Anno 2007

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Le forze armate, strumento di politica di sicurezza e di difesa

Giovanni Martinelli, 24 gennaio 2007

Pochi giorni fa il ministro della Difesa Arturo Parisi, incontrando i giornalisti nel viaggio di ritorno da una visita ufficiale in Egitto, si è intrattenuto sulle vicende della costruzione della nuova base americana a Vicenza e sulle polemiche sorte, ancora una volta, in merito alla presenza italiana nella missione Isaf in Afghanistan.

Il ministro, senza soffermarsi troppo a lungo sulle singole questioni, ha affrontato questi argomenti da un punto di vista più ampio, traendo delle conclusioni di carattere generale per lamentarsi di come nel nostro Paese non solo ci sia ancora chi non condivide il concetto che la violenza ingiusta vada contrastata con la forza legittima ma, anche chi non ne vuol neanche sentir parlare. Manca quindi, secondo le sue stesse parole, una vera e propria cultura della difesa e della sicurezza che riconosca alle Forze armate il ruolo di strumento legittimato a esercitare quella stessa funzione di forza.

Considerazioni corrette e, quindi, ampiamente condivisibili sia nella forma che nella sostanza. In effetti, nel nostro Paese sono ancora presenti diversi soggetti, sorretti da una non trascurabile parte di opinione pubblica, che continuano a negare alle Forze armate, per esclusive ragioni ideologico-politiche che trascendono da un’analisi razionale dei fatti, la legittimità a svolgere tali compiti.

E tuttavia, non appena terminata la fase della riflessione, occorre passare ben presto a quella dell’azione e domandarsi, quindi, cosa si possa e si debba fare per recuperare questo gap culturale: una deficienza grave, che ci allontana sempre di più dal trovare risposte efficaci alle minacce e alle sfide poste dall’attuale situazione internazionale, nonché da molti - se non tutti - quei Paesi nostri alleati e amici. E allora, occorre dire come in questo senso gli atti e i comportamenti dello stesso titolare del dicastero della Difesa, così come del Governo di cui fa parte, sono sembrati procedere nella direzione dell’obiettivo di concorrere alla crescita di tale cultura.

Gli esempi in questo senso non mancano di certo. Si può cominciare dalle polemiche sulla parata militare del 2 giugno per la festa della Repubblica che, pur essendosi salvata dalle intenzioni di coloro i quali intendevano abolirla, ha dovuto comunque pagare un pegno: far sparire tutto ciò che appariva troppo bellicoso. Come se le Forze armate dovessero vergognarsi di ciò che sono e di ciò che fanno. Un esempio che fa il paio con quanto avvenuto in occasione della loro festa, nella quale sono apparse relegate in un ruolo secondario, quasi incidentale (cfr. La progressiva smilitarizzazione del 4 novembre). Situazioni che, del resto, si inseriscono perfettamente in un quadro che prevede la sistematica riduzione del ruolo (o, forse, rimozione?) delle Forze armate dal contesto del Paese che servono e nel quale operano. Con la colpevole complicità di chi, invece, dovrebbe istituzionalmente operare al fine di - se non esaltare - almeno sottolineare la loro importanza.

E come si può non menzionare - per rimanere sulla stessa lunghezza d’onda - la sordina stesa dai responsabili politici della Difesa anche su ciò accade nelle missioni all’estero. All’insegna di quel ‘profilo basso’ diventato la parola d’ordine imposta ai nostri militari, nulla più si sa di cosa essi facciano nei diversi teatri di operazioni, eccezion fatta per l’apertura della scuola o della strada di turno. Un silenzio che nel caso, ad esempio, dell’esperienza afgana in Isaf, giacché quella in Enduring Freedom si è conclusa nell’indifferenza più totale, sta diventando pressoché assoluto. L’unica cosa che ci è dato sapere è che il nostro contingente non può usare la ‘forza legittima’, conferitagli dall’operare in una missione Nato che si svolge sulla base di un mandato dell’Onu, contro la ‘violenza ingiusta’ dei talebani.

Così come non sono certo esenti da critiche alcune importanti scelte dell’attuale esecutivo proprio in tema di sicurezza e di difesa. Il riferimento è al cambiamento di indirizzo che vede privilegiati i rapporti con l’Onu e l’Ue a scapito di quelli Nato e alla decisione, ufficializzata dal capo di Smd solo l’11 gennaio scorso, di ridurre la consistenza numerica delle forze armate stesse. In entrambi i casi risulta impossibile risalire esattamente a coloro i quali hanno assunto tali decisioni, sulla base di quali parametri e considerazioni siano state prese, con quali politiche verranno attuate e quali conseguenze comporteranno.

Nascondere le Forze armate in occasione di questa o quella festa, tacere sul loro operato, rifiutare di impegnarle in combattimento, assumere decisioni importanti sul loro futuro in maniera poco chiara non potrà certo far proseguire il Paese su quell’auspicabile percorso di una maggiore comprensione e consapevolezza dei fondamentali temi della sicurezza e della difesa. I silenzi, le reticenze, le mezze verità, gli imbarazzi, le contraddizioni o i rifiuti non possono certo essere il modo di agire di chi, investito della responsabilità di governo nel senso più ampio del termine, deve essere capace di compiere ogni tipo di scelta necessaria per assicurare la sicurezza al Paese, comprese quelle più difficili, comprese quelle più impopolari.

Scelte che devono discendere da un dibattito ampio e approfondito, che precisi in maniera lucida e razionale quali siano gli interessi nazionali del Paese, gli strumenti necessari per perseguirli e, di conseguenza, quale debba essere il ruolo dell’Italia sulla scena internazionale. Un dibattito che coinvolga il maggior numero di soggetti possibile e che possa ottenere una conclusione il più condivisa possibile. Anche quando le circostanze richiedono a un solo soggetto l’onere - nonché la responsabilità - di fare tali scelte.

Nella consapevolezza che gli interessi nazionali dell’Italia sono gli interessi di tutto il Paese e non di questa o quella parte o schieramento, che per perseguirli occorrono delle politiche di sicurezza e di difesa serie e che, infine, le Forze armate rappresentano, almeno per il momento, uno strumento insostituibile per attuarle.

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