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| Anno 2007 | |
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Il tema della protezione del personale militare ha assunto, ancor più che nel passato, una connotazione di estrema priorità. Ciò, in ragione del valore attribuito alla vita umana e del peso dell’opinione pubblica, scarsamente propensa ad accettare perdite di militari e civili, anche in numero esiguo, nelle operazioni di risposta alle crisi, nelle quali sono oggi impiegati gli strumenti militari dei Paesi maggiormente sviluppati. Alcuni recenti drammatici eventi, che hanno visto coinvolti in attentati terroristici veicoli dell’Esercito Italiano impegnati nell’ambito delle missioni all’estero, hanno reso particolarmente urgente la disponibilità di materiali per incrementare ulteriormente la protezione dei mezzi tattici e da combattimento. Nello specifico settore della protezione dei veicoli, le lessons learned, maturate nei contesti operativi (caratterizzati sempre più da estesi ambienti urbanizzati) in cui le unità dell’Esercito si trovano a operare o hanno operato, hanno evidenziato come la minaccia non possa più essere riferita essenzialmente alla fronte del mezzo - come normalmente è avvenuto nel caso delle operazioni ‘simmetriche’, che hanno costituito il riferimento nella stesura dei requisiti dei veicoli da combattimento fino agli anni 90 del secolo scorso - ma a 360° e proveniente anche da distanze estremamente ridotte. Inoltre, sempre a differenza di quanto concepito in tempi di Guerra Fredda, quando la protezione era considerata quasi esclusivamente per i mezzi corazzati, oggi si rende necessario esaminare la protezione anche per i mezzi leggeri, soprattutto nei riguardi delle mine e delle cariche cave, quali quelle per i lanciatori tipo RPG. In tale contesto, effettueremo un esame della problematica e illustreremo le scelte tecniche che si sono consolidate o si vanno consolidando, fornendo una informazione, che si auspica – nella consapevolezza, comunque, di non poterla ritenere esaustiva - quanto più estesa possibile, pur nei limiti della riservatezza che la tematica impone. A tale scopo, esso si prefigge di fornire: una informazione generale relativa alle definizioni delle diverse protezioni utilizzate nello specifico settore dei mezzi tattici e una panoramica sulle tipologie di minaccia; un cenno su come la problematica della protezione è affrontata nello specifico settore degli aeromobili; un quadro riassuntivo sulla protezione nel campo dei veicoli e le prospettive future di sviluppo; una disamina dei sistemi di protezione sui veicoli in dotazione all’Esercito Italiano; un cenno al settore anti IED (Improvised Esplosive Device) e a quanto si è realizzato e si va programmando nello specifico settore in ambito Forza armata. Per affrontare in maniera chiara la problematica della protezione e dirimere anche la ben che minima errata interpretazione dei termini utilizzati, è opportuno fornire la definizione delle diverse tipologie di protezione utilizzate e una indicazione delle tipologie di minaccia associabili ai mezzi. Per quanto concerne le tipologie di protezione, nel campo dei mezzi si considerano le seguenti: passiva, reattiva e attiva. La protezione passiva, denominata anche balistica, è genericamente intesa come la capacità di opporsi all’offesa in termini di resistenza alla perforazione della corazza. Essa si concretizza in piastre, generalmente in acciaio balistico laminato omogeneo e corazze composite (acciaio, ceramica, vetro). Tali protezioni, collocate normalmente all’esterno, trovano applicazione anche all’interno degli abitacoli (i cosiddetti spall liner), allo scopo di ridurre la proiezione e, quindi, gli effetti, delle schegge generate dall’impatto dei colpi sulla corazzatura. La protezione reattiva si estrinseca attraverso l’esplosione di cariche, denominate piastrelle e disposte sulla corazza, conseguente all’impatto del proietto. Tale esplosione