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| Anno 2007 | |
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Il petrolio è un elemento prezioso per ogni società moderna, ma è anche una risorsa naturale che spesso porta con sé molti guai. Poiché oggi tale fonte di energia inizia a scarseggiare, persino la sola ipotesi della sua esistenza può creare attriti pericolosi nei rapporti fra Stati. Una situazione simile si presenta attualmente a Cipro dove, a partire dal 15 febbraio 2007, è stato indetto un bando per la concessione di licenze per la ricerca di petrolio nel fondale marino. I problemi sorgono dalle obiezioni della Turchia, paese aspirante all’adesione alla Unione Europea, che mira ad avere una parte delle eventuali ricchezze del Mediterraneo orientale, senza particolare riguardo per il diritto internazionale.
Tutto ciò si collega con la questione cipriota, che esiste come problema internazionale sin dagli anni Cinquanta. In breve, Ankara non riconosce la Repubblica di Cipro (membro dell’Onu e della UE) e continua a occupare militarmente la parte nord dell’isola, appoggiando la cosiddetta ‘Repubblica Turca di Cipro del Nord’ (entità statale che esiste de facto dal 1983, ma che è riconosciuta oggi solo dalla Turchia). Nella presente circostanza, così, Ankara sostiene che anche i turco-ciprioti dovrebbero avere parte del petrolio, mettendo in dubbio il diritto della Repubblica di Cipro a procedere a ricerche petrolifere. In risposta alla determinazione mostrata dal presidente cipriota Tassos Papadopoulos a difendere i diritti legittimi del proprio Stato, il ministro per l’Energia turco Hilmi Guler ha dichiarato che anche la Turchia effettuerà ricerche per petrolio e gas naturale nel Mediterraneo orientale, non escludendo ricerche anche in Egeo. L’ultimo riferimento non è stato casuale e riporta in mente la più vasta controversia greco-turca per la delimitazione della piattaforma continentale del Mar Egeo: un’altra disputa che rimane aperta sino ai nostri giorni e che bisogna ricordare per capire meglio la pericolosità dell’atteggiamento turco. La disputa per la delimitazione della piattaforma continentale del Mar Egeo ebbe inizio nel 1973, in seguito alla scoperta di idrocarburi nella zona dell’isola greca di Thassos (circa 15mila barili al giorno, provenienti da due piattaforme di nome Prinos I e Prinos II). Ankara decise di procedere a ricerche, coprendo anche zone dell’Egeo nelle quali la Grecia aveva concesso licenze e considerava parte della sua piattaforma continentale. La controversia non fu risolta subito. Al contrario, la tensione fra Atene e Ankara si inasprì in seguito alla invasione turca di Cipro nell’estate del 1974, che portò alla divisione dell’isola. Dopo la caduta dei Colonnelli in Grecia (luglio 1974), il governo democratico di Costantino Karamanlis decise di risolvere pacificamente la crisi, lasciando all’Onu il compito di cercare una soluzione al problema cipriota e proponendo alla Turchia il ricorso alla Corte internazionale di giustizia per la delimitazione della piattaforma continentale. Il governo turco respinse l’idea del ricorso, chiedendo un negoziato bilaterale e rivendicando diritti sulla metà dell’Egeo che, secondo i turchi, non poteva essere solo “un lago greco”. A sostegno di tale posizione, i turchi allargarono la disputa ad altri temi. Ankara rivendicò il controllo dell’aviazione civile dell’Egeo orientale, concesso dall’Icao ad Atene sin dagli anni Cinquanta, mettendo in dubbio la legittimità del limite delle dieci miglia di spazio aereo greco, in vigore fin dal 1936. Il governo turco contestò pure il diritto greco all’estensione delle acque territoriali greche sino a 12 miglia, stabilito in sede Onu dal trattato di Montego Bay per il Diritto Mare del 1982 (non firmato dalla Turchia). Dopo la crisi di Imia del 1996, la Turchia avanzò la teoria delle ‘zone grigie’ nell’Egeo, secondo la quale ogni isolotto o scoglio presente in tale arcipelago, che non fosse espressamente attribuito dai trattati internazionali alla Grecia, appartiene alla Turchia quale erede dell’Impero Ottomano. Dopo l’occupazione di Cipro, le mosse turche in Egeo furono interpretate dai greci come una richiesta di un ‘Lebens Raum’ in Egeo e per estensione nel Mediterraneo orientale. Nessun governo ellenico avrebbe potuto accettare l’inclusione delle isole greche in una piattaforma continentale controllata dalla Turchia. Per tale motivo, il dialogo tra le due parti fu molto difficile e non mancarono anche