Anno 2007

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Kosovo, in attesa del 10 dicembre

Giovanni Punzo, 4 dicembre 2007

Dopo le elezioni svoltesi il 17 novembre u.s. e la giornata del 28 novembre (anniversario della proclamazione dell’indipendenza albanese) trascorsa senza incidenti di rilievo, l’attesa delle decisioni sul futuro status del Kosovo dovrebbe ora concludersi dopo il 10 dicembre prossimo, anche se – come è stato osservato da più parti – da anni ormai si parla di soluzione imminente, senza che questa si sia mai concretizzata materialmente (e in maniera stabile), mentre l’ombra di un ulteriore rinvio malauguratamente sembra profilarsi ancora una volta.

Per quella data infatti dovrebbero essere presentati al Segretario generale dell’Onu i risultati dei negoziati sinora condotti tra le parti e su questi ci si dovrebbe basare per la decisione. La crisi non è stata però risolta e di fatto ritorna al mittente. Nei giorni scorsi però varie dichiarazioni ufficiali hanno riportato il sostanziale fallimento degli stessi e nello stesso tempo in vari vertici internazionali (anche ad es. nel corso dell’incontro Prodi- Sarkozy) si sono invitate le parti alla calma e alla riflessione, magari concedendo più tempo. Alla dilazione o al prolungamento delle trattative i rappresentati kosovari si sono sempre detti contrari, ma comunque dalla scorsa primavera si sono impegnati lo stesso nei lunghi colloqui terminati appunto nei giorni scorsi.

L’ipotesi più diffusa e maggiormente presa in considerazione – oltre che temuta per le sue possibili conseguenze – resta sempre quella di una proclamazione unilaterale dell’indipendenza, con tutto quello che potrebbe comportare sul piano politico e diplomatico. In pratica si tratterebbe di una secessione, evento in sé poco gradito alla comunità internazionale che però si troverebbe di fronte al fatto compiuto, per di più con l’appoggio aperto degli Usa e della Gran Bretagna. Considerando poi che la parte settentrionale del Kosovo (a maggioranza serba) proclamerebbe verosimilmente la propria annessione alla Serbia – o non accetterebbe comunque tale decisione dichiarandosi “entità serba” del Kosovo –, la secessione a questo punto sarebbe “doppia” e potrebbe innescare un processo a catena.

Anche se molti ritengono probabile che l’Unione europea – sia pure obtorto capite – possa eventualmente accettarlo, non è affatto certo invece che la missione europea prevista – e in corso di organizzazione – accetti tuttavia di operare in questo contesto secessionista, sia per l’instabilità che ne potrebbe derivare (leggi insicurezza) sia per la dubbia legittimazione sul piano del diritto internazionale, almeno fino a una nuova risoluzione Onu che superi la 1244 del 1999 che sostanzialmente regola ancora la situazione.

D’altra parte il sostegno dell’Unione ad un futuro Kosovo, sia in termini economici che di cooperazione allo state-building, è determinante e probabilmente nemmeno gli indipendentisti più radicali, messi di fronte all’impossibilità di questa cooperazione, si sentono di rifiutarlo giocando al contrario la carta della proclamazione unilaterale. è stato riconosciuto invece con chiarezza dall’Unione e più volte ribadito che il Kosovo è parte importante dei Balcani occidentali e che – senza una stabilizzazione dello stesso – non sembra possibile nemmeno un riassetto della regione che – non bisogna dimenticarlo – anche per il nostro Paese rappresenta pur sempre l’altra sponda dell’Adriatico, a sua volta un mare “europeo”.

Inoltre, se pure il risultato delle recenti elezioni – mettendo in minoranza il movimento erede della tradizione di Rugova a favore degli indipendentisti più decisi (Uck) – ha prodotto un effetto politico abbastanza scontato, resta il fatto che la partecipazione è stata molto bassa, segno evidente di un rapporto non proprio ideale tra elettorato e classe politica o, se si preferisce, originando il sospetto che la maggior parte dei kosovari, di fronte all’attuale difficile situazione economica, non consideri affatto prioritaria l’indipendenza.

Questa interpretazione spiegherebbe in parte il relativo successo elettorale di Pacolli, l’imprenditore svizzero-albanese che ha invece sottolineato i temi dell’economia e dello sviluppo e proposto legami di tutt’altra natura con la Serbia e l’Est europeo in generale sollevando reazioni non trascurabili. Allo stato attuale Pacolli, avendo alle spalle una forza politica che a nove mesi dalla sua costituzione ha raccolto il 12% dei voti diventando la terza in ordine di grandezza, richiederà di entrare nel team kosovaro che partecipa ai negoziati e si è già dichiarato disposto a collaborare col nuovo governo le cui consultazioni per la formazione sono iniziate.

Negli ultimi mesi la tensione interna è indubbiamente cresciuta per almeno due motivi: la grave crisi economica che sta attraversando la ex provincia jugoslava e l’instabilità generale che deriva dall’irrisolta questione dello status. Se a queste si aggiungono le pesanti accuse di immobilismo e incapacità rivolte all’amministrazione Unmik, quelle di corruzione e complicità con il crimine organizzato rivolte alla classe politica locale e l’ostinazione contraria a qualsiasi compromesso da parte dei partecipanti alle trattative, si comprende bene quanto l’instabilità attuale stia correndo il rischio di proiettarsi anche al di là dei confini del Kosovo. In altre parole l’effetto domino, ovvero la diffusione a macchia d’olio di tensioni e relativi disordini, che – come ci è stato insegnato da due decenni almeno – trovano da sempre nei Balcani facili esche.

