Anno 2007

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Centroasia e il grande gioco dell’energia

Giuseppe Croce, 7 dicembre 2007

(ANSA) - MOSCA, 4 DIC - Accordo tra Ucraina e Gazprom sull'aumento del costo del gas russo a Kiev: nel 2008 pagherà 179,5 dollari per mille metri cubi. Nei giorni scorsi era stato ventilato un incremento a 160 dollari, ma sull'ulteriore rialzo ha pesato il recente aumento del costo del gas fornito dal Turkmenistan a Mosca, da 100 a 130 dollari nel primo semestre del 2008 per salire poi a 150 nel secondo semestre. Kiev ha elevato la tassa di transito a 1,7 dollari per 1000 metri cubi di gas ogni 100 km.

Siamo alle solite: torna l’inverno e si riapre (e puntualmente si richiude) la questione russo-ucraina sul gas russo in transito da Kiev in direzione Europa occidentale. Se n’è parlato a lungo l’anno scorso su tutte le testate giornalistiche italiane a causa del serio e fondato rischio di rimanere a secco di gas per la stagione fredda. Di buono c’è che quest’anno la questione si è chiusa senza grossi problemi, segno che il braccio di ferro andato in scena 12 mesi fa non era assolutamente un gioco alla pari tra la Russia e l’Ucraina: al contrario la Russia è il giocatore forte, che può ricattare senza grossi problemi gli ucraini che non producono neanche un metro cubo di gas naturale, ne consumano un bel po’ a causa del clima non proprio mite e possono basare la trattativa esclusivamente sul fatto che attraverso il territorio ucraino transita gran parte del gas diretto ai clienti buoni, cioè gli europei. E si ripropone anche il gioco di prestigio che già l’anno scorso aveva permesso di trovare la soluzione al problema.

Così scrivevamo 11 mesi orsono (La guerra del gas tra Russia e Ucraina) per descrivere la situazione: “L’accordo raggiunto è abbastanza macchinoso, ma ciò è stato necessario per ottenere un compromesso accettabile per entrambi gli attori. È stata costituita una joint venture, denominata Rosukrenergo, tra GazpromBank (società che distribuisce tramite la controllata GazpromExport il gas russo) e Raiffeisenbank (l’equivalente ucraina che detiene Naftogaz). Tale società acquisterà gas da Gazprom al prezzo di 230 dollari per mille per metri cubi e lo rivenderà all’Ucraina al prezzo di 95 dollari. L’enorme differenza sarà coperta tramite l’acquisto di gas a bassissimo prezzo (ma per forniture molto più consistenti) da paesi dell’Asia centrale, principalmente il Turkmenistan. Il gas turkmeno costituirà la parte preponderante del ‘paniere’ dei rifornimenti ucraini, addolcendo il prezzo finale pagato da Naftogaz per rifornire l’Ucraina. I diritti di passaggio che Gazprom paga al governo ucraino, infine, salgono da 1.09 a 1,60 dollari per mille metri cubi”.

Il nuovo accordo, quindi, consiste in un semplice aggiornamento dei prezzi pagati da Mosca a Ashgabat per il gas turkmeno, da cui derivano a cascata i 179,5 dollari pagati da Kiev a Gazprom e la ‘carota’ dell’aumento dei costi di passaggio attraverso il territorio ucraino lievitati di appena dieci centesimi di dollaro per mille metri cubi. Ben poco rispetto alla bastonata. La vera novità, infatti, non sta nei rapporti tra Russia e Ucraina, bensì in quelli tra Russia e Turkmenistan. A dire il vero, già a metà dell’anno scorso c’era stato un aumento nel prezzo del gas turkmeno ma i prezzi attuali sono lo specchio di una politica energetica molto diversa da quella messa in campo fino a poco tempo fa dal governo di Ashgabat. Una politica, per la precisione, che si avvia verso l’indipendenza dopo quasi 60 anni di servitù assoluta nei confronti dell’Urss, prima, della Federazione Russa, poi.

