Anno 2007

Cerca in PdD


I rapporti Usa-Iran dopo il National Intelligence Estimate della Cia

Pier Francesco Galgani, 6 dicembre 2007

Il 2 dicembre è stato reso noto l’ultimo aggiornamento del National Intelligence Estimate (Nie), un documento frutto delle valutazioni di intelligence raccolte dalle 16 agenzie di spionaggio statunitensi fino al 31 ottobre di quest’anno. Secondo gli estensori del rapporto, l’Iran avrebbe sospeso la realizzazione di armamenti nucleari da fine 2003 e il loro processo di sviluppo non sarebbe stato ripreso almeno fino alla metà di quest’anno.

Non solo, Teheran "sarebbe meno determinata a sviluppare ordigni atomici" di quanto l'amministrazione Bush abbia sostenuto negli ultimi due anni anche se "terrebbe aperta l’opzione e non vi siano dati certi se al momento intenda perseguirla […] potrebbe comunque dotarsi dell'arma nucleare tra il 2010 e il 2015”.

Le conclusioni del Nie appaiono quindi molto meno allarmistiche di quanto non faccia pensare l’intensa propaganda della Casa Bianca contro l’eventualità di una atomica iraniana. Ma la risposta del governo al rapporto è stata molto meno accomodante. Il consigliere nazionale per la sicurezza Stephen Hadley ha sostenuto che le pressioni della Casa Bianca per l’isolamento internazionale dell’Iran non possono essere attenuate e le valutazioni del Nie sono utili solo per dimostrare la bontà del corso diplomatico scelto dagli Usa. Il rischio di proliferazione nucleare iraniana rimane.

L’ostilità della Casa Bianca verso Teheran appare in contraddizione evidente con quanto sostenuto dalle valutazioni di intelligence della stessa amministrazione. L’attuale posizione della comunità dei servizi segreti rappresenta un sostanziale passo avanti rispetto al recente passato. Sono ormai definitivamente alle spalle i tempi in cui un direttore della Cia come George Tenet aspirava più a compiacere le posizioni dell’attuale presidente che a svolgere con competenza e indipendenza dalla politica i suoi compiti (si veda l’esempio delle armi di distruzione di massa irachene mai trovate e sulle quali sono state fondate molte valutazioni di intelligence e decisioni dell’attuale amministrazione).

Tutto ciò non spiega però il permanere dell’inflessibile atteggiamento presidenziale verso l’Iran. Le ragioni di tale posizione sono diverse. In primo luogo, l’attuale leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad, con le sue roboanti polemiche contro l’esistenza di Israele e l’Occidente, non appare l’interlocutore migliore per nessuna amministrazione americana, tantomeno per l’attuale.

Del resto, gli Usa non sono del tutto estranei al suo trionfo elettorale del 2005. La scelta di Bush, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 2002, di inserire l’Iran nel novero dei Paesi parte dell’Asse del male, e la crescente ostilità della sua amministrazione verso Teheran sono stati elementi decisivi per un graduale irrigidimento delle posizioni iraniane e per la sostituzione del moderato Mohammad Khatami con un estremista come Mahmoud Ahmadinejad.

Con il predecessore di George W. Bush, Bill Clinton, pur in assenza di rapporti diplomatici ufficiali, interrotti dopo la rivoluzione komeinista del 1979 e la crisi degli ostaggi americani, i rapporti erano gradualmente migliorati. La Casa Bianca clintoniana aveva adottato una politica di doppio contenimento verso l’Iraq e l’Iran, ma non erano mancati indizi di un possibile disgelo tra Washington e Teheran. Anzi l’elezione di Khatami nel 1997 aveva fatto sperare in una qualche forma di riavvicinamento tra i due Paesi.

La fluidità negli interscambi politici bilaterali era continuata anche con Bush jr: quando vi furono gli attacchi dell’11 settembre l’Iran si offrì di aiutare gli Usa nella lotta al terrorismo di al-Qaeda (temuto anche dalla dirigenza iraniana) e la Casa Bianca non rifiutò il suo contributo.

Non solo, nell’aprile 2003, quando il presidente aveva già pronunciato il discorso sull’Asse del male e gli scenari internazionali erano dominati dalla guerra all’Iraq, la dirigenza iraniana propose agli Stati Uniti un accordo di natura generale per addivenire a un vero e proprio modus vivendi. Nella proposta si prevedeva la piena cooperazione iraniana sui programmi nucleari, il riconoscimento di Israele e la fine del sostegno a gruppi palestinesi militanti come Hamas, ma le autorità americane rifiutarono di darvi seguito. Il rigetto statunitense di simili profferte di collaborazione, la sempre più ampia propaganda contro l’Iran e l’allarmismo sulle sue risorse nucleari sono dovute a due motivi essenziali.

In primo luogo, in modo analogo alla politica della Gran Bretagna verso il continente europeo nel XIX secolo, gli Stati Uniti non intendono permettere a nessuna potenza regionale che non sia la loro di assumere un ruolo predominante in Medio Oriente. Con le guerra in Afghanistan e in Iraq, gli Usa hanno tolto di mezzo ogni possibile pretendente locale e non possono permettere all’Iran di assurgere a tale ruolo egemonico.

In secondo luogo, il rapporto tra Iran e Israele e i suoi riflessi sulla politica estera americana. Non c’è dubbio che le relazioni tra Teheran e Tel Aviv siano molto tese e l’ostilità tra i due Paesi è evidente. Tuttavia, se l’Iran è un nemico per Israele e viceversa, non vi è alcun motivo plausibile perché il primo sia considerato anche un nemico di Washington. L’eventuale atomica iraniana non potrà mai danneggiare Washington, a differenza di Gerusalemme o Tel Aviv.

A determinare tale trasposizione di ostilità hanno contribuito sia alcuni politici israeliani - come l’ex primo ministro Benjamin Netanyahu che ancora all’inizio dell’anno sosteneva la necessità di convincere gli Usa che l’Iran era un problema anche americano e non solo israeliano - sia quella corrente politica e di pensiero statunitense che due studiosi come John Mearsheimer e Stephen Walt hanno definito “Israel lobby”, in un loro libro tanto fortunato quanto accolto da numerose polemiche. Questo gruppo di pressione, di cui fanno parte anche molti esponenti neo-conservatori dell’attuale amministrazione americana, si è adoperato per orientare la politica estera statunitense in direzione filo-israeliana ed è all’origine dell’attuale rigidità di atteggiamenti di Washington verso l’Iran.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM