Anno 2007

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Il ministro Parisi su Soft power e Jihadismo globale

Pagine di Difesa, 28 novembre 2007

Intervento del ministro della Difesa Arturo Parisi sul tema ‘Soft power e Jihadismo globale’ tenuto alla Pontificia università gregoriana il 28 novembre 2007.

Illustri professori, colleghi, signore e signori,
consentitemi innanzitutto di rivolgere un saluto, che è anche un esplicito ringraziamento, agli organizzatori di questo convegno odierno. Penso che il tema, quello del cosiddetto “soft power” come strumento di contrasto al jihadismo globale, è estremamente interessante, si presta infatti ad una elaborazione teorica, o prettamente accademica, lo dico da accademico, ma anche ad una analisi operativa, strettamente legata alle scelte che le autorità responsabili, siano esse politiche o tecniche, sono chiamate ad affrontare nell’esercizio delle funzioni di governo e di amministrazione, a tutti i livelli.

In virtù del contesto scientifico e culturale in cui ci troviamo oggi, desidero proporre alcuni spunti di riflessione che possano favorire in qualche modo i lavori di questo convegno. Vi prego quindi di non meravigliarvi se, durante questo mio intervento, troverete più domande che risposte, più motivi di dubbio che certezze. Non voglio abdicare alle mie responsabilità di Governo, ma in questa sede, ed in questa circostanza, credo che sia necessario anzitutto favorire la circolazione e l’avanzamento della conoscenza. Verrà poi il momento della sintesi, quando avremo la possibilità di leggere gli atti di questi tre giorni di lavoro. Sarà allora che potremo apprezzare compiutamente il beneficio che iniziative come queste possono arrecare a tutti noi.

Iniziamo dunque con una prima riflessione, che investe direttamente il titolo scelto per il convegno. Comprendo appieno la centralità del problema rappresentato dal “jihadismo globale”, ma credo che sarebbe quanto mai pericoloso non esplicitare i limiti concettuali che una definizione troppo specifica può generare. Nella accezione più diffusa la “jihad” è legata strettamente al proselitismo e soprattutto all’affermazione violenta del proprio credo religioso da parte dei fondamentalisti islamici. In questi termini, essa rappresenta innanzitutto una chiara minaccia sia per i regimi moderati dei Paesi a maggioranza islamica, sia per le stesse società civili di quei Paesi, sottoposte a tensioni che possono certamente ostacolare o bloccare le dinamiche sociali e culturali.

Ma la jihad – sempre intesa nel senso appena descritto – costituisce ovviamente anche una minaccia per le nostre società, dove risiede ormai un numero consistente di cittadini di fede islamica e dove esistono quindi delle importanti comunità che possono divenire l’obiettivo dei fondamentalisti. Tuttavia, la minaccia rappresentata dal jihadismo di matrice fondamentalista non può essere analizzata al di fuori del contesto complessivo dell’evoluzione degli Stati moderni e dei rapporti fra Istituzioni e componenti sociali.

Abbiamo chiaro in mente cosa siano gli “Stati moderni”. Abbiamo chiaro cosa si intenda per “Stato westfaliano” e siamo consapevoli di quanto abbia inciso sull’evoluzione delle nostre società e dei nostri sistemi politici quello specifico modello di Stato. In alcune epoche lo Stato moderno ha avuto caratteri certamente autoritari. Nel secolo appena trascorso abbiamo avuto molti esempi di ideologie politiche assolutiste che hanno prodotto ogni genere di violenza sulle stesse società alle quali erano sovrapposte. Per lungo tempo gli Stati hanno mantenuto un controllo particolarmente rigido sui sistemi economici, sulle dinamiche politiche, sulla stessa evoluzione culturale.

Indipendentemente dalla presenza di caratteri autoritari e dirigistici, lo Stato moderno è associato, pressoché unanimemente al principio del monopolio nell’uso della forza legittima. Ma la realtà in cui siamo immersi oggi non coincide più con questo modello, almeno non totalmente. Da anni, forse da qualche decennio, stiamo vivendo un processo di erosione delle prerogative tipicamente attribuite agli Stati. I sistemi economici sembrano spinti da un indomabile impulso alle liberalizzazioni, ovverosia all’abbandono dei vincoli differenti da quelli generati dagli stessi meccanismi del libero mercato.

