Anno 2007

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Kosovo, il fallimento delle trattative internazionali

Giovanni Punzo, 15 dicembre 2007

Dopo il fallimento delle recenti trattative internazionali la questione del futuro status del Kosovo sta rischiando di diventare una questione irrisolvibile tra le tante che turbano la tranquillità dell’opinione pubblica internazionale, o – se si preferisce – è a un passo dalla cronicizzazione definitiva diventando un centro di instabilità permanente appena ai margini sud orientali dei confini dell’Unione europea (v. Kosovo, quella specie di stallo, 19.01.07). Il pericolo principale di un ulteriore rinvio alla decisione sul futuro status sostanzialmente è questo e viene da chiedersi come mai si sia arrivati a questo dopo più di otto anni di amministrazione internazionale e dopo aver profuso energie e risorse tutt’altro che trascurabili.

Gli eventi che hanno condotto a questa situazione forse non vale nemmeno più la pena di riassumerli e del resto, nel villaggio globale, le notizie in sé destano clamore più per i commenti che suscitano che per i fatti reali. Il Kosovo ha suscitato da sempre molti commenti e di Kosovo insomma si è parlato anche troppo (una vera e propria sovraesposizione mediatica che all’epoca finì per collocare in secondo piano i conflitti in Angola, Sierra Leone, Colombia e Sri Lanka), senza per questo trovare una soluzione. Una sintesi del quadro attuale è comunque necessaria, partendo dalla situazione interna per arrivare poi ad alcune osservazioni su quella internazionale.

Le istituzioni provvisorie della ex provincia jugoslava – pur di recente creazione – sono già sclerotizzate dall’inefficienza dovuta alla corruzione o all’incompetenza. I diritti delle minoranze (non solo quella serba) sono tutelati solo sulla carta, ma senza una vera effettività e altrettanto vale per i diritti della persona. Oltre al traffico degli stupefacenti, al riciclaggio del denaro sporco e alla prostituzione, il Kosovo è attualmente uno dei mercati principali di scambio e approvvigionamento di armi da fuoco di ogni tipo. Le stesse organizzazioni criminali hanno dato vita a lucrosi traffici per occultare senza regole rifiuti tossici nocivi dimostrando in concreto che – almeno loro – hanno superato positivamente le barriere etniche. Il quadro non è idilliaco, ma si tratta di osservazioni e critiche colte dalla stessa stampa kosovara o da altre fonti balcaniche e non di uno sfogo razzista o isolazionista.

I risultati delle recenti elezioni stanno rivelando un riassetto degli equilibri politici interni, o se si preferisce ‘clanici’, dopo che i gruppi legati a Thaci hanno vinto le elezioni sconfiggendo gli eredi di Rugova (in lite per la successione) mentre Haradinaj, sotto processo all’Aja per crimini di guerra, è praticamente fuori gioco. Il dato ufficiale sul 43% di votanti su un milione e quattrocento mila elettori, secondo Albin Kurti, leader di «Vetëvendosje», sarebbe invece intorno al 37% reale.

Dopo l’indipendenza resteranno tuttavia sul tappeto problemi quali lo sviluppo economico e la piena occupazione, l’erogazione dell’energia elettrica 24 ore al giorno, l’erogazione senza limitazioni dell’acqua potabile, la costruzione di scuole moderne, il miglioramento del sistema sanitario e un adeguamento dei salari e degli stipendi attualmente percepiti, per non parlare del sistema stradale e delle comunicazioni nel senso che non si tratta solo di costruire nuove strade ma di rendere percorribili quelle esistenti, cominciando ad esempio dalla sicurezza e dalla segnaletica. Tutte promesse fatte in campagna elettorale, ma tutte più o meno subordinate all’agognata indipendenza, mentre la popolazione sembra incerta e confusa. Inoltre, in caso di una proclamazione unilaterale di indipendenza, sembra che non sia stata valutata la possibilità dell’embargo serbo soprattutto sui generi alimentari (in Kosovo attualmente importati dalla Serbia) o sulle fonte di energia, il che significherebbe per un breve periodo un aggravamento della situazione interna.

Alcuni pensavano di poter proclamare l’indipendenza subito dopo il 10 dicembre e molti attendono ora la data del 19 o comunque i risultati del dibattito alle Nazioni unite. Altro aspetto non secondario percepito dall’opinione pubblica kosovara è ‘chi’ debba proclamare l’indipendenza: lo stesso parlamento con una solenne votazione o attraverso il risultato di un referendum convocato ad hoc? Che cosa accadrà ad esempio della polizia o - per meglio dire - con quali modalità, da struttura dipendente dall’amministrazione internazionale ad interim si trasformerà in un organo nazionale autonomo? Come avverrà lo stesso passaggio nelle altre amministrazioni? Tutte domande che al momento stentano a trovare risposte precise.

Per capire invece che cosa si è verificato sul piano internazionale bisogna ripartire dai risultati del vertice di Rambouillet e dalla successiva risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza e dai rifiuti serbi anche a soluzioni compromissorie. Alcuni congegni già verificatisi allora sembrano essere scattati di nuovo come delle trappole e l’ostinazione di Belgrado (ma anche un certo autolesionismo) ha fatto il resto. Benché si tratti di atteggiamenti innegabili da parte della Serbia, il cui governo è fortemente condizionato da una minoranza ultranazionalista, resta da capire come questo sia stato possibile, mentre si deve considerare a questo proposito anche una certa mancanza di concentrazione e di costanza da parte della comunità internazionale nell’affrontare tutta la questione, in altre parole un’attenzione discontinua. Indipendentemente dalle più ardite ingegnerie costituzionali che daranno origine al ‘nuovo’ Kosovo, si profila insomma una sconfitta del modello democratico multietnico come ispiratore del riassetto della penisola balcanica, sconfitta che potrebbe avere conseguenze al di là dei confini del Kosovo.

A Rambouillet, anche secondo osservatori occidentali come Henry Kissinger, si assisté alla formulazione di un ultimatum simile a quello del luglio 1914 e questo semplice parallelo – evocato presso l’opinone pubblica serba – generò quell’incomprensibile sostegno popolare di cui avrebbe goduto Milosevic anche sotto i bombardamenti della Nato. D’altra parte in quella sede a Madeleine Albright, addossando ogni responsabilità a Belgrado, fu facile poi rendere inevitabile l’intervento della Nato e al tempo stesso ottenere il sostegno dei kosovari con la promessa del disarmo della guerriglia che di fatto isolava ancora di più Belgrado dopo il rifiuto dei colloqui. Da allora, nei documenti internazionali sono cominciate a manifestarsi espressioni piuttosto ambigue con un vero crescendo: self-government institution – ad esempio - non significa self-determination.

Martti Ahtisaari, il negoziatore delle Nazioni unite, era giunto alla conclusione che non esistevano alternative valide all’indipendenza della provincia, ma che tale status si sarebbe ottenuto alla fine di un processo di riforme controllate dalla comunità internazionale. Questa politica si riassumeva nel concetto di “standard before status”. L’abbandono di questa politica che realisticamente teneva conto della contro-pulizia etnica verificatasi a partire dal 1999 fu il ricoscimento indiretto della prossima indipendenza alla quale l’aggettivo ‘condizionata’ stava già stretto.

Benché abbastanza debole nel suo complesso, il piano Ahtisaari (quello successivo all’abbandono della politica degli “standard before status” ed esposto nella primavera di quest’anno) concedeva ampie autonomie ai comuni a maggioranza serba, ridisegnandone anche i territori (Gracanica, Novo Brdo, Klokott, Ranilug, Partes e Mitrovica nord). Oltre a queste autonomie, la Chiesa ortodossa serba avrebbe goduto di una sorta di riconoscimento e i luoghi di culto di una tutela particolare. Particolarmente significativo (e forse utile a chiarire la situazione) sarebbe stato anche lo scioglimento del Kosovo Protection Corp, creazione del primo Alto Rappresentante dell’Onu che fu Bernard Kouchner, attuale ministro degli Esteri francese. Se a fatica si era ottenuto il consenso albanese sulle autonomie municipali, trattandosi di un piano che – pur accennandovi con giri di parole – di fatto implicava l’indipendenza a media scadenza, il veto serbo diventava scontato. Anzi, più precisamente, sul modello appunto di Rambouillet, l’accettazione albanese fu manifesta solo dopo il rifiuto serbo.

In un ampio editoriale pubblicato dal quotidiano Repubblica (07.12.07, p. 29), lo storico e giornalista inglese Timothy Garton Ash fa delle acute osservazioni sul futuro del Kosovo, benché altre tuttavia lo sembrino molto meno. “La Serbia che aderirà all’Unione europea sarà un paese ridotto ai minimi termini, l’ombra della Serbia di un tempo, come l’Austria dopo la prima guerra mondiale”, scrive Garton Ash, ma tralascia il fatto che la Serbia non ha ricevuto particolari sostegni dalla comunità internazionale nella fase successiva al decennio e come il nazionalismo – con particolare riferimento proprio alla questione del Kosovo – sia diventato per la Serbia un collante nazionale. La perdita del Kosovo farebbe tornare il paese più o meno alla situazione precedente alle cosiddette ‘guerre balcaniche’, per intenderci proprio quelle che precedettero la prima guerra mondiale, ma provocherà anche una reazione di umiliazione che non sarà facile placare, tanto più che in molti sono già pronti a strumentalizzarla per fini politici interni.

Da tempo la situazione interna serba desta preoccupazione e il pensiero che l’indipendenza ‘prematura’ del Kosovo finisca per favorire un candidato nazionalista alle prossime elezioni presidenziali espresso dall’inglese è decisamente tardivo. Sarebbe stato più opportuno pensare prima alla Serbia e alle sue difficoltà interne, soprattutto in previsione di un ovvio irrigidimento di questa sulla questione del Kosovo (v. Balcani, ridare stabilità alla Serbia, 20.07.06) dovuto proprio alle tendenze isolazioniste che si stavano manifestando (v. L’antica teoria della congiura applicata alla Serbia, 21.04.06 e Gli ostacoli che la Serbia ‘deve’ superare, 11.05.06).

“Se avrà coraggio e giudizio a sufficienza – scrive ancora Garton Ash – Thaci darà palese dimostrazione del suo impegno multietnico pronunciando per l’occasione (cioè la proclamazione dell’indipendenza) un paio di parole generose, scelte con cura, in lingua serba”: dove le troverà l’inglese però non lo dice. Concludendo, l’autorevole opinion-maker britannico auspica l’ingresso agevolato della Serbia nell’Unione come contropartita della rinuncia alla sovranità territoriale sul Kosovo, ma evidentemente sembra sottovalutare ancora la situazione interna serba, poco disposta a effettuare quello che agli occhi del Paese sembra oggi un baratto svantaggioso oltre che anti-patriottico. “Meglio la diaspora”, si dice quindi in Serbia e il rischio di tornare a vedere colonne di profughi come dalla Krajina o dalla Slavonia si profila ancora.

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