tende a ridurre drasticamente l’efficacia dei proietti e, in particolare, delle cariche cave. Questo tipo di protezione ha un elevato rendimento (basso peso e alte prestazioni), ma non trova ampia diffusione a causa della sua pericolosità intrinseca in termini di effetti collaterali nello spazio circostante al mezzo e della difficoltà di conservazione e gestione logistica. Infine, la protezione attiva, caratterizzata dal ricorso a sistemi complessi, tecnologicamente avanzati e conseguentemente abbastanza costosi, è intesa come la capacità di ingannare il colpo in arrivo, dirigendolo su un falso bersaglio (soft kill) o di intercettarlo e distruggerlo prima dell’impatto (hard kill). Per quanto riguarda, invece, le tipologie di minaccia, esse sono riconducibili, essenzialmente, alle seguenti: da energia cinetica, da energia chimica, da esplosioni di mine e da schegge proiettate a seguito di una esplosione. La minaccia da energia cinetica è tipica del munizionamento classico. I suoi effetti sono direttamente proporzionali alla velocità d’impatto, alla massa del colpo e, soprattutto, alla sua durezza. Le tipologie di munizionamento connesse con la minaccia da energia cinetica sono variegate e spesso caratterizzate da effetti multipli (penetrante, incendiario, a esplosione ritardata, a frammentazione) a seconda del calibro e delle caratteristiche tecnologiche del materiale con cui è realizzato il nocciolo penetrante. Contro tale minaccia rimane valida la corazza balistica nelle varie forme, spessori e configurazioni che oggi sono disponibili. Unico reale limite alla corazza rimane il peso. La minaccia da energia chimica, invece, è tipica del munizionamento a carica cava. Tale munizionamento utilizza, normalmente, proietti o vettori dotati di velocità più ridotte rispetto alla precedente tipologia. L’effetto perforante è dovuto al dardo di fuoco e di pressione che si innesca all’impatto e, in particolare alla penetrazione, che è funzione del calibro della carica cava e indipendente dalla distanza di lancio e al calore e scheggiatura prodotti all’interno della parete perforata (effetto retrocorazza). Contro tale minaccia, rispetto alla quale gli scudi di solo acciaio balistico omogeneo risultano facilmente perforabili, le contromisure valide sono rappresentate dalle corazze (spaziate e/o a struttura composita e reattive); dalle protezioni attive. La minaccia da mine è connessa sia agli effetti delle schegge sia a quello d’urto generato da una esplosione in prossimità o sotto il veicolo. Le mine antiuomo sono, sostanzialmente, inefficaci contro tutte le tipologie di veicoli tattici. Le mine anticarro, che possono facilmente arrestare un carro da combattimento ma difficilmente distruggerlo, hanno invece un effetto letale nei confronti dei veicoli blindati, in particolare se leggeri e tattico-logistici. La capacità di un veicolo riguardo alla difesa contro le mine è direttamente correlata alla sua progettazione, nel senso che la resistenza è dovuta, oltre che ai materiali in senso stretto, anche alla capacità di assorbire lo shock da esplosione e deviare all’esterno dello scafo parte dell’energia e delle schegge prodotte. I parametri principali considerati negli studi connessi con la protezione anti-mina sono: la distanza tra il terreno e il fondo del veicolo; il peso del veicolo; la geometria del fondo; la resistenza al distacco di parti interne del veicolo e le accelerazioni verticali subite dal personale all’interno del mezzo. Infine, circa la minaccia da schegge, si evidenzia che la pericolosità dei frammenti provenienti da bombe (di artiglierie, mortai e aerei) dipende dalla distanza dello scoppio del proietto e dai fattori ambientali (quali le caratteristiche del terreno su cui impatta la bomba), che possono attenuare o esaltare l’efficacia delle stesse. La protezione degli aeromobili La protezione degli elicotteri è strettamente condizionata, ancor più che nei veicoli, dai limiti dettati dal