Anno 2007

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Afghanistan. Il generale Satta: «Non servono più armi per gli italiani»

Gabriel Bertinetto, 26 marzo 2007

Intervista pubblicata su l'Unità del 24 marzo 2007

Secondo il generale Antonio Satta, ex-comandante della Folgore, oggi a capo del contingente Nato nella Regione Ovest dell'Afghanistan, le truppe italiane non hanno bisogno di nuovi armamenti. Né il pericolo talebano è cresciuto in maniera particolarmente forte rispetto al passato, per quanto in alcune zone, in particolare la provincia di Farah, le infiltrazioni dei ribelli siano potenzialmente più pericolose. «Il centro di gravità della mia azione - dice - non sono i talebani, ma la ricostruzione e lo sviluppo del Paese in condizioni di sicurezza».

Generale Satta, il ministro degli Esteri Massimo D'Alema ha manifestato la disponibilità del governo ad aumentare gli armamenti del contingente italiano in Afghanistan, se necessario. È necessario, secondo lei?

«In linea di principio no, perché la situazione tutto sommato è abbastanza buona nella regione Ovest, e credo non cambierà in futuro. L'armamento attualmente disponibile è adeguato alla situazione del momento. Ed è un armamento sufficientemente moderno e protettivo per quanto riguarda le esigenze attuali. Del resto è già previsto che nuovi assetti affluiranno in teatro. Mi riferisco specificamente ai due Predator (aerei da ricognizione senza pilota, ndr) che nel prossimo futuro dovrebbero essere dislocati qui, secondo quanto già deliberato. I Predator costituiscono un grosso ausilio allo scopo di incrementare la capacità di controllo e sorveglianza del territorio. Hanno una buona gittata e consentono di monitorare tutta la regione che ci viene affidata, supplendo alle carenze provocate dall'estensione del territorio e dalla sua difficile percorribilità. Di recente ci sono stati consegnati alcuni Vltm ("Veicoli da trasporto leggero multiuso", ndr) e altri devono arrivare. Hanno un fondale che resiste all'urto di otto chilogrammi di esplosivo, e ciò è particolarmente importante per difendersi da mine e Ied ("Congegni esplosivi improvvisati", ndr). Certo, se ci fosse la disponibilità, non direi di no all'invio di altri elicotteri oltre a quelli di cui già disponiamo. Il nostro contingente ha tre Chinook che garantiscono una certa capacità di trasporto, gli spagnoli hanno tre Cougar e due Medecar per l'evacuazione dei feriti».

Cito ancora il capo della Farnesina, secondo il quale i talebani stanno arrivando nella regione di Herat. È vero?

«Non so su che base il ministro abbia detto questo, né se la frase sia stata riportata correttamente. Posso dire che la minaccia esisteva prima, ed esiste tuttora. Non mi permetterei di negare che ci siano stati alcuni attentati. Per altro la situazione nella nostra regione è relativamente più calma. In questo la situazione non è cambiata, benché sia maggiore la preoccupazione nella parte meridionale della regione ovest, la provincia di Farah, a maggioranza etnica pashtun. Poiché esiste una certa attività dei ribelli nella regione sud confinante, l'attenzione si rivolge verso quella zona in maniera ancora più vigile di prima».

Parliamo allora della situazione a Farah, dove l'altro giorno è rimasto ferito un soldato del Col Moschin. Come la descriverebbe?

«Non è una novità che sia la zona più turbolenta nella Regione a me affidata. Lì si concentra l'80% della produzione d'oppio della regione Ovest. Ed è noto che in questo campo l'Afghanistan nel suo insieme ha, con il 90%, il primato della produzione mondiale. Il narcotraffico è legato alla criminalità, e anche in passato ha creato problemi. Ovviamente i talebani potrebbero giovarsi di una situazione turbolenta come quella provocata dal commercio della droga per infiltrarsi. Rendendo la situazione generale più pericolosa. La ricostruzione e lo sviluppo del Paese presuppongono condizioni di sicurezza. Ma è un circolo chiuso, perché se mancano ricostruzione e sviluppo viene meno la sicurezza. Trovare il giusto mix fra le due esigenze è determinante al fine di conseguire una progressione positiva».