È del 15 novembre, infatti, la notizia che il Turkmenistan ha aperto le porte a oltre 500 investitori esteri e ministri dell’Energia di mezzo mondo in una conferenza durata sette giorni: un vero e proprio tour per gli investitori istituzionali del mercato dell’energia, organizzata al fine di mandare il messaggio, chiarissimo, che il gas turkmeno lo si può comprare anche senza l’intermediazione di Gazprom. E di gas, in Turkmenistan, ce n’è davvero molto, anche se nessuno sa dire esattamente quanto. Le notizie a riguardo sono, infatti, volutamente fumose: alcuni sono pronti a giurare che le riserve turkmene siano le più grosse del mondo, i più cauti scommettono per un secondo o terzo posto del podio. In ogni caso si tratta di un attore del calibro di Iran, Russia e Kazakhstan. Mica male.

Un attore, non va dimenticato, governato tra l’altro da un dittatore ‘all’antica’. Se fino a qualche mese fa era ancora in vita la “buon’anima” di Saparmurat Niyazov, un dittatore sanguinario e megalomane (tra le sue chicche, giusto per descrivere il personaggio, il progetto di piantumare una foresta di cedri estesa mille chilometri quadrati tutto intorno alla capitale, oltre alla statua alta trenta metri costruita nella piazza principale di Ashgabat in oro massiccio raffigurante la sua persona e che gira seguendo il sole: una finezza degna di Stalin), adesso le redini del potere sono passate al suo delfino. Un uomo dal nome praticamente impronunciabile per noi europei, Kurbanguly Berdymukhamedov, che si sta dimostrando degno erede del suo predecessore.

Il nuovo dittatore sta proseguendo l’ultima politica di Niyazov, tentando di sganciarsi dal controllo russo. Il metodo è semplice. Se gli europei vogliono il gas turkmeno hanno due modi per ottenerlo: o se lo fanno portare da Gazprom, via Ucraina, a prezzi sempre più alti, o mettono mano al portafogli e costruiscono un bel gasdotto per venirselo a prendere di persona e senza intermediari. Casualmente, il 30 novembre scorso Eni ha lanciato un’offerta amichevole di acquisto del 100% della britannica Burren che, guarda caso, ha buone concessioni per l’estrazione di gas naturale in Turkmenistan. Costo dell’operazione: 2,426 miliardi di euro.

Portare gas dall’Asia centrale all’Europa occidentale by-passando la Russia e l’Ucraina, però, non è cosa semplice ed economica e richiede investimenti a lungo termine imponenti. Per rimediare al problema c’è già un’ipotesi sul tappeto. Il 5 dicembre, infatti, l’ungherese Mol ha fatto una proposta assai interessante proponendo una joint venture tra i maggiori gestori dei gasdotti dell’Europa centrale e sudorientale. Nel comunicato stampa che annuncia la proposta si legge esplicitamente che tale accordo faciliterebbe la raccolta di finanziamenti per la costruzione del gasdotto Nabucco, che dovrebbe collegare i gasdotti iraniani, uzbeki e turkmeni all’Austria passando da Turchia e Balcani. Nella joint venture dovrebbero entrare Slovenia, Croazia, Bosnia-Herzegovina, Serbia, Romania, Bulgaria e Austria. Come al solito, nel mercato dell’energia, nulla è casuale.

Ma la cosa più interessante, da qualche anno a questa parte, è che quando si parla di energia anche nelle politiche degli Stati nulla è lasciato al caso. I più smaliziati osservatori di cose internazionali, che alla vigilia del 2008 ancora non hanno dimenticato i meccanismi della Realpolitik, non possono esimersi dal fare ‘illazioni’ sulla questione energetica centroasiatica, la politica estera russa, lo scudo antimissile statunitense, la questione del nucleare iraniano e il recente dossier dei servizi segreti Usa sulle reali intenzioni di Teheran.