Le situazioni a rischio individuate sono almeno tre: nord del Kosovo (Mitrovica e comuni a maggioranza serba), valle di Prescevo (presenza di albanesi in territorio serbo) e le valli di Tetovo e Kumanovo (presenza di albanesi in Macedonia). I comuni a maggioranza etnica serba intorno a Mitrovica potrebbero in questo caso – probabilmente anche con l’appoggio serbo – proclamare l’annessione alla Serbia o costituire una sorta Republika Srpska del Kosovo. L’ipotesi è nota da tempo. Oltre che avvalorata dalla presenza di c.d. “strutture parallele”, denunciate in vari rapporti di organizzazioni internazionali (Osce), la netta astensione dal voto del 17 novembre da parte della comunità serba rappresenta un segnale preciso. Non è affatto casuale che nei giorni scorsi si sia conclusa un’ampia esercitazione di Kfor proprio in quella zona e siano affluiti rinforzi da vari Paesi Nato.

La valle di Prescevo, all’interno della quale si trova una consistente comunità albanese, pur non appartenendo al Kosovo – in quanto si trova a tutti gli effetti in territorio serbo –, potrebbe diventare scenario di forti tensioni, rese più complesse dall’effervescenza nella vicina area del Sangiaccato di Novi Pazar dove si assiste a una radicalizzazione islamica prima del tutto sconosciuta. Fonti serbe hanno ritenuto responsabile dell’instabilità del Sangiaccato il bosgnacco Sulejman Ugljanin, sindaco di Novi Pazar, presidente del Partito di Azione democratica ma soprattutto leader indiscusso dei bosnacchi del Sangiaccato e in passato tutt’altro che ostile al premier serbo Kostunica.

In Macedonia infine, sebbene a seguito degli Accordi di Ocrida (agosto 2001), si sia proceduto sul piano delle riforme istituzionali per la maggior integrazione della minoranza albanese (22/25% della popolazione complessiva a fronte di circa il 63/65% di slavo- macedoni), dall’agosto del 2007 si sono verificati episodi connessi alla ricomparsa della componente macedone dell’Uck. Tra l’altro sono stati sparati razzi Rpg contro un edificio governativo a Skpjie e in altri scontri successivi hanno perso la vita poliziotti e terroristi. Una recente operazione di polizia attuata dal governo macedone (fine ottobre-primi di novembre) si è conclusa con la morte di sei terroristi, la cattura di tredici e la distruzione di un imponente arsenale.

Esiste infine una quarta ipotesi relativa a possibili contraccolpi anche al di là delle aree limitrofe al Kosovo e che si fonda sulle attuali difficoltà nelle relazioni tra le due entità di cui attualmente è composta la Bosnia del dopo Dayton e cioè quella musulmano-croata e quella serba. Dopo la crisi politica dovuta alla mancata riforma delle forze di polizia (fortemente osteggiata dalla componente serba) – tra l’altro misura richiesta dall’Ue per la negoziazione dell’ingresso della Bosnia nell’Unione – si è dimesso il primo ministro Nikola Spiric.

Anche in Bosnia tra l’altro è tangibile una crisi economica che si manifesta nei tassi di disoccupazione ancora elevati e il timore diffuso – consueto nei Balcani – è che le necessità economiche urgenti si indirizzino verso scelte nazionaliste estreme. Il portavoce di Eufor (il contigente europeo che ha sostituito Sfor) ha comunque definito la situazione calma e ribadito ruolo e capacità di reazione del contingente. Un altro discorso è però quello legato alla scadenza del mandato di Eufor, prevista per la fine dell’anno in corso, e che probabilmente potrebbe essere prorogata.

La posizione serba uscita dai colloqui di Baden è in fondo sempre quella già espressa in passato: “La provincia del Kosovo e Metohija è parte delle Serbia e la sovranità e l’integrità territoriale del Paese sono garantiti dalla Costituzione, dalla Carta delle Nazioni Unite, dall’Atto finale di Helsinki e dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ogni soluzione per il futuro status del Kosovo e Metohija deve partire da questo principio e deve rispettarlo. Qualsiasi altra azione sarebbe dichiarata nulla e metterebbe in pericolo l’esistenza della Repubblica di Serbia che, in conformità con quanto sancito dal diritto internazionale, sarebbe costretta a reagire” è la sintesi di quanto ha ribadito da poco il ministro degli esteri serbo. Difficile però ipotizzare una reazione militare che comunque incontrerebbe la presenza di Kfor.

I piani che si intersecano sono quindi parecchi e toccano aspetti ben più complessi del semplice antagonismo serbo-albanese per l’amministrazione di una regione intorno ai due milioni di abitanti. La crisi dei Balcani non sembra insomma finire mai, ma dietro si celano sempre l’enorme difficoltà di far sorgere uno stato di diritto e l’incapacità di un sistema internazionale di imporre soluzioni eque e stabili.

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