carico utile del velivolo, che impone una ridotta possibilità di ricorrere a corazzature balistiche, caratterizzate da significativi valori di peso. Per essi, pertanto, il ricorso alla protezione passiva è normalmente limitato a schermature e irrobustimenti della cellula equipaggio e delle componenti principali dell’aeromobile. Invece, sempre più rilevante per gli aeromobili è il ruolo che nel campo della protezione viene assunto dai sistemi attivi, siano essi a risposta manuale o, meglio, automatica contro la minaccia. Per quanto concerne le protezioni passive, esse sono costituite dai sedili corazzati per l’equipaggio e dalle protezioni balistiche, destinate alla protezione (da proiettili di piccolo calibro, fino a 12,7 mm) del personale imbarcato, mediante piastre posizionate sul pavimento e sul vano di carico, e delle parti sensibili dell’aeromobile, quali gli organi di comando e la trasmissione. Tra le protezioni passive sono da annoverare anche i soppressori di calore e le vernici IR, impiegati per limitare l’emissione termica dei motori e della cellula dell’aeromobile, al fine di evitare o ridurre la possibilità di aggancio dei missili a guida IR. Infine, sono da considerare nell’ambito della protezione passiva anche i sistemi atti ad allertare l’equipaggio sulla presenza di una minaccia. Nell’attualità, essi sono: lo Hostile Fire Indicator (HFI), sistema che indica la direzione di provenienza di proiettili di piccolo e medio calibro, basandosi sulle onde acustiche da essi generate; il Radar Warning Receiver (RWR), che evidenzia all’equipaggio il tipo e la direzione di un segnale radar, associato o meno a un missile a guida radar; il Laser Warning Receiver (LR), che indica il tipo e la direzione di provenienza di un segnale laser, associato o meno a un sistema d’arma; il Missile Launch Detector (MLD), sistema che indica la direzione di provenienza e il tipo di una emissione IR di un missile. Riguardo, invece, alle protezioni attive, nel campo degli aeromobili esse sono costituite da sistemi tesi a ingannare la minaccia, che possono essere attivati, come già accennato, manualmente dall’equipaggio, ovvero su attivazione dei sensori-rilevatori di minaccia di cui si è detto e a cui sono associati in forma integrata e automatica. In questo settore la Forza armata dispone nell’attualità di ingannatori (jammer) IR e di lanciatori di Chaff & Flar. Questi ultimi sono stati utilizzati sugli elicotteri dell’Esercito impiegati in Iraq e Afghanistan, installati in modo cosiddetto ‘stand alone’, ossia attivati manualmente. Al riguardo, è da evidenziare che è stata completata la prima installazione prototipica del Sistema Integrato di AutoProtezione (Siap) su A-129 e AB-205 e si appresta a essere completata anche quella su CH-47, cui farà seguito quella su AB-212 e AB-412. Giova ricordare che tutti gli elicotteri NH-90 in acquisizione dalla Forza armata saranno dotati di sistema integrato di autoprotezione. La protezione dei veicoli e le prospettive future Nel settore dei veicoli terrestri alle due tipologie di protezione a cui sino ad oggi si è fatto ricorso, in maniera più estesa a quella passiva e, in misura minore, a quella reattiva, si è aggiunta recentemente, come meglio vedremo in seguito, anche quella attiva. Con riferimento alla protezione passiva, si osserva che le caratteristiche strutturali dei veicoli corazzati sono tali da renderli inattaccabili da armi leggere, mine antiuomo, effetti-schegge in generale. Per essi il livello di protezione viene indicato attraverso lo spessore di acciaio balistico omogeneo che li caratterizza e attraverso il calibro del munizionamento contro cui è stata provata l’impenetrabilità (normalmente su provini rappresentativi della corazza). Per quanto concerne i veicoli blindati e tatticologistici è da evidenziare che, in passato, non vi era una particolare attenzione circa la valutazione della efficacia della loro protezione. Non si parlava di ‘protezione