Il riconoscimento dell’autorità dello Stato trova sempre maggiore resistenza da parte delle élites culturali, sia quelle interne agli stessi Stati, sia quelle internazionali o trans-nazionali, sicché molti dei regimi autoritari del secolo passato hanno lasciato il posto a sistemi democratici. In quei Paesi dove la Democrazia era stata conquistata già da lungo tempo stiamo assistendo sempre più spesso alla decentralizzazione dei processi politici, che alimentano quel fenomeno di particolarismo territoriale definito come “nimbismo” – not in my back yard – un fenomeno che si propone, nella sua estremizzazione, come un sistema di anti-governo e di anti-politica, piuttosto che come rivendicazione decentrata della cosa pubblica.

In questo contesto, le dinamiche sociali sembrano talvolta non più controllabili con i tradizionali strumenti della politica, prima fra tutte la mediazione fra interessi divergenti, a favore di una sintesi superiore che soddisfi gli interessi della collettività. I protagonisti, gli “astri nascenti” di questa nuova fase storica, talvolta chiamata “post-moderna”, sono delle entità sociali non istituzionali e non istituzionalizzate. Queste entità non assumono infatti una forma prestabilita e automaticamente riconoscibile, né sono in genere riconosciute come entità formali, cioè strutturalmente inserite nell’architettura politica ed istituzionale.

Ebbene, in un contesto in cui le Autorità formali, a cominciare dalle organizzazioni statuali tradizionali, vedono ridotte, erose progressivamente le proprie capacità di governare le società, si aprono spazi sempre più ampi per le entità non istituzionali, che sanno immediatamente sfruttare ogni opportunità per accrescere il loro peso. In parte questo fenomeno è positivo; nel mondo di oggi la circolazione delle idee, della cultura in generale è più rapida, più efficace, più profonda. Questa è una delle modalità con cui si svolge il fenomeno della cosiddetta globalizzazione, una modalità che, per quanto possa essere paradossale, talvolta assume proprio la globalizzazione a bersaglio qualificante. Ma esistono evidentemente anche molti aspetti preoccupanti, a cominciare dal venir meno dei principi che regolano la sicurezza in un sistema di relazioni internazionali di tipo tradizionale, o “westfaliano”.

Purtroppo, le minori capacità degli Stati di controllare le dinamiche politiche e sociali si traducono anche in minori capacità di controllare i conflitti. E tali conflitti, nati all’interno di un determinato contesto storico e sociale, possono facilmente espandersi verso i contesti limitrofi, raggiungendo altre collettività e magari altri Stati. La divisione dei compiti fra le Autorità dei diversi Stati nel mantenimento della sicurezza e dell’ordine diviene allora sempre più difficile. Il principio “cuius regio, eius religio” sancito nel Trattato conseguente alla Pace di Augusta del 1555 e poi confermato dalla Pace di Westfalia del 1648, era certamente un principio illiberale.

Esso tuttavia che servì quantomeno a ridurre le guerre di religione in Europa e che ha rappresentato uno dei cardini concettuali nella definizione delle prerogative degli Stati moderni. Dobbiamo riconoscere che da molti anni esso ha di fatto perduto ogni effettività. Consideriamo poi l’impatto di quella che è la più grande rivoluzione dei nostri giorni, ovverosia la rivoluzione tecnologica che ha reso quanto mai rapide, sicure e soprattutto economiche le telecomunicazioni. Riflettiamo sulla portata straordinaria delle trasmissioni delle voci e delle immagini, via internet o anche via etere, in tempo praticamente reale in ogni angolo del globo.

