Anno 2007

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Srebrenica, le Nazioni Unite alla sbarra

Giovanni Punzo, 12 dicembre 2007

La notizia è nota da una decina di giorni, ma presenta già i contorni di un avvenimento che potrebbe rimettere in discussione parecchi fatti e relativi giudizi del tormentato decennio balcanico o finire per alimentare polemiche sempre più acute: un tribunale olandese (un organo di giustizia ordinaria nazionale, da non confondere quindi con la corte internazionale di giustizia dell’Aja o con la corte internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia che siede nella stessa città) non ha riconosciuto alle Nazioni Unite l’immunità giudiziaria di fronte alla chiamata in giudizio presentata contro il governo olandese e contro le Nazioni Unite da un gruppo di superstiti del massacro di Srebrenica accaduto nel luglio 1995. A più di mezzo secolo dalla fondazione delle Nazioni Unite, e dopo decine di missioni internazionali e interventi di varia natura, indubbiamente si tratta di un evento senza precedenti e l’aggettivo ‘storico’ in questo caso non sembra del tutto fuori posto.

Il quotidiano di Sarajevo Oslobodjenje (28.11.07) ha dato alla notizia comprensibilmente un certo risalto e riportato anche qualche particolare. Per prima cosa non si tratta di una sentenza – che a sua volta può avere diversi gradi – ma del rifiuto delle motivazioni addotte dalle Nazioni Unite per non essere citate in giudizio, un atto quindi in questa fase iniziale più legato alla procedura che al merito. Secondo l’atto della corte olandese, le Nazioni Unite, infatti, non potrebbero invocare l’immunità non tanto secondo le convenzioni internazionali – che pure la riconoscono e la ammettono – ma sulla base del fatto che, avendo sottoscritto la convenzione per la prevenzione del genocidio, di fatto non avrebbero fatto nulla per evitare il massacro di Srebrenica, la pagina più oscura e vergognosa della storia europea dopo il 1945. La chiamata in giudizio sarebbe quindi diretta.

La concatenazione degli avvenimenti di quel mese di luglio 1995 vale sempre la pena di essere ricordata. Srebrenica godeva dello status di Zona Protetta (safe area), ovvero una zona che su garanzia internazionale doveva essere mantenuta sicura e neutrale per consentire alla popolazione civile di rifugiarvisi e sfuggire in tal modo i combattimenti. La risoluzione 819 del Consiglio di Sicurezza (16 aprile 1993) oltre a Srebrenica, aveva dichiarato zone protette Bihac, Gorazde, Sarajevo e Zepa affidandone la tutela ai diversi reparti di Unprofor che via via si succedettero (prima canadesi e infine – all’epoca dei fatti – olandesi). E in effetti il piccolo centro di Srebrenica da poche migliaia di abitanti passò a più di 40mila nel luglio 1995.

La realtà della tutela internazionale purtroppo fu ben diversa e in circostanze non dissimili tutte queste zone finirono poi per diventare teatri di mattanze più o meno ampie. Se si preferisce, si trattò di uno dei tanti paradossi crudeli di quella guerra: proprio dove si era tentato di proteggere i civili, i combattimenti furono invece più aspri e spietati che altrove, dimostrando indirettamente che il reale obiettivo era proprio la popolazione civile in quanto tale. A Srebrenica, tra il 12 e il 19 luglio 1995, dopo l’arrivo delle milizie serbo-bosniache di Ratko Mladic (attualmente ancora ricercato dal TPI) furono massacrati migliaia di civili, senza che il reparto di Unprofor presente intervenisse.

Ad onor del vero (ma purtroppo non ‘ad onore’ dei soldati olandesi presenti) essi non avrebbero potuto nemmeno farlo, in quanto – se non fisicamente disarmati – erano stati di fatto ‘consegnati’ nel loro compound e messi comunque nell’impossibilità di agire da parte delle milizie serbo-bosniache. Quattrocentocinquanta soldati armati ed equipaggiati in pratica erano stati neutralizzati senza colpo ferire. Al massacro seguì la tragedia delle fosse comuni. I corpi delle vittime furono frettolosamente inumati, spogliandoli spesso non solo dei documenti per impedirne una qualsiasi identificazione successiva ma anche degli abiti. Tuttavia le dimensioni delle fosse e l’attività per scavarle e riempirle furono tali da non sfuggire alla ricognizione satellitare e si trattò della prima documentazione ufficiale, benché inspiegabilmente resa nota piuttosto tardi.