certificata’, né di test sperimentali standardizzati. Nell’attualità, invece, a tale carenza hanno sopperito gli accordi di standardizzazione Nato (Standardization Agreement, Stanag), nell’ambito dei quali è stato ratificato dai paesi membri lo Stanag 4569, che definisce i livelli di protezione di questi veicoli. Associato a esso troviamo una pubblicazione alleata, la AEP 55, specificatamente indirizzata alla definizione delle modalità di svolgimento dei test per la certificazione dei livelli indicati nello Stanag 4569. Nello Stanag, con riferimento alla protezione balistica, il documento indica i dati essenziali dei 5 livelli previsti, le cui differenze sono correlate soprattutto alle diverse tipologie di munizionamento cal. 7,62 mm (livelli 1, 2 e 3, mentre i livelli 4 e 5 sono relativi, rispettivamente, al cal. 14,5 mm e 25 mm), dai diversi effetti a seconda del tipo di ogiva e della velocità del proietto all’impatto. Per quanto attiene alla protezione antimina, lo Stanag prevede quattro livelli, che fanno riferimento alla quantità di esplosivo e alla posizione sotto il veicolo interessata dall’esplosione (sotto la ruota o sotto il centro del veicolo). Riguardo ai test di certificazione del livello di protezione antimina, è interessante notare che le modalità di svolgimento, indicate nel citato documento AEP 55, prevedono il posizionamento dell’esplosivo all’interno di un involucro in acciaio, di notevoli dimensioni, a sua volta interrato, che ha lo scopo di indirizzare gran parte della energia prodotta dall’esplosione verso il veicolo. Ciò rende la sperimentazione più severa rispetto alle reali condizioni, nelle quali il semplice interramento del manufatto esplosivo determina la dispersione di una parte significativa dell’energia anche in altre direzioni, rispetto a quella desiderata. Circa le prospettive future nel settore delle protezioni passive l’obiettivo tecnologico è l’individuazione di materiali e combinazioni-assemblaggi innovativi. Quelle più avanzate interessano il titanio. Tale materiale, una volta messo a punto per tale scopo, dovrebbe garantire una riduzione del peso delle corazzature, a parità di prestazioni e non inferiore al 20 per cento, rispetto agli attuali materiali. Al momento, gli studi e le sperimentazioni in corso (in cui sono coinvolte anche industrie nazionali della Difesa) non forniscono precise prospettive temporali che aiutino a capire quando queste corazzature potranno essere rese disponibili, ovviamente a costi accettabili. Circa le protezioni reattive, la Forza armata, dopo un limitato utilizzo su alcuni esemplari di carro M-60 nel corso della missione in Somalia nel 1993, non ha più ritenuto opportuno adottare tale tipologia di protezione, tenuto conto, come già anticipato, della sua pericolosità e delle problematiche associate alla sua gestione. Per tali ragioni, questo tipo di protezione non trova diffusa applicazione. Tuttavia, dal momento che le protezioni reattive presentano un elevato rendimento (in ragione del loro basso peso, in rapporto alle loro elevate prestazioni), le sperimentazioni continuano, con l’obiettivo, soprattutto, di neutralizzare i vari effetti collaterali e renderle facilmente impiegabili. Il miglioramento della sicurezza passa attraverso il ricorso a esplosivi estremamente stabili, da sottoporre a inneschi elettrici attivabili e disattivabili. Con riferimento all’ultima delle tipologie di protezione considerata per i mezzi terrestri (quella attiva), la maggiore attenzione è rivolta - a differenza di quanto si è visto adottato sugli aeromobili - a quelle che fanno ricorso a contromisure hard kill (ossia alla distruzione della minaccia). Per quanto riguarda le contromisure soft kill, sui veicoli terrestri, compresi quella della Forza armata di più recente introduzione in servizio, sono installati sistemi di allarme laser (Laser Warning System), ossia apparati in grado di allertare l’equipaggio quando il veicolo è illuminato da una