L’Asia centrale, ormai è chiaro, è il futuro dell’economia mondiale grazie alle risorse energetiche di Iran, Kazalhstan, Turkmenistan e Russia. Si tratta principalmente di gas naturale, particolarmente appetito da Usa, Ue, Cina e India. L’area appena delimitata, fatta eccezione per l’Iran, è stata per decenni sotto il rigido controllo dell’Unione Sovietica. In seguito alla caduta dell’impero comunista vi è stato uno sbandamento momentaneo che ha permesso alla Nato di insediarsi nell’Europa dell’Est e alla Ue di inglobare parte dei paesi dell’ormai defunto Patto di Varsavia. La Russia, inizialmente, è rimasta a guardare a causa della sua oggettiva debolezza ma più recentemente, con l’epoca Putin, ha cercato di riprendere in mano la situazione anche se parte dei buoi era già uscita dalla stalla. I buoi rimasti dentro, però, erano fortunatamente i migliori: quelli centro-asiatici, che aspettano ancora di trovare il miglior offerente prima di vendersi al mercato della globalizzazione.

Nel frattempo, tuttavia, la presenza occidentale nell’ex dominio sovietico si è concretizzata nel modo peggiore possibile per Mosca: basi Nato e progetto Scudo Spaziale. Il secondo, per fortuna dei russi, è ancora tutto in divenire. Fatto sta che la politica statunitense nel cortile russo è sempre più aggressiva e se Washington pesta i piedi a Mosca, Mosca ricambia il favore. Non c’è, ad esempio, nessun motivo logico per cui la Russia dovrebbe appoggiare, a pochi chilometri dalle sue frontiere, il programma nucleare di uno Stato come l’Iran che non solo è suo concorrente diretto nel mercato del gas, ma è anche dotato di vettori missilistici abbastanza moderni (Shaab 3 e 4). L’unico vero motivo, o almeno l’unico realmente credibile, è ‘gestire’ la questione iraniana per renderla una spina nel fianco degli Usa e dei loro alleati.

Da notare che, se la Russia rinunciasse definitivamente ad appoggiare il programma nucleare iraniano, soltanto la Cina avrebbe interesse e capacità tecniche per subentrare come partner. Ma Pechino si guarda bene dal farlo, limitandosi all’appoggio politico in sede di Consiglio di Sicurezza Onu. In questo scenario si aggiungono le future e quasi contemporanee elezioni presidenziali negli Stati Uniti e in Russia e ciò aggiunge due enormi elementi di fluidità alla situazione: qualunque sia la fine che farà l’Iran, essa verrà decisa dai successori di Bush e Putin.

Non è strana, quindi, la recente ‘sfiducia’ dei servizi segreti americani nei confronti del presidente: i rapporti tra Bush e i servizi sono freddi sin dal 11 settembre 2001 e sono peggiorati notevolmente quando Bush ha ‘interpretato’ le indicazioni degli 007 in merito alla questione irachena. Il fatto che Bush abbia dichiarato di essere venuto a conoscenza del rapporto sull’Iran solo una settimana prima che esso venisse reso pubblico, poi, ha realmente del ridicolo e del grottesco: i briefing mattutini dei servizi segreti alla sala ovale non sono certamente un’invenzione dei film.

La verità è che Bush farebbe bene, come l’atteggiamento di cauta osservazione dei servizi segreti suggerirebbe, a congelare la questione iraniana per farla sbrigare al suo successore, il quale non potrà che affrontarla da pari a pari con il successore di Putin tenendo in considerazione che non si può entrare a casa degli altri senza bussare e pretendendo per giunta di dettare legge. Nel frattempo, però, le grandi manovre dei paesi centro-asiatici non si fermano e il nuovo ‘grande gioco’ procede con attori che giorno dopo giorno si mostrano tutt’altro che sottomessi alle grandi potenze. L’impressione che avevamo fino all’anno scorso che Gazprom fosse in grado di controllare fermamente i paesi produttori di gas, infatti, comincia a non sembrare più così scontata.

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