Anno 2007

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Perché ho scritto un libro sul maresciallo d’Italia Giovanni Messe

Luigi Emilio Longo, 17 aprile 2007

Tra coloro che hanno letto la biografia relativa al maresciallo Messe, della quale ho il privilegio di essere l’autore, non sono pochi quelli che mi hanno chiesto quali fossero state le motivazioni per le quali il mio interesse si fosse rivolto a un personaggio di indubbio interesse sotto l’aspetto storico-militare, ma nel contempo anche protagonista di vicende di carattere politico a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta. Sono lieto di poter rispondere alla domanda, approfittando della cortese ospitalità offertami da Pagine di Difesa.

I motivi del mio interesse per il personaggio Messe possono essere essenzialmente individuati in due filoni, uno di carattere sentimentale e un altro di natura invece più sostanziale. Il primo è dato dal forte richiamo esercitato dalle vicende della prima guerra mondiale, che videro le imprese veramente ardite compiute dal maggiore Messe al comando di quel IX reparto d’assalto che, con lo stesso numero ordinativo integrato dalla denominazione di Col Moschin, continua oggi a riviverne memoria e tradizioni e al quale lo scrivente è particolarmente legato, avendovi conseguito la qualifica di incursore paracadutista e avendovi vissuto le fasi più belle e significative della propria vita militare.

Ma il motivo di fondo che mi ha indirizzato nella scelta è dato da ciò che Giovanni Messe ha rappresentato nella storia dell’Esercito italiano e in particolare nel corso della seconda guerra mondiale, quella guerra nella quale sono venute a galla tutte le manchevolezze di un ambiente penalizzato già in partenza da handicap di natura tecnica, indubbiamente, ma ancor più di natura morale.

Il maresciallo Messe, in un contesto di tal fatta, ha rappresentato probabilmente una eccezione - sicuramente l’unica - quanto meno per ciò che riguarda gli ufficiali generali del suo stesso rango e pervenuti come lui ai massimi livelli direttivi. In effetti, fu il solo che, tanto nel corso della campagna di Russia quanto in quella di Tunisia, seppe dimostrare indubbie capacità strategico-tattiche tanto più rimarchevoli quando si tenga conto del fatto che l’uomo proveniva dai sottufficiali e non aveva frequentato nessuna Scuola di guerra né specifici corsi di stato maggiore. Disponeva però di una caratteristica, un qualcosa che nessuna scuola o modalità di indottrinamento può fornire: la personalità, forte, quadrata, ben costruita, e il conseguente carisma che ne derivava.

Il possesso di tali qualità aveva avuto modo di dimostrarlo in varie circostanze belliche e da ciò derivava il massimo rispetto per la sua persona sempre portatogli da chiunque avesse avuto a che fare con lui. Soprattutto, aveva tenuto bravamente testa a punti di vista e/o richieste ritenute inesaudibili, sia che provenissero da enti o personaggi di primo piano nazionali (comando supremo, lo stesso Mussolini) sia che si trattasse di stranieri (alleati o meno che fossero). Ma è nella fase finale della sua carriera, quella che lo avrebbe visto ricoprire la carica di capo di stato maggiore generale in uno dei periodi più critici della nostra storia (fra il 1943 e il 1945) che la personalità di Messe raggiunse a mio avviso il massimo del proprio fulgore, allorchè fu chiamato a risolvere una crisi di coscienza personale di non facile soluzione.

Quando era rientrato in Italia dalla prigionia in Inghilterra, iniziata dopo la fine della campagna di Tunisia, e assunto l’incarico che lo poneva al massimo vertice militare, aveva cominciato subito a esporre al re, a Badoglio, alla Marina, all’Aeronautica, agli alleati, ai capi politici, alla stampa, quelle che riteneva le ‘grandi verità’ e che tali realmente erano, se si voleva veramente voltare pagina e cercare di ricostruire sulle ceneri della sconfitta la sostanza e l’immagine di un Paese intenzionato sul serio a fare tesoro delle esperienze negative maturate guerra durante.

Ma mentre le altre due forze armate - probabilmente gelose delle rispettive autonomie - facevano orecchie da mercante manifestando scarso entusiasmo per il nuovo corso propugnato dal capo di stato maggiore generale, gli anglo-americani cominciarono a guardarlo con ostilità, dando così inizio a quell’isolamento di Messe che sarebbe poi proseguito con il disinteresse dei vari capi di governo per le sue iniziative e i suoi suggerimenti in materia militare e gli attacchi velenosi della stampa di sinistra.

Proprio l’ostilità che veniva portata a Messe dai partiti politici costituiva d’altro canto l’attestato più probante delle sue qualità, perché se non lo avessero temuto non lo avrebbero attaccato con così tanto accanimento e malafede accusandolo delle cose più assurde (per essere stato promosso maresciallo d’Italia da Mussolini, per essere stato per quattro anni aiutante di campo del re, per avere comandato il Csir, eccetera), come se per il protagonista le suddette vicende non avessero fatto parte pertinente e obbligata del proprio status professionale.