sorgente laser, premonitrice di una minaccia in arrivo. In tal caso, all’equipaggio viene inviato un allarme vocale in cuffia e visualizzata su un display la direzione di provenienza della minaccia e, quale reazione, alla rapida manovra per il cambio della posizione attuata dall’equipaggio, è associata la risposta automatica con contromisure di inganno, consistenti nella creazione di una cortina fumogena, a protezione del movimento. Per quanto concerne invece le contromisure hard kill, benché ci siano già state nel passato delle applicazioni in campo operativo (al riguardo, una realizzazione, adottata sul carro T-80 della ex Unione Sovietica, è rappresentata dal sistema Drod-2), non si hanno notizie di sistemi che adottano tali contromisure, attualmente operativi su veicoli da combattimento. I sistemi considerati sono generalmente costituiti da: un sottosistema di sensori di scoperta per la rilevazione della provenienza, della distanza e della velocità della minaccia; un sottosistema elaboratore dei dati dei sensori in grado di attivare le contromisure opportune; un sottosistema lanciarazzi e/o contromisure per la distruzione-deviazione della traiettoria della minaccia. Per tali sistemi uno dei principali parametri per la loro valutazione è costituito dall’ampiezza del raggio d’azione, che identifica una invisibile barriera sferica nell’intorno del mezzo. È chiaro che quanto più ridotto è il raggio d’azione, tanto più efficace è il sistema. Ed è altrettanto intuitivo come tale riduzione del raggio è direttamente correlata alla velocità di risposta delle contromisure. Un ulteriore parametro è rappresentato dalla possibilità del sistema di ingaggiare più di una minaccia contemporaneamente o a breve distanza una dall’altra. In relazione alle proposte industriali di sistemi di protezione attiva allo studio o in fase di sviluppo, la Forza armata sta seguendo, con particolare attenzione, l’evoluzione di tre sistemi: lo Scudo della società Oto Melara, in avanzata fase di ricerca; il Trophy della società israeliana Rafael, già all’esame delle forze armate statunitensi; l’Iron Fist della società israeliana IMI (Israel Military Industries Ltd), in avanzata fase di sviluppo. Per i sistemi israeliani, i primi esemplari ‘di serie’ dovrebbero essere disponibili nel corso del 2007, anno in cui lo stato maggiore dell’Esercito, che ha in atto contatti in tal senso con le citate società, confida di poter effettuare una dimostrazione in Italia dei sistemi in argomento, nella previsione di una loro rapida adozione a bordo dei veicoli da combattimento. La protezione nei veicoli in servizio Per quanto riguarda i veicoli da combattimento della Forza armata, i livelli di protezione sono analoghi, e in alcuni casi superiore, a quelli dei paritetici veicoli degli altri eserciti dei paesi della Nato. Nel caso del carro Ariete, è stato avviato un programma per l’acquisizione dalla Oto Melara di due serie di kit di corazzature aggiuntive, denominate War e PSO, una per ogni carro nel caso delle War e un adeguato numero di PSO, per le esigenze dei contingenti impegnati fuori area. Le prime sono destinate a un incremento del livello di protezione del carro nell’ipotesi di un conflitto simmetrico, dove si prevede in particolare il confronto con analoghi mezzi. Le PSO sono costituite da ulteriori corazze, destinate a essere installate in aggiunta a quelle War e mirate a proteggere il carro su tutti i suoi lati contro cariche cave, in particolare contro quelle dei lanciatori tipo RPG, armamento questo disponibile in largo numero nelle organizzazioni terroristiche presenti nei teatri operativi dove operano le unità dell’Esercito Italiano. Gli Ariete schierati in teatro iracheno sono stati equipaggiati con delle protezioni PSO nella versione prototipica, mentre la consegna di quelle di serie è prevista a iniziare dal 2007. Tra i veicoli da combattimento che già dispongono di protezioni aggiuntive sono da annoverare: il veicolo