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| Anno 2007 | |
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La mattina del 8 maggio le autorità estoni hanno inaugurato la nuova sede del monumento ai Caduti dell'armata rossa. La cerimonia, che cade nel giorno dell'anniversario della vittoria sul nazismo, si è svolta nel cimitero militare di Tallin, nuova sede della statua in bronzo che oltre all’alto valore morale, rappresenta l’origine della recente crisi tra Russia ed Estonia. La notizia, diffusa dal Washington Post (Estonians Lay Flowers at WWII Monument), precisa che alla commemorazione erano presenti le massime autorità del Paese Baltico mentre la Russia, che considera la rimozione del monumento dal centro di Tallin come un’offesa al sacrificio dei russi caduti nella guerra contro il nazismo, non ha partecipato.
La crisi tra Estonia e Russia, scoppiata nel momento in cui il governo estone ha deciso di spostare il monumento ai caduti sovietici nel cimitero militare della capitale, tramonterà e probabilmente verrà offuscata dagli eventi della cronaca. Quello che rimarrà, almeno agli occhi di chi vuole ricordare, saranno due elementi della acrimoniosa disputa: il preoccupante attacco russo che tende a schiacciare la sovranità nazionale del governo estone. Un attacco che si è messo i panni di vecchi rancori ma che nasconde l’arroganza figlia della presunzione del dominatore e la fragilità della Unione Europea che non ha saputo intervenire a difesa di un membro stesso della Comunità, esempio di una assoluta mancanza di coscienza sovra-nazionale. Il caso del monumento ai caduti dell'armata rossa evidenzia il fatto che in Estonia la minoranza russa, che rappresenta il 30 percento della popolazione, non si è ancora arresa alla evoluzione dei tempi e non si è integrata nella realtà sociale e storica del Paese. Altrettanto sta accadendo a Mosca, dove le autorità russe vivono probabilmente legate al ricordo di un impero nato dall’oppressione e dalla violenza e non hanno ancora accettato il fatto che le ex repubbliche sovietiche hanno voltato pagina. L’Estonia quindi rappresenta la cartina al tornasole dell’effetto ‘democrazia occidentale’ sul sistema ‘nuova Russia’, una reazione chimica che potrebbe coinvolgere, anche se con diversi principi causa-effetto, ogni altra ex repubblica socialista. La reazione di Vladimir Putin è ancor più emblematica perché coinvolge un moderno presidente che, pur essendo aperto alle idee occidentali, si è invece dimostrato ancora legato ai vecchi schemi sovietici che hanno caratterizzato gran parte della sua carriera nel Kgb. Nonostante l’orgoglio ferito, Putin ha reagito come si confà a un leader occidentale, non decretando sanzioni commerciali ed economiche ma isolando e mettendo in difficoltà Tallin. Infatti, la Russia si starebbe preparando a tagliare drasticamente le forniture di petrolio che transitano attraverso l’Estonia e le raffinerie di Mosca e Yaroslovl, parzialmente controllate da Gazprom Neft, il braccio petrolifero del monopolista del gas russo, chiuderanno i rubinetti verso Tallin. Ma Putin, uomo giustamente di ferro contro i ribelli ceceni, ha fatto ben poco per evitare che l’ambasciatrice estone a Mosca, Marina Kaljurand, venisse attaccata dai russi del movimento Nashi. Da quanto riportato dalle agenzie di stampa internazionali, i 40 facinorosi che sono entrati nell’ambasciata gridando “il fascismo non morirà”, non si sono risparmiati e anche l’ambasciatore svedese è stato aggredito mentre tentava di correre in soccorso della collega estone. Un gesto che lascia perplessi e preoccupati e per il quale Stati Uniti e Nato hanno espresso la loro disapprovazione: una aperta violazione alla convenzione di Vienna. L’Unione Europea, della quale l’Estonia fa parte dal 2004, non sembra aver reagito con altrettanta rapidità alle denunce del presidente estone Toomas Hendrik Ilves e del ministro degli Esteri Urmas Paet. Solo dopo che Tallin ha deciso di chiudere la sede diplomatica a Mosca, Bruxelles ha annunciato la formazione di una commissione comunitaria che, unitamente ai rappresentanti del governo russo, affronterà gli incidenti avvenuti all'ambasciata. L'Unione Europea (in particolar modo la Polonia), che ritiene la contesa sul monumento come un affare interno, ha invitato i due Paesi a trovare una soluzione diplomatica e ha chiesto al Cremlino di far rispettare gli obblighi sanciti dalla Convenzione di Vienna. Un invito al quale la Russia ha però risposto disertando la cerimonia del 8 maggio e interrompendo la fornitura di petrolio causata, secondo Mosca, da lavori di manutenzione sulla linea ferroviaria con l'Estonia.
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