Ciascuno di noi è ovviamente un utente – qualcuno un accanito utilizzatore – di questi strumenti, che fatico a definire “nuovi” o “rivoluzionari”, essendo ormai entrati stabilmente nel nostro mondo, nel nostro modo di vivere e di lavorare. Ebbene, forse inconsapevolmente ciascuno di noi è diventato anche un “attore globale”, perché con questi strumenti è in grado di farsi ascoltare potenzialmente in ogni parte del mondo. Quella che per molti di noi è una potenzialità inconsapevole, per altri è invece una realtà perfettamente conosciuta e sapientemente sfruttata. Chi riesce ad inserire nella rete globale dei messaggi capaci di suscitare attenzione, curiosità – magari morbosa – oppure un genuino interesse, può realmente definirsi un “attore globale”.

Pensiamo, ad esempio, a quanta diffusione può avere un filmato di una strage, o anche dell’uccisione di un singolo essere umano. E pensiamo a quanto possa essere efficace un simile messaggio, giacché può essere recepito ed utilizzato in forme differenti, senza dover essere di volta in volta adattato alla comunità di destinazione. Un video nel quale si vede uccidere un uomo, magari con il taglio della gola, produce effetti immediati sulle pubbliche opinioni in tutto il mondo. Ma ciascuna di esse elabora il messaggio in forma differente, sulla base del proprio specifico contesto culturale. Nessuna azione diplomatica, o anche militare, di tipo tradizionale potrebbe avere un effetto tanto immediato e tanto profondo sulle coscienze delle popolazioni, se non in tempi molto più lunghi, e dopo l’impiego di risorse molto più grandi.

In sostanza, la rivoluzione tecnologica ha semplificato enormemente la comunicazione. Questa rivoluzione è avvenuta in una fase in cui i modelli tradizionali di Stato e di società – modelli gerarchici e ordinati – sono stati progressivamente erosi e soppiantati da modelli non-gerarchici e a loro modo caotici, ed ha fornito un potenziale realmente straordinario di influenza sulle dinamiche globali; un potenziale disponibile per tutti gli attori non istituzionali che sanno saputo cogliere e sfruttare questa novità. Quello che più conta è inoltre che questi nuovi attori sono attori globali: attori globali nel potenziale di influenza, ma non globali nel grado di influenzabilità. Per esercitare la propria influenza, non è necessario essere riconosciuti come una componente del mondo politico, economico o culturale per poter immettere nella rete i propri messaggi. Non è necessario “istituzionalizzarsi”, quindi accettare compromessi, pagare dei costi.

Si può agire su un piano globale, si può raggiungere il cuore e la mente di comunità vastissime, o magari di singoli individui posti nell’altro emisfero, senza dover necessariamente sottostare a regole comuni e condivise, e senza dover necessariamente ascoltare e esporsi all’influenza dei messaggi dei nostri interlocutori. Stando così le cose, si sarebbe quasi portati a ritenere che si sia per alcuni versi sulla soglia dello scioglimento degli Stati e delle organizzazioni politiche ed istituzionali di tipo tradizionale. Ma questo, evidentemente, non possiamo proprio permettercelo. Senza gli Stati, come noi ancora li concepiamo, non avremmo un mondo più libero, più dinamico, più efficiente, ma rischieremmo di trovarci in una situazione opposta a quella che i profeti della dissoluzione degli Stati sembrano auspicare.

Senza gli Stati e senza i principi regolatori che solo la mediazione degli interessi mediante l’esercizio della politica può assicurare ci troveremmo in un mondo non già post-moderno, bensì pre-moderno. Torneremmo ad una realtà hobbesiana, ad uno stato di guerra permanente di tutti contro tutti, in cui i più violenti – e non certo i più meritevoli – affermerebbero i loro principi.

Dobbiamo quindi reagire, per arrestare il declino degli Stati moderni, adeguandone gli strumenti alla nuova realtà che si è ormai affermata. Per questo motivo dobbiamo saperci adattare con più rapidità ai cambiamenti, e dobbiamo saper operare in un contesto in cui le prerogative delle istituzioni formali non sono più un dato certo ed incontestato. È una necessità che riguarda evidentemente tutti gli ambiti in cui lo Stato opera, tutte le componenti di cui esso è composto.