anfibio AAV7 - in dotazione al reggimento Lagunari dell’Esercito e al reggimento San Marco della Marina - e un cospicuo numero di mezzi della linea VCC, per questi ultimi acquisite in varie tipologie a partire dal 1993. Nell’ambito del programma di ammodernamento del VCC allo standard A2 Plus, è stato previsto un ulteriore numero di protezioni più moderne, di imminente consegna alla Forza armata, che consentiranno, in ragione del loro disegno e tecnologia dei materiali utilizzati, un notevole incremento del livello di protezione di tali veicoli. Per quanto riguarda le protezioni aggiuntive del Dardo, per le quali è già stato redatto uno specifico requisito, sono all’esame delle proposte industriali, che riguardano sia quelle di tipo passivo, che quelle di tipo attivo. Una decisione al riguardo è presumibilmente attesa entro il 2007, una volta che saranno completati gli esami comparativi delle diverse soluzioni tecniche attualmente considerate. In merito alla famiglia del VBC 8x8 Freccia, di cui è augurabile l’avvio a breve della fase di produzione, i risultati della sperimentazione nello specifico settore della protezione finora raggiunti (i test sono stati condotti dalla industria nazionale nel poligono tedesco sperimentale di Schrobenhausen) consentono di formulare una ottimistica previsione circa il raggiungimento dei severi livelli di protezione balistica e antimina indicati nel requisito. Se tali risultati saranno confermati in occasione delle prove formali per la sua certificazione, il veicolo in argomento si collocherà, sul piano della protezione, a un livello raggiunto solo da pochi paritetici mezzi a livello mondiale. Al riguardo, è da evidenziare che gli studi in corso sul VBC 8x8 potranno trovare valida implementazione anche sulla blindo pesante Centauro, per la quale si renderà necessario a breve avviare il programma di retrofit di mezza vita. Circa i VBL Puma 4x4 e 6x6, entro il 2006 sono attesi, per le prove balistiche (da condurre su provini rappresentativi della corazza) e per quelle di mobilità (montati sui veicoli), i prototipi dei kit di protezione, oggetto di uno specifico programma di sviluppo, finanziato dall’amministrazione della Difesa. La loro acquisizione potrà essere avviata, in presenza di adeguate risorse finanziarie, già dal 2007. La loro disponibilità - unitamente a un kit aggiuntivo per la protezione antimina realizzato dalla società costruttrice - consentirà al veicolo di raggiungere un livello di protezione tra i più alti della categoria, in grado di reggere il confronto, nello specifico argomento, anche con quello di veicoli di più recente impostazione ingegneristica (quella del Puma, giova ricordare, risale, nonostante la recente introduzione in servizio, agli anni 80). Il veicolo che ha espresso in questi ultimi anni i migliori risultati sul piano della protezione è senz’altro il VTLM Lince, di cui l’Esercito Italiano si appresta a ricevere in consegna i primi 1.200 mezzi, tutti con protezioni aggiuntive, già commissionati. In termini di protezione, nella gamma dei veicoli della sua categoria (peso in ordine di combattimento: sette tonnellate), rappresenta una delle più performanti soluzioni in ambito internazionale. Il suo livello di protezione balistica e antimina è stato certificato a norma Nato nel 2005. I risultati - estremamente positivi - sono stati confermati anche nel corso di analoghe prove condotte per conto di altre nazioni e un successo di tale veicolo in campo commerciale è atteso in larga scala, come dimostrano i già considerevoli ordini arrivati alla nostra industria da parte di diversi Paesi. Si tratta di un veicolo - alla cui fase di sviluppo l’Esercito ha partecipato con propri ufficiali d’Arma e tecnici - realizzato con l’obiettivo dichiarato della massima protezione per l’equipaggio. Per tale scopo sono state adottate soluzioni tecniche innovative, quali ad esempio la disposizione di tutti i gruppi meccanici anteriormente e posteriormente alla cabina, meglio definita ‘cellula di sopravvivenza’, per evitare che possano trasformarsi in pericolosi proiettili nell’evenienza di esplosioni di mine. Sulla base di questo principio, il cofano motore è stato incernierato al telaio e non alla cellula di sopravvivenza, che risulta collocata fuori dagli assi delle ruote, così come il vano di carico posteriore e il serbatoio combustibile sono stati ancorati in modo da staccarsi dal veicolo, nel caso in cui esso venga coinvolto dall’esplosione di una mina. Particolarmente curata risulta la sicurezza interna, grazie all’impiego per tutti gli occupanti di sedili appositamente progettati, ammortizzati, sospesi elasticamente per evitare la trasmissione diretta delle forti accelerazioni alle quali è soggetto il veicolo in caso di coinvolgimento in esplosioni di mine. Rilevanti anche le capacità del roll-bar nella salvaguardia del personale in caso di ribaltamento (resiste sino ad una accelerazione di 7,5g). Per quanto riguarda i veicoli tattico-logistici (con particolare riferimento agli autocarri della famiglia ACTL), lo stato maggiore dell’Esercito ha avviato una collaborazione con la società Astra, produttrice degli autocarri di nuova generazione in uso nella Forza armata, per la realizzazione di un veicolo con cabina protetta. Tale veicolo – la cui protezione della cabina e stata realizzata dalla società Astra insieme con la società israeliana Plasan-Sasa, specializzata nel settore delle protezioni - si appresta a essere consegnato alla Forza armata per l’avvio di una serie di prove finalizzate alla sua omologazione, sulla base di uno specifico requisito redatto dallo stato maggiore dell’Esercito. Le difficoltà proprie di una siffatta realizzazione sono legate al peso della protezione, costituita in parte, per la presenza di larghe superfici trasparenti, da vetri blindati, che fanno registrare un peso notevolmente superiore a un analogo pannello blindato, sia esso in metallo o in materiale composito. Se gli esiti delle prove saranno favorevoli, per tale tipologia di veicolo si potrà prevedere, risorse finanziarie permettendo, l’acquisizione di una prima trance di mezzi con cabina protetta da destinare ai contingenti nazionali impegnati fuori area già dal 2007. In conclusione di questa panoramica sulle protezioni dei veicoli in uso nell’Esercito, possiamo accennare ai mezzi speciali del genio. Anche per essi, la necessità di assicurare un livello di protezione deriva dalle esperienze maturate nei teatri operativi, dove tali mezzi sono utilizzati anche in situazioni dove non può essere garantita l’assenza di minacce per l’operatore. A tale scopo, su richiesta dello stato maggiore dell’Esercito, è stato condotto uno studio da parte dei due maggiori costruttori dei veicoli attualmente in servizio (Fiat Allis e Jbc). Il livello di protezione conseguito è il risultato del compromesso tra la necessità di garantire la presenza delle superfici vetrate (indispensabili al personale per operare da bordo, ma che incrementano notevolmente, per i motivi già precisati in precedenza per gli Actl, il peso delle protezioni) e la salvaguardia delle capacità di lavoro del veicolo, che dal peso aggiuntivo viene considerevolmente penalizzata. La disponibilità dei primi mezzi speciali protetti è stimata per il 2007. Protezione nel settore anti-IED Una delle più significative minacce a cui hanno fatto recentemente largo ricorso le organizzazioni terroristiche, sia contro le forze militari impegnate a contrastarle, sia verso la popolazione civile, è rappresentata dagli Improvised Esplosive Device (IED), che possono assumere varie forme: autobomba, proietti, kamikaze e ordigni in genere attivati con radiocomando. Per la loro natura risulta particolarmente complesso mettere in atto significative misure di contrasto. In particolare, l’ordigno radio controllato (Radio Controlled Improvised Esplosive Device- Rcied) si è rivelato uno dei principali e più efficaci