pericolosi momenti di crisi, due in particolare assai gravi. Nel 1976 la nave turca Hora procedette a ricerche sismiche (necessarie per l’individuazione di giacimenti petroliferi) a ovest dell’isola greca di Lesbo. Undici anni dopo, nel 1987, la stessa nave (ribattezzata Sismik) comparve nelle acque dell’Egeo, accompagnata da naviglio militare turco. In ambedue i casi la crisi si risolse grazie all’intervento esterno. Nell’agosto 1976, il presidente del Consiglio dei ministri europeo, l’olandese Max van der Stoel, si recò ad Atene e convinse Karamanlis a non attuare la minaccia di affondare la nave turca per non compromettere la prospettiva europea del Paese. Nel marzo 1987 il primo ministro greco Andreas Papandreou mostrò maggiore risoluzione e gli americani esercitarono pressioni su Ankara, così che le navi turche non entrarono nelle acque territoriali della Grecia. A ciascuna crisi fece sempre seguito una pressione esterna, americana ed europea, per esortare le parti al dialogo al fine di ricercare una risoluzione della disputa dell’Egeo. Il dialogo si verificò senza reale prospettiva di risoluzione dei problemi, portando comunque a un impegno di moratoria di ricerche per il petrolio in Egeo. Uno scenario simile si sviluppò all’inizio del 1996 durante la crisi degli isolotti Imia (Kardak in turco), due grandi scogli situati tra le coste dell’Asia Minore e l’isola di Calimnos. Forse in modo non del tutto fortuito, la nave mercantile turca Figen Akad si trovò incagliata nelle acque basse di quelle rocce gemelle. La guardia costiera greca corse velocemente in soccorso ma, appena arrivata in loco, il capitano della nave rifiutò l’aiuto, sostenendo che gli isolotti appartenevano alla Turchia. In un primo momento, greci e turchi collaborarono e portarono in salvo la nave. Subito dopo, però, il ministero degli Esteri turco appoggiò ufficialmente la posizione del capitano e presto la situazione degenerò, coinvolgendo pure i privati cittadini e i media di ambedue le parti. Atene ricordò ad Ankara l’esistenza di accordi internazionali che espressamente le attribuiscono gli isolotti: gli accordi italo-turchi del 1932 e il trattato di Pace con l’Italia del 1947, con il quale tutto il Dodecanneso italiano fu riconosciuto alla Grecia. Il governo ellenico cercò di difendere anche militarmente il proprio territorio. Il 31 gennaio i due Paesi si trovarono ancora una volta a un passo dalla guerra. Su richiesta del primo ministro greco Costas Simitis, il sottosegretario di Stato americano Richard Holbrooke intervenne nella crisi riuscendo a trovare un compromesso. Nessuna delle due parti avrebbe potuto svolgere attività economica o esercitare controllo politico sugli isolotti (presenza di bandiera o di esercito nazionali). Nello stesso momento la Turchia allargava la disputa con la summenzionata teoria delle ‘zone grigie’ e non a caso. Secondo il Diritto del mare, infatti, anche gli isolotti hanno una propria piattaforma continentale. Il riconoscimento di un certo numero di essi come turchi offrirebbe alla Turchia più ampi diritti in Egeo. Quindi anche la crisi del 1996 era collegata alla probabile presenza di ricchezze petrolifere nel Mediterraneo orientale. Il coinvolgimento delle istituzioni internazionali, in particolare l’Unione Europea, fu importante. Nel contesto della prospettiva europea della Turchia, l’Ue mostrò un atteggiamento mirante non solo alla prevenzione delle crisi, ma anche alla risoluzione della disputa greco-turca nell’Egeo. Gli organi dell’Unione ricordarono alla Turchia che ogni Paese candidato all’adesione doveva rispettare i trattati internazionali, arrivando sino a fissare un meccanismo di risoluzione della disputa dell’Egeo. Sotto la spinta della diplomazia greca, il Consiglio Europeo di Helsinki (10-11 dicembre 1999) esortò la Turchia a fare ogni possibile sforzo per la risoluzione di controversie di frontiera. Qualora ciò non fosse possibile tramite negoziati diretti, si doveva sottoporre la questione al giudizio alla Corte internazionale entro la fine del 2004. Grecia e Turchia proseguirono a questo dialogo, ma fino a oggi non è stato mai possibile trovare un accordo su un compromesso, necessario per il ricorso all’Aia. A questo punto possiamo riprendere l’esame del nuovo contenzioso per il petrolio di Cipro. Le radici di tale questione risalgono a quattro anni fa. Più precisamente, essa nacque il 17 febbraio 2003, quando il legittimo governo di Cipro firmò con l’Egitto un accordo per la definizione dei