Ad esempio, sappiamo bene quanto gli strumenti politici di governo dell’economia si siano adattati, negli ultimi anni, ad una realtà progressivamente sempre più diversa. In questo contesto, anche la Difesa e le Forze Armate devono adeguare il loro modo di essere e di agire, al fine di non perdere la loro centralità quali attori unici nell’esercizio dell’uso della forza legittima. In primo luogo, è necessario sviluppare le nostre capacità di comprensione della realtà, sia della realtà internazionale, sia della realtà interna ai contesti in cui siamo destinati ad inviare le nostre Forze militari.

Dobbiamo accrescere il nostro sforzo di comprensione, potenziare ed affinare i nostri strumenti analitici e trasmettere questa maggiore conoscenza a tutti coloro che operano concretamente sul terreno. L’idea che le operazioni militari possano svolgersi secondo canoni standard, dettati essenzialmente dalle tecnologie disponibili e dalle dottrine di impiego dei sistemi d’arma, è profondamente errata. A questo proposito, è facile individuare casi anche recentissimi di impiego dello strumento militare secondo questi principi apparentemente scientifici e infallibili, ma che alla prova dei fatti, al contatto con la realtà rappresentata da contesti ambientali e sociali differenti da quelli teorizzati, si sono dimostrati tutt’altro che scientifici e meno che mai infallibili.

Dobbiamo quindi studiare, studiare la realtà che ci circonda in tutti i suoi aspetti, e per questo sentiamo la necessità di disporre di militari che sappiano comprendere la complessità del mondo reale. Solo una comprensione appropriata ci consentirà di operare in modo adeguato per modellare opportunamente le dimensioni fisiche e culturali entro cui si svolgono le nostre operazioni militari. L’uso della forza tradizionale, la “forza cinetica” per mutuare una terminologia anglosassone, rimane ovviamente indispensabile in molte operazioni militari. Nondimeno, i criteri con cui tale forza viene applicata devono essere a loro volta raccordati ad obiettivi strategici, di più ampio respiro, che non hanno generalmente un carattere esclusivamente militare.

In altri termini, la forza fine a se stessa non ha più ragione di essere, neppure in un contesto di confronto militare tradizionale. Questo è un principio ormai affermato nella cultura militare occidentale, un principio che va sotto il nome di effect-based operations, cioè a dire operazioni concepite e condotte sulla base degli effetti complessivi che esse determinano sull’intero sistema sociopolitico, economico e culturale entro cui si sta operando.

Ma per modellare il contesto del conflitto, cioè le caratteristiche fisiche ma anche culturali dell’ambiente entro cui operiamo in forma militare, sono indispensabili anche le operazioni informative. Mi riferisco alle operazioni psicologiche condotte a livello tattico ed operativo, che rappresentano una fase essenziale in tutti gli interventi militari compiuti in contesti in cui i valori di riferimento possono essere anche molto distanti dai nostri.

Solo pochi giorni orsono ho potuto visitare proprio il reparto dell’Esercito, il 28° reggimento “Pavia” di Pesaro, costituito apposta per questo genere di esigenze. In questo settore, quindi, abbiamo ancora della strada da fare, ma fortunatamente siamo partiti bene. Ma esiste anche l’esigenza di condurre operazioni informative capaci di incidere a livello strategico, capaci cioè di contribuire a modellare la percezione stessa del conflitto, e non solo di supportare l’operato dei nostri militari sul terreno.

Questo, a quanto mi risulta, è un terreno ancora inesplorato. Lo è certamente in ambito Difesa, dove esiste la consapevolezza dell’importanza di questo genere di operazioni, ma dove attualmente non sono stati elaborati criteri di condotta né sono stati approntati assetti a ciò dedicati. Anche per questo, credo che il convegno che ho avuto l’onore di avviare con questo mio breve intervento potrà fornire un contributo di idee e di informazioni di straordinaria utilità. Vi ringrazio anticipatamente e vi auguro buon lavoro.

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