I rapporti e le proposte che il Maresciallo indirizzava al presidente del Consiglio nella sua qualità di alto consulente militare rappresentavano, a prescindere dai contenuti, franche manifestazioni di carattere, tanto più rimarchevoli in tempi nei quali l’opportunismo era dominante. Anche per questo, probabilmente, sarebbe stato messo da parte, con la curialesca motivazione che, poiché in seno al governo Bonomi stava maturando la decisione che il ruolo del capo di stato maggiore generale dovesse equivalere a quello di solo consulente tecnico del presidente del Consiglio, ne derivava come una funzione così limitata non avrebbe potuto essere attribuita al grado più elevato della gerarchia militare, per cui i marescialli d’Italia dovevano essere esclusi dall’incarico.

Il relativo decreto veniva approvato con una rapidità sorprendente, certamente insolita per la abituale prassi burocratica nostrana, prendendo in contropiede Messe che, già edotto del problema se pure a grandi linee, si preparava a formulare quelle proposte e rettifiche che avrebbero potuto renderlo meno dannoso per le future attività dello stato maggiore generale.

Si trattava ora di dare al Maresciallo una forma di risarcimento morale: quale migliore formula del classico espediente del promoveatur ut amoveatur, classico metodo elegante per sbarazzarsi di una persona scomoda e ingombrante acquisendone oltretutto la riconoscenza? Ed ecco quindi la proposta di un invio in Argentina quale ambasciatore. Ma i promotori dell’iniziativa avevano fatto male i conti. In questo caso Messe, infatti, appreso dallo stesso ministro degli Esteri (all’epoca Alcide De Gasperi) che il progetto avrebbe potuto incontrare qualche difficoltà in sede di Consiglio dei ministri, scrisse subito a Bonomi una lettera, corretta come si conveniva ma chiara e senza l’impiego di troppe perifrasi.

Nella lettera si affermava come, in quel particolare momento storico, l’Italia dovesse essere rappresentata all’estero da uomini che godessero, oltre alla più ampia stima nazionale, anche dell’approvazione unanime dei partiti del Cln presenti nel governo, il che equivaleva in pratica a un invito a desistere dal proporre il suo nome. Indubbiamente l’ipotesi potrà sembrare troppo maliziosa, ma non si può escludere che si volesse indurre l’interessato a darsi da fare per tentare di superare l’ostacolo, cercando appoggi proprio nello stesso ambiente politico presso il quale quindi restare debitore e in quanto tale disponibile a una restituzione del favore a breve o medio termine.

Giovani Messe non fu mai succube servitore di nessun regime, ma fu guidato nella sua vita di soldato da una sola fede: quella del giuramento prestato al re. Il suo impegno nel tener fede a tale giuramento era un qualcosa che prescindeva dalla stessa persona del sovrano per assumere una dimensione eticamente anche più ampia. L’ultimo maresciallo d’Italia avrebbe potuto restarsene lassù, in Inghilterra, correttamente e confortevolmente trattato e attendere la fine della guerra per rientrare con la sua fama intatta. Invece aveva sollecitato lui stesso il rientro, per poter continuare a dare tutto quello che poteva dare senza discutere, senza riserve mentali.

Diventare capo di stato maggiore generale in quel periodo, con tutto ciò che di negativo lo connotava (la diffidenza degli angloamericani, l’ostilità e la conseguente attività denigratoria e distruttiva nei confronti delle forze armate da parte della classe politica pervenuta al potere, l’ignava ambiguità nella quale si veniva a trovare l’Italia, in guerra con entrambe le parti in conflitto e nei confronti di una delle quali - gli Alleati - rivestiva la duplice qualifica di nemico, trovandosi in un regime armistiziale che non toglieva affatto tale qualifica e nel contempo di cobelligerante) finiva per assumere quasi le sembianze di una disposizione sacrificale, come se l’assunzione su di sé delle scelleratezze commesse da altri potesse servire alla nazione per fare ammenda delle stesse e cercare di risalire la china.

Giovanni Gentile ha affermato che un uomo è un vero uomo se “è martire” delle sue idee: non solo le confessa e le professa, ma le attesta, le prova, le realizza. Dignità e coerenza rappresentano due aspetti comportamentali di fondo nello schema esistenziale di un uomo: per ritrovare questi due elementi dei quali sembrano, nell’attuale contesto sociale essersi perse le tracce, sono andato a cercarli nella ricostruzione biografica di Giovanni Messe, e li ho ritrovati in pieno, professati e attestati nella quotidianità della sua vita di uomo e di soldato.

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