limiti delle rispettive Zone economiche esclusive (Zee), in piena applicazione delle più moderne interpretazioni in tema di Diritto del mare. La Repubblica di Cipro si assicurò in questo modo i diritti esclusivi di sfruttamento in una zona che arriva a 177 miglia a sud-ovest delle sue coste. Sullo stesso modello, Nicosia intraprese negoziati per la conclusione di un simile accordo con Beirut, commissionando parallelamente a una società norvegese il compito di attuare ricerche sismiche nella sua zona esclusiva verso l’Egitto. La Turchia non reagì finché i risultati delle ricerche non diedero un risultato promettente, rivelando la probabile esistenza di otto miliardi barili di petrolio, di un valore stimato a 450 miliardi di dollari. La posizione di Ankara si è ulteriormente irrigidita dopo la conclusione dell’intesa per la definizione della Zee tra Cipro e Libano, concluso il 17 gennaio 2007. Tale accordo ha, infatti, aperto la strada per l’erogazione di licenze per ricerche petrolifere da parte di Cipro su una più vasta area del Mediterraneo orientale. Sulla base degli studi di una società norvegese, il 15 febbraio Nicosia ha avviato una procedura di concorso per erogazione di permessi a grandi compagnie petrolifere. Tre giorni dopo la firma dell’ultimo accordo, il ministero degli Esteri turco ha contestato all’Egitto e al Libano la conclusione di accordi con “l’amministrazione greco-cipriota che non rappresenta tutta la popolazione di Cipro”. Secondo Ankara, i due Paesi dovrebbero considerare che esiste anche una parte turca di Cipro e perciò dovrebbero astenersi da atti che potrebbero ledere il tentativo di risoluzione della questione cipriota. Subito dopo circolò la notizia di manovre della Marina turca a nord di Cipro, peraltro smentite da Ankara. Si trattava probabilmente di una mossa del cosiddetto ‘Stato profondo’ turco, vale a dire dell’apparato militare di Ankara, intesa ad intimidire Nicosia. Il presidente Tassos Papadopoulos difese invece il diritto sovrano della Repubblica di Cipro a firmare trattati internazionali, sostenendo che le risorse naturali appartengono allo Stato e non a un particolare gruppo o comunità. Una volta risolta la questione cipriota, disse il presidente, anche i turco-ciprioti potranno beneficiare delle risorse dello Stato. Al momento, tuttavia, il governo di Nicosia non può discutere formule di distribuzione del petrolio. Dalla posizione di Papadopoulos si intravede la volontà non solo di resistere alle pressioni di Ankara, ma anche di offrire ai turco-ciprioti un ulteriore incentivo per il loro ritorno allo Stato comune (l’altro è la loro automatica adesione nell’UE). Come risposta, abbiamo avuto le dichiarazioni del ministro dell’Energia turco per parallele ricerche della Compagnia Petrolifera della Turchia (Tpao). Tutto ciò riporta alla memoria lo scenario delle crisi precedenti, secondo una pratica ben nota, utile sul piano interno in vista delle imminenti elezioni in Turchia, ma anche per esercitare pressioni su Atene affinché possa dissuadere Nicosia dall’effettuare le ricerche. In assenza di un accordo, l’obiettivo sembra essere anche questa volta una moratoria e il clima di tensione serve a tale fine. Le moratorie però, per definizione, non eliminano i problemi. In ogni modo, questa volta un’escalation è ritenuta poco probabile per dell’ambizione turca a far parte dell’Europa. Senza dubbio, anche la Turchia dovrà avere una parte dalle ricchezze mediterranee, come del resto tutti gli altri Paesi rivieraschi. Per la definizione dei rispettivi diritti è però necessario il rispetto delle regole internazionali, condizione ovvia per ogni Stato europeo. La Grecia è ancora convinta che, nel contesto della prospettiva europea, Ankara cambierà atteggiamento e si renderà disponibile a un accordo di compromesso per Cipro e l’Egeo. Nel caso del petrolio, il Diritto del mare offre le regole di riferimento per la determinazione dei rispettivi diritti, in modo che tutti possano beneficiare in maniera equa delle risorse naturali, che oggi rimangono inutilizzate a causa dei problemi politici. Se la Turchia vuole veramente diventare un Paese europeo, deve riconoscere tale dato di fatto. L’Unione Europea, da parte sua, deve ricordare costantemente ad Ankara le regole del gioco. Solo così l’intervento esterno può essere provvidenziale per la risoluzione finale delle dispute greco-turche, le quali in ultima istanza sono anche problematiche euro-turche.
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