sintomo, l’incontro anziché lo scontro: è questo a rendere efficace quel peacekeeping cui ci riferiamo, quello che investe nella dimensione rappresentata dalla vita sociale. Tutto ciò dipende in grandissima misura dal modo in cui i soldati, la società e i mass media di cui sono espressione, danno significato a questa attività.

La nostra storia ci ha fatto provare l’umiltà e l’ amarezza della sconfitta e della dittatura. Noi italiani sappiamo bene cosa significhi subire l’occupazione straniera e la povertà. E’ la nostra storia ad averci lasciato in eredità quella capacità unica e preziosa di unire il conosciuto con lo sconosciuto, di riconoscere ciò che è diverso da noi, di comprenderlo e, rispettandone la diversità, di accettarlo.

I soldati italiani sono consapevoli che l’intervento militare e quello umanitario non possono prescindere l’uno dall’altro e danno costante prova di saper utilizzare l’uno e l’altro con decisione, determinazione ed equilibrio. Il retroterra culturale che possiedono è un efficace strumento per dare un’impronta peculiare e indispensabile al loro modo di agire.

La nostra tradizione culturale e militare del resto è sempre stata imperniata su quella pìetas, il cui significato ha consolidato in noi tanto una forte identità di patria quanto la capacità di comprendere e partecipare emotivamente al dolore di un popolo diverso dal nostro. Il ministro Parisi ha sottolineato di recente, intervenendo alla presentazione del libro “Nassiriya la vera storia”, quanto il rispetto sia elemento caratterizzante delle missioni italiane all’estero. Ha altresì rimarcato l’importanza del consenso delle popolazioni locali per conseguire i migliori risultati nell’ambito delle operazioni di peacekeeping.

E ha aggiunto che il rispetto è un tratto riconoscibile in tutti i comandanti che si sono avvicendati nell’operazione ‘Antica Babilonia’ in Iraq. Lo stesso governatore di Nassiriya, Aziz al-Oghely, intervenuto alla presentazione del volume, ci ha tenuto a sottolineare che “la peculiarità di voi italiani e la chiave di successo dei nostri ottimi rapporti sta principalmente nel vostro atteggiamento di rispetto nei nostri confronti”. Ha aggiunto “Molti ci chiedono perchè il rapporto con gli italiani è diverso. Io rispondo: perché l’italiano rispetta l’altro e quindi ha il nostro rispetto”.

Questo è un riconoscimento importante che evidenzia l’importanza, avulsa da inutili retoriche, di una convivenza di culture e tradizioni piuttosto che di uno scontro di civiltà, di una supposta superiorità dell’Occidente rispetto all’Islam. Il terrorismo, citando appunto Huntington, si alimenta delle fratture fra Islam e Occidente.

Ritengo di poter affermare che oggi, considerate le dimensioni del fenomeno, il conflitto sia ‘nel’ mondo e non ‘fra’ mondi e che solo con la capacità di mantenere la pace si può tracciare la via alla sopravvivenza e alla tutela della vita umana. Nel caso dell’approccio italiano si può parlare di “antropologia del peacekeeeping”, prendendo in prestito un concetto elaborato da un noto sociologo inglese.

Nell’ultimo scorcio del Novecento, infatti, la natura dei conflitti è profondamente mutata, come è mutata la percezione del nemico. Nelle nuove forme di conflitto l’avversario, l’altro, è individuato su base etnica o religiosa e la sua identità è delineata in opposizione alla mia identità. Ciò ha comportato l’individuazione di un nuovo tipo di nemico: si combatte contro dittatori o gruppi violenti non contro uno Stato, il cui popolo spesso non è di per sé ostile, ma è la prima vittima e chiede di essere aiutato.

La filosofia che guida gli interventi italiani si basa dunque essenzialmente sulla “conquista dei cuori e delle menti”, unita a una gestione oculata della forza militare. Un approccio, è bene ricordarlo, che non affranca i nostri soldati da potenziali rischi ma, anzi, talvolta ne aumenta l’esposizione a minacce occasionali di varia natura. Esso tuttavia – come le esperienze nostre ed altrui insegnano – è un modello comportamentale assai efficace, in grado di garantire l’indispensabile quadro generale di operatività e di sicurezza ai Contingenti nazionali. A riprova di quanto sostengo, è sufficiente chiedersi che tipo di impatto possano avere sulla popolazione migliaia di soldati perennemente chiusi nelle loro basi e che tipo di utilità ai fini dell’assolvimento del compito/mandato assegnato al Contingente.

Le cronache di recenti conflitti ci ricordano di soldati rintanati nei loro bozzoli d’acciaio e nelle loro basi impenetrabili. Si sentivano più protetti. In realtà ciechi e immobilizzati dalla mancanza di spazio e visibilità, troppo tardi scoprivano che tutto il resto del territorio apparteneva al nemico che, di fatto, li aveva confinati in quel luogo. Il perimetro difensivo diveniva il limite invalicabile tra il raggio d’azione del contingente e quello degli altri, così ciò che credevano il loro rifugio in realtà era la loro trappola.

Da tutto ciò si comprende che senza osmosi con la popolazione i soldati trincerati nei loro acquartieramenti diventavano solo degli inutili e facili bersagli. Alieni da quella stessa realtà che dovrebbero aiutare, con la loro distanza, non hanno alcuna possibilità di comprensione e d’intervento. Crescendo la distanza cresce parimenti la diffidenza e con essa il supporto al nemico. Ciò che nell’immediato può apparire come soluzione più sicura finisce per essere la principale debolezza.

È giusto quindi rendere merito alla ‘via italiana’, che rappresenta agli occhi della comunità internazionale un sistema che funziona, frutto non di buonismo italico, ma di substrato culturale, di duro e continuo addestramento, di esperienza, di sensibilità e di professionalità del personale militare a tutti i livelli.

È giusto manifestare orgoglio per i nostri ragazzi, senza tuttavia dimenticare che questo approccio italiano al peacekeeping, chiave del successo nelle missioni a cui partecipiamo, non può prescindere dalla consapevolezza dei disagi e dei pericoli cui essi sono esposti.

Orgoglio e consapevolezza che devono permeare l’intera società nazionale – mondo politico, istituzioni, mass-media, singoli cittadini – e che devono esprimersi in sostegno, solidarietà e consenso nei confronti dei comandanti e dei gregari che con determinazione, passione e coraggio affrontano quotidianamente le sfide connesse con l’assolvimento delle missioni che il nostro Paese affida loro.

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