strumenti di offesa terroristica-eversiva, il cui impiego è imprevedibile e presenta per gli attentatori il vantaggio di non doversi esporre azione durante. Per contrastare gli IED radio controllati impedendone l’esplosione, si stanno impiegando sempre più efficacemente i disturbatori elettronici (jammer), il cui principio di funzionamento è basato sulla emissione di radiofrequenze per il disturbo-annullamento del segnale di attivazione dell’ordigno. Sulla base del raggio d’azione, è possibile individuare due tipologie di sistemi veicolari a grande capacità e veicolari o portatili a media-piccola capacità. I sistemi disturbatori di grande capacità, destinati a una protezione areale, ossia rivolta verso complessi di forze (come ad esempio i convogli), presentano le seguenti caratteristiche: elevato raggio d’azione, che è funzione della distanza fra trasmettitore e ricevitore collegato al IED e della potenza impiegata (ad esempio, per una distanza tra attivatore e ricevitore di mille metri, con potenza di trasmissione di cinque watt, l’area di copertura fornita da un sistema anti IED di potenza di 300 watt è pari a circa 200 metri); possibilità di intercettare e disturbare trasmissioni effettuate con diverse metodologie (quali, ad esempio, a salto di frequenza, a impulsi); possibilità di essere efficace su una specifica frequenza (se nota) o simultaneamente su una o più bande di frequenza. I sistemi di media-piccola capacità sono idonei a fornire una protezione di tipo puntiforme, quale è quella richiesta per piccoli nuclei di personale (ad esempio, i nuclei Eod o imbarcati su singoli veicoli). Per quanto attiene alla disponibilità di tali sistemi, la Forza armata ne ha acquisiti alcuni a grande capacità, già impiegati presso i contingenti che operano in teatri a maggiore rischio, ed è stato programmato l’approvvigionamento di ulteriori sistemi di tale tipologia, di cui si prevede a breve l’introduzione in servizio. Inoltre, sulla base di una esigenza operativa di interesse interforze - già approvata - che prevede l’acquisizione di apparati sia a grande che a media-piccola capacità, è stato costituito uno specifico gruppo di lavoro interforze, pilotato dallo stato maggiore della Difesa, per la definizione degli elementi tecnico-operativi di riferimento. Conclusioni Con queste brevi note si è cercato di dare al lettore la percezione di come oggi viene affrontato il problema della protezione dei mezzi. Si tratta di un argomento nei confronti del quale gli eserciti - quelli occidentali in primo luogo - oggi più che nel passato sono particolarmente sensibili, come dimostrano i numerosi consessi nei quali si tratta non solo lo specifico problema della protezione dei mezzi ma tutto ciò che riguarda la protezione nella sua accezione più ampia, comprendendo quella individuale del combattente e quella relativa alle infrastrutture-compound occupate dai contingenti nelle operazioni fuori area. È chiaro che non esiste una soluzione unica, valida ad assicurare la completa protezione contro l’elevata serie di rischi (diversificati per tipo, dimensione, punto di applicazione e provenienza) che caratterizzano gli scenari in cui si trovano a operare i nostri contingenti. La protezione nel futuro sarà sempre più affidata alla risultante della combinazione di diverse misure (attive e passive) applicate alla stessa piattaforma a cui si associano con analogo valore (e in alcuni casi anche superiore) specifiche procedure d’impiego operativo di tale piattaforma. Da questa combinazione scaturisce la possibilità di ridurre al minimo la vulnerabilità, riducendo gli effetti della offesa con cui si materializza la minaccia, in un confronto in cui la difesa si troverà sempre e comunque nella posizione di rincorsa della soluzione contro l’ultima tipologia di offesa ideata dall’attaccante. (*) Colonnello, capo ufficio sistemi per la mobilità dello stato maggiore dell'Esercito
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