Dopo i fatti furono avviate diverse inchieste da differenti autorità: dalle Nazioni Unite, da Francia e Olanda, dalla Federazione musulmana di Bosnia, dalla Republika Srpska di Bosnia e anche dalla Serbia del dopo Milosevic, oltre naturalmente ai diversi processi alla corte internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia fino alla sentenza del 19 aprile 2004 che definì la vicenda “genocidio”. Sintomatico il fatto che nemmeno le stime del numero delle vittime però concordino: secondo alcuni furono più di diecimila (la somma esatta degli ‘scomparsi’), secondo altri ‘solo’ seimila oppure poche centinaia “caduti in combattimento”. Nel frattempo, poiché la pressione internazionale per far luce su tutta la vicenda aumentava, con l’aiuto di pale meccaniche alcune fosse comuni furono svuotate e il loro macabro contenuto ricollocato altrove per impedire non solo il ricorso alle moderne tecniche del Dna per l’identificazione dei resti, ma la prosecuzione di ogni indagine mirante ad accertare responsabilità individuali.

Soprattutto diventava impossibile stabilire un qualsiasi nesso causale tra la presenza di un accusato e di una vittima nello stesso luogo contemporaneamente (v. Balcani, geopolitica cimiteriale, 19.03.07) in quanto lo stesso Dna si sarebbe rintracciato in due località diverse rendendo vano il tentativo di stabilire il luogo certo della morte di una vittima ma semmai solo quello della sepoltura. Tutte le ricostruzioni delle circostanze in cui erano avvenute le uccisioni e le inumazioni di massa, nonostante l’accuratezza e la precisione dei dati scientifici, diventavano quindi inutili.

Nel 2004 si era tentato un accordo extra-giudiziale per un risarcimento di due miliardi di euro, ma il governo olandese aveva rifiutato l’ammissione di qualsiasi forma di responsabilità per quello che – usando dei termini abbastanza impropri da codice penale militare nazionale – si configurerebbe come un ‘abbandono di posto’ o una ‘violata consegna’ nei confronti del mandato internazionale. Trattative durate anni, svolte all’interno di una commissione mista (Onu, governo olandese, governo bosniaco) nella quale sedevano anche una dozzina di legali bosniaci in rappresentanza delle vittime e dei superstiti, non avevano condotto a nulla, fino alla decisione dei legali bosniaci di rivolgersi appunto a un tribunale olandese, ovvero alla giustizia ordinaria. Il tribunale che ha respinto l’eccezione, oltre a giudicare l’operato delle Nazioni Unite, giudicherà ora evidentemente anche quello del governo olandese.

Nel giugno di quest’anno è stato quindi presentato al tribunale un documento di 228 pagine con accuse esplicite al comportamento delle Nazioni unite e del governo olandese: a) il comando di Unprofor (dipendente direttamente dalle Nazioni unite) era conoscenza con almeno due settimane di anticipo della imminente offensiva delle milizie serbo-bosniache sulla base di precisi rapporti di intelligence provenienti anche dagli Usa; b) le Nazioni unite non hanno preso alcun provvedimento per tutelare la popolazione civile – in gran parte profughi – presente nella sacca di Srebrenica (safe area) ma soltanto, in collaborazione con il governo olandese, attuato misure relative allo sgombero del proprio personale; c) le Nazioni Unite e il governo olandese hanno reso possibile il massacro non solo con la loro inerzia, ma anche – avendo disarmato tutta la popolazione civile – di fatto l’hanno messa nell’impossibilità di difendersi.

A parte le accuse dei superstiti a Nazioni Unite e governo olandese, ci sono anche i rimpalli di responsabilità tra questi ultimi. Uno dei temi più frequenti è quello del mancato appoggio aereo. Il governo olandese ha lamentato più volte che era stato lasciato solo e nella impossibilità di fermare l’attacco in quanto le Nazioni Unite non avevano concesso l’autorizzazione richiesta a effettuare una sortita aerea. Le Nazioni Unite avevano risposto che la richiesta non era inoltrabile in quanto non formulata correttamente. Da indagini svolte dai legali delle vittime sembrerebbe invece che proprio l’offerta di sostegno aereo fosse stata declinata dal generale olandese Cees Nicolai – capo di stato maggiore di Unprofor – con l’approvazione o (forse) il suggerimento dello stesso ministro della difesa olandese Joris Voorhoeve.

Esisteva infatti il precedente degli altri 350 soldati olandesi tenuti come ostaggi da maggio 1995 dai serbi nei dintorni di Sarajevo a seguito dell’attacco aereo (Nato) che aveva fatto saltare in area il principale deposito munizioni serbo-bosniaco tra Sarajevo e Pale. Resta comunque il fatto che il 19 luglio a Belgrado il comandante di Unprofor generale Rupert Smith e Ratko Mladic sottoscrissero un accordo per fare esfiltrare indenni, con armi ed equipaggiamenti i soldati olandesi dalla zona di Srebrenica.

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