Insomma, il vero pericolo è il papavero, mentre i talebani sono piuttosto un'incognita del futuro prossimo, almeno in questa parte di Afghanistan?

«I talebani sono un pericolo anche oggi, benché siano presenti in piccoli gruppi. Ma qui la loro pericolosità deriva dai legami con la delinquenza piuttosto che dall'estremismo religioso. Comunque la presenza talebana è un potenziale catalizzatore per ulteriori infiltrazioni».

Saprebbe quantificare la presenza talebana in quest'area?

«No, perché non si può identificare i talebani con una sorta di esercito. Se l'abitante di un villaggio trova conveniente legarsi ai talebani, diventa uno di loro. Il problema è far sì che ciò non avvenga. Buona parte della nostra attività non consiste nel combattere i talebani. Il mio centro di gravità non sono loro, ma la popolazione afghana. La nostra attività si concentra sulle esigenze della popolazione attraverso la ricostruzione e lo sviluppo. Perché solo la ricostruzione e lo sviluppo portano benefici alla popolazione. E in quel caso la popolazione diventa la nostra arma migliore. Non dico che si schierino con noi, perché magari prevalgono le resistenze di tipo culturale, ma quanto meno evitano che altri si infiltrino, perché non lo giudicano conveniente».

Talvolta si dubita che vi limitiate ad attività di perlustrazione, pattugliamento e ricognizione. In alcuni casi sembra che svolgendo questo tipo di interventi, vi siate poi trovati di fatto nel pieno di situazioni di combattimento. Cosa risponde?

«Se non ci fossero rischi, se non fosse necessario proteggere le nostre attività, noi militari non saremmo qui. Chiaramente, quando si identifica un'esigenza di sicurezza, garantirla comporta un rischio potenziale. È così da quando il governo ha deciso di schierare il contingente. Potenzialmente la minaccia esiste sempre. Bisogna tenere la guardia alta. Lo dimostra quanto avvenuto alcuni giorni fa nella provincia di Farah. I nostri, attaccati, hanno reagito. Noi agiamo in base alle regole d'ingaggio approvate dal Parlamento. I militari sono tenuti a difendersi, se aggrediti».

Le regole d'ingaggio sono chiare, il mandato è chiaro. Ma siete forse esposti a pressioni da parte dei comandi di altri contingenti, per andare oltre?

«No. Nell'ambito della Regione Ovest ognuno svolge la sua politica nell'ambito delle direttive dell'Isaf, la Forza internazionale a guida Nato. Le operazioni non si svolgono nel modo in cui sono interpretate da certe polemiche. Prendiamo la Prt (Squadra provinciale di ricostruzione mista civile-militare, ndr) di Herat. A causa delle distanze e del terreno accidentato, accade che i militari della Prt si rechino a svolgere certe attività di ricostruzione rimanendo fuori per vari giorni. La formula adottata in quei casi è che accanto alla componente umanitaria (i militari del Cimic che si occupano dei lavori, ndr), sia presente una componente addetta alla sicurezza. Questo inverno ad esempio bbiamo effettuato diverse operazioni chiamate Okab (Aquila). Sono interventi civili con protezione armata. Ma il termine operazione non implica ecessariamente un attacco militare».

Quali sono i compiti dei reparti speciali, come il Col Moschin e il Comsubin?

«Controllo del territorio, attività informativa a protezione di tutto il contingente, supporto alla polizia ed all'esercito afghani».

Servono più uomini?

«Penso che gli effettivi attuali siano adeguati. Non direi mai di no certamente all'invio di altri uomini per la ricostruzione e lo sviluppo, perché potremmo realizzare un maggior numero di progetti. Non avrebbe senso rifiutare, se ce lo proponessero. Ma non è un discorso relativo ad avere più unità o